Flavio Belisario. Il generale di Giustiniano, Alberto MagnaniProf. Alberto Magnani, Lei è autore del libro Flavio Belisario. Il generale di Giustiniano edito da Graphe.it: perché è storicamente importante Belisario?
Belisario rientra nella tradizione dei grandi condottieri romani, assieme agli Scipioni o a Cesare, malgrado agisse in un contesto molto differente. Fu, come, in pratica, dice Dante, il <<braccio armato>> dell’Imperatore Giustiniano. A Dara sconfisse i Persiani, contro i quali i Romani da decenni non ottenevano successi, poi riconquistò le parti dell’Occidente occupate dai Vandali e dagli Ostrogoti. Fu il primo generale a essere di nuovo insignito della cerimonia del trionfo dopo oltre mezzo millennio (l’unico precedente risaliva al 10 a.C., poi l’onore venne riservato solo agli Imperatori). Grazie alle sue imprese, l’Impero Romano recuperò prestigio e fiducia in se stesso, dopo la crisi del V secolo.

Quali vicende lo videro protagonista?
Ai tempi di Belisario, cioè all’inizio del VI secolo, l’Impero Romano era ridotto a poco più delle regioni orientali. A quell’epoca non si può ancora parlare di Impero Bizantino: la mutazione genetica che creò un’identità nuova, cui applichiamo il termine, appunto, di “bizantino” non si completò prima del VII secolo. Era un Impero minacciato su tutti i fronti. Su quello orientale premevano i Persiani, mentre in Occidente si erano stanziate le varie popolazioni germaniche. Anche nei Balcani la situazione era incerta e, proprio in quel periodo, le incursioni degli Slavi stavano diventando un problema serio. Belisario combatté contro tutti questi avversari. Ai Persiani inflisse la citata sconfitta di Dara. Guidò la guerra contro il Regno dei Vandali e li sconfisse in poche settimane, restituendo alla sovranità romana le regioni africane che essi occupavano. Con altrettanta rapidità travolse gli Ostrogoti e recuperò la penisola italica sino a Roma. La guerra si protrasse poi per alcuni anni, ma si concluse comunque con una vittoria. Il declino venne negli anni successivi, nei quali Belisario non riuscì a concludere positivamente quella che possiamo definire la Seconda Guerra Gotica, né brillò particolarmente sul fronte persiano. Ma chiuse la carriera con un’altra vittoria importante, quella contro gli Slavi che minacciavano la stessa Costantinopoli. Certo, compì molti errori, ma i contemporanei videro in lui il condottiero che li aveva riportati alla gloria di un tempo e tale immagine è stata tramandata ai posteri.

La figura di Belisario è stata celebrata da Dante Alighieri ed ha ispirato poeti, artisti e romanzieri: a cosa è dovuta tanta fama?
Come dicevo, Belisario incarnò il sogno che l’Impero Romano fosse tornato quello di una volta. Da quando era stato Imperatore Traiano (98-117), l’Impero non aveva fatto che arretrare territorialmente e la sovranità svaniva anche sulle zone interne. Belisario conquistò due regni, catturò due re e respinse Slavi e Persiani. I suoi errori – che ci furono – non vennero pienamente percepiti dai contemporanei, oppure furono spiegati attribuendone la reale responsabilità all’Imperatore Giustiniano. Con il tempo, Belisario divenne l’esempio del grande condottiero, i cui meriti non vengono riconosciuti da un sovrano ingrato, un po’ come appare El Cid nel poema spagnolo.

L’immagine storica di Belisario deve molto al racconto del suo segretario Procopio.
Nel bene e nel male, la maggior parte delle informazioni su Belisario ci vengono da Procopio, lo storico suo contemporaneo, che lo accompagnò in molte campagne di guerra. Procopio è stato descritto spesso come una sorta di corrispondente di guerra, ma va tenuto presente che a quell’epoca non esisteva la figura del reporter come la intendiamo adesso. Procopio era testimone di fatti sui quali avrebbe scritto a distanza di anni per un pubblico ristretto. La sua opera storica sulle guerre combattute all’epoca di Giustiniano è fondamentale. Io non direi, come sostengono alcuni studiosi, che Belisario sia l’autentico protagonista di quest’opera: la parte preminente che occupa è dovuta al ruolo che Belisario effettivamente svolse in quelle guerre e al fatto che Procopio era a stretto contatto con lui. Il problema, per lo storico moderno, è che Procopio da un’iniziale ammirazione verso Belisario passò a un profondo disprezzo (chissà, forse non lo aveva mai veramente stimato). Procopio fece a pezzi la figura del generale nella Storia segreta, in cui la moglie di Belisario, Antonina, Giustiniano e l’Imperatrice Teodora escono ancora peggio. I brani di autentica pornografia su Teodora hanno, a mio parere, distratto troppi storici da un’analisi approfondita dell’Imperatrice, ma questo è un altro problema. Non si può negare l’abilità di scrittore di Procopio: il brano in cui descrive Belisario che teme di essere stato condannato a morte da Teodora è notevole per i particolari realistici, rarissimi nella letteratura del tempo, e la caratterizzazione grottesca dei personaggi. Non sappiamo da dove nascesse tanto astio verso l’uomo con il quale Procopio aveva condiviso lunghi anni di guerra con i relativi pericoli, ma doveva trattarsi di un rancore personale. Procopio demolisce Belisario come uomo, presentandolo succube della moglie, debole, irresponsabile, addirittura codardo. Ma, di fatto, non tenta seriamente di mettere in discussione le sue doti militari. C’è però il rischio che lo faccia nella storia delle guerre, seminando qua e là elementi che possono mettere in dubbio i meriti di Belisario. Di fatto, Procopio è un autore da maneggiare con cura.

Quali erano le idee strategiche di Belisario?
Belisario porta alle estreme conseguenze un’impostazione tattica presente nell’esercito romano imperiale già da tempo: prendere posizione e lasciare l’iniziativa all’avversario, per poi colpirlo nei suoi punti deboli. Per usare una metafora sportiva tratta dal calcio: qualcosa di simile al cosiddetto calcio all’italiana, catenaccio e contropiede. Belisario era, per natura, un difensivista, e molto prudente. Non avanzava se non aveva le spalle coperte, disponeva le truppe su più colonne in modo che si proteggessero a vicenda, evitava gli scontri diretti e cercava di occupare tutte le postazioni difensive del nemico prima di proseguire. Ciò aveva le sue controindicazioni: in un teatro bellico come quello italico, per esempio, la guerra finì per trascinarsi a lungo, con gravi distruzioni e pesanti costi per il mantenimento dell’esercito. Belisario non aveva mai fretta, ma Giustiniano sì, perché mantenere un esercito su un fronte lontano era un grave peso per le risorse dell’Impero. Non si può dire che Belisario fosse particolarmente brillante nell’impostare una battaglia campale. Subì diverse sconfitte, ma predisponeva sempre la ritirata in modo che nessuna di esse risultò decisiva. Conosceva inoltre alla perfezione tutti i meccanismi della macchina militare.

Quale fu il reale rapporto con Narsete?
Una tradizione consolidata ha fatto di Narsete l’antagonista per eccellenza di Belisario. In passato sono stato suggestionato anch’io da questa interpretazione (ricordo un lontano articolo sulla battaglia di Tagina…), ma da una lettura attenta di Procopio emerge piuttosto chiaramente che il vero antagonista non fu Narsete, ma Giovanni di Vitaliano, che aveva una visione strategica del tutto opposta a quella di Belisario. Giovanni, personaggio notevole, che mi sembra sia stato trascurato, concepiva l’attacco in profondità, puntando all’obiettivo principale e trascurando quelli secondari. Un precursore della guerra-lampo! Per sfortuna di Belisario, Giovanni fu per anni nel suo Stato Maggiore, in teoria ai suoi ordini, di fatto, però, per niente disposto ad obbedirgli. I due finivano sempre per combattere due guerre separate, con gran gioia, per esempio, di Totila re degli Ostrogoti. Ricordo una battuta di un vecchio film, quello sulla tragedia del dirigibile Italia: Sean Connery, che interpretava l’esploratore Amundsen, a un certo punto dice a Luigi Vannucchi, cui era stato assegnato il ruolo dell’ufficiale in seconda del dirigibile: “Lei è un ottimo ufficiale e meriterebbe di esercitare un comando, ma come ufficiale in seconda non la vorrei neanche per una spedizione ai giardini pubblici!” Belisario avrebbe potuto dire lo stesso a Giovanni di Vitaliano. Quanto a Narsete, fu in disaccordo con Belisario solo durante la sua breve permanenza in Italia nel 538 e, in tale occasione, si espresse a favore della strategia di Giovanni. Ben presto fu richiamato e non ebbe più modo di scontrarsi con Belisario. Collaborò, anzi, con sua moglie Antonina in un intrigo di corte. Narsete, inoltre, è un grande assente nella Storia segreta, dove, invece, compare Giovanni, intento a mettere i bastoni tra le ruote a Belisario. Qui ci fu una mancanza di Giustiniano, che avrebbe dovuto impiegare uno dei due su un altro fronte. Come è noto, l’ultima parte della Guerra Gotica fu condotta da Narsete, che ebbe Giovanni ai suoi ordini. Ma Narsete condivideva la strategia di Giovanni e non vi furono problemi. Forse, nel 538, si sarebbe potuto raggiungere lo stesso risultato con sedici anni di anticipo.

Quale fu l’eredità storica di Belisario?
L’espansione voluta da Giustiniano stremò le risorse dell’Impero e le sue conquiste furono di breve durata. Qui, però, entriamo in una problematica assai discussa, che travalica la persona di Belisario. Va notato che le conquiste più durature furono quelle compiute da Belisario nel suo periodo migliore, fra il 533 e il 535: le regioni in Africa rimasero romane sino all’espansione araba del VII secolo, cioè per un secolo, mentre quelle dell’Italia Meridionale, pur progressivamente ridotte, ressero sino all’XI. Vi è poi un altro aspetto dell’eredità storica del generale: le sue concezioni militari fecero scuola a lungo nell’esercito romano, poi bizantino: e, data la loro impostazione difensivista, risultarono preziose in uno Stato che dovette difendersi da invasori esterni per tutto l’arco della sua storia.