Fiume 1919. Una guerra civile italiana, Marco MondiniProf. Marco Mondini, Lei è autore del libro Fiume 1919. Una guerra civile italiana edito da Salerno: in che modo la questione di Fiume nel 1919 fu proiettata al centro del dibattito politico nazionale?
Possiamo pensare a Fiume come un portale, la soglia che separa l’Italia mobilitata per la guerra totale dal paese sull’orlo della guerra civile. Intendiamoci, le fratture, i conflitti interni che squassano lo stato nazionale sono ben antecedenti la questione fiumana. Risalgono a prima della scelta dell’intervento, quando nella penisola imperversa lo scontro tra neutralisti e interventisti, e per affermare le proprie ragioni ideologiche si ricorre ad una retorica sempre più violenta, sempre più radicale, per arrivare infine allo scontro fisico. Per l’Italia la Grande guerra inizia molto rima del maggio 1915: nell’autunno 1914 gli italiani si scontrano brutalmente per far pendere la bilancia a favore o contro l’intervento, e il primo morto italiano non è un soldato al fronte ma un militante neutralista ucciso dalle truppe regie in servizio di ordine pubblico a Reggio Emilia. Questo profondo conflitto interno non si placa con la Vittoria. Le vecchie divisioni riemergono e la radicalizzazione dei movimenti di sinistra, influenzati dal mito della rivoluzione russa, non aiuta a ricomporre l’unita nazionale. Ma quando, il 12 settembre 1919, una banda di giovani ufficiali subalterni e di soldati marcia in direzione della città di Fiume, territorio conteso tra il Regno d’Italia e il regno SHS e oggetto di dispute accese alla conferenza di pace di Parigi, queste lacerazioni striscianti assumono una nuova forma. Ora, per molti versi la questione fiumana è un caso, alquanto grottesco e clamoroso, di costruzione mediatica, forse la prima grande fake news della storia nazionale. Fiume era una città portuale di una certa importanza all’interno della Duplice Monarchia austro-ungarica, culturalmente italiana (su questo non ci devono essere dubbi) ma anche tradizionalmente estranea agli orizzonti politici dello stato nazionale. Parte del Regno d’Ungheria, e suo porto principale, Fiume aveva una antica vocazione autonomistica, e la sua classe dirigente locale tutta di lingua italiana, propugnava da tempo la conquista di una maggiore indipendenza, pur senza rinnegare il vincolo di fedeltà alla dinastia asburgica. Non c’erano legami importanti col nazionalismo risorgimentale, né con il movimento irredentista. Per questo, nel 1915 Fiume non era un obiettivo simbolico, come Trento o Trieste o persino Zara. Gli italiani ne sapevano ben poco, e i fiumani non avevano alcun interesse immediato nel chiedere di far parte del Regno d’Italia. Quando il ministro degli esteri Sidney Sonnino omette Fiume tra le molte compensazioni chieste dal governo italiano per intervenire in guerra, non lo fa per dimenticanza o ignoranza: è un calcolo politico freddo e raffinato. Nessuno si lamenterà dell’assenza di Fiume nel bottino della vittoria, perché a nessuno in Italia importa veramente del suo destino. Nell’ottobre 1918 la dirigenza fiumana viene presa dal panico e chiede la protezione del Regno d’Italia per il timore di divenire una città croata. Si tratterebbe di un rovesciamento clamoroso del secolare equilibrio dei poteri, che vede da sempre gli italiani come élite dominante, e gli slavi come comunità dominata. Nel clima isterico di quei mesi, caratterizzato da un’opinione pubblica nutrita di slogan nazionalistici, Fiume diviene il simbolo di ciò che l’Italia potrebbe e dovrebbe diventare: una grande potenza che si assicura un’egemonia imperiale nell’area dell’Adriatico. Naturalmente, è una prospettiva illogica. L’Italia non avrebbe mai potuto pretendere alla lettera l’applicazione del patto di Londra del 1915. Intanto, perché il mondo era cambiato, e il continente europeo era ora affollato da piccoli e litigiosi stati nazionali che reclamavano un posto al tavolo dei vincitori – anche se in modo del tutto ipocrita come il nuovo stato SHS. E poi perché il Regno d’Italia non aveva le risorse militari o economiche per controllare e difendere le enormi richieste avanzate da Sonnino e Salandra per l’intervento. Questo paradosso si intrecciò con il mito della “Vittoria mutilata”. Perché di un mito si tratta. Di un’invenzione scientemente creata a tavolino da Gabriele D’Annunzio per motivi molto più personali che politici. La formula dannunziana ebbe una straordinaria fortuna tra una massa di italiani poco informati, inclini a credere a chi urlava più forte, sedotti dagli slogan nazionalistici e dalle illusioni di un’Italia grande e imperiale. I media, soprattutto quelli della destra nazionalista ma anche il più moderato “Corriere della Sera” diedero voce a questo grumo di frustrazioni, miti, ambizioni e ignoranza. E, come scrisse Ferdinando Martini, si convinsero che il possesso di Fiume fosse l’essenza stessa della guerra e della vittoria. La prima, grande fake news della storia nazionale. Fu a quel punto che lo scontro sale di livello. Soldati dell’esercito regolare si ribellano agli ordini – ed è la prima volta che succede – e sono pronti a sparare addosso ad altri soldati dell’esercito regolare. In nome di un leader carismatico come D’Annunzio alcuni italiani (pochi, in quel caso, per fortuna) si ritengono in diritto di violare la legalità e di ricorrere alla forza, convinti di combattere una crociata contro i traditori della patria. E l’aspetto più grottesco è la simpatia che ricevono, e la consequenziale e progressiva delegittimazione del potere politico legittimo. Da Fiume in poi, la strada per lo squadrismo e per la marcia su Roma è aperta.

Quale ruolo ebbe Gabriele D’Annunzio?
D’Annunzio fu per molti versi il vero maestro della retorica dell’odio e della guerra continua che caratterizzò la lunga (e fallimentare) transizione postbellica tra 1918 e 1922. Dal 1914 il poeta si era arruolato tra i trascinatori di folle nazionalisti, che incitavano all’uso della violenza come normale arma per la conquista del potere politico e del consenso. Nel lungo anno della neutralità, che coincide di fatto con una guerra civile tra interventisti e neutralisti, D’Annunzio si conquistò un ruolo inedito di uomo pubblico e leader, abbandonando i panni del letterato – un ruolo che peraltro gli andava stretto, anche perché come poeta e romanziere era di fatto ormai finito, in piena crisi creativa e ormai fuori moda. Durante il conflitto, D’Annunzio rivelò invece il proprio talento come moderno comunicatore di massa. Era un genio della pubblicità, istrione, brutale, sempre sopra le righe: un teatrante di quella grande battaglia di parole e immagini che fu la propaganda organizzata del 1915-18. La guerra gli regalò una seconda giovinezza, e una stagione inattesa di popolarità. Ma alla fine del 1918 questo paradiso di celebrità stava inesorabilmente terminato, e con esso il mondo di privilegi e celebrità che lo circondava. Il “Vate guerriero” idolatrato, vezzeggiato, sempre sulle pagine di quotidiani e riviste, avrebbe perso la sua intoccabilità, ma soprattutto il suo ultimo, grandioso palcoscenico: un affronto intollerabile per un egotista come lui. Il fatto che, invece di costruire la pace, l’Italia sia scivolata ben presto in un clima di esaltazione nazionalistica, di ricorso alla forza bruta per dirimere le molte questioni aperte e di odio fratricida fu una vera fortuna per questo scellerato e geniale agitatore mediatico. Il mito della “Vittoria mutilata”, che D’Annunzio medesimo si inventò, fu una nuova bandiera per scatenare una guerra dopo la guerra, un conflitto civile che durerà a lungo. Per due anni anni D’Annunzio arringò folle esaltate, inveì contro i propri nemici interni, accusò di tradimento chiunque, minacciò di morte i vertici della politica parlamentare e di rovesciamento con le armi le istituzioni. E rimase impunito. La sua banda di scalmanati rivoluzionari, i legionari, non avevano la forza organizzativa delle squadre fasciste, ma erano disposti a morire per seguire le parole esaltate del loro “Comandante” da operetta. Che non aveva, a sua volta, alcun progetto politico in testa, e se predicava la guerra santa lo faceva solo per posa, ma che era capace di infiammare gli animi. Un’abilità e un carisma che Benito Mussolini copierà, appropriandosi di molte parole e simboli. Ancora di più, Mussolini percorrerà la strada che D’Annunzio ha aperto delegittimando lo Stato liberale, mettendo in ridicolo la rappresentanza politica legittima e prendendo le armi contro le istituzioni: una strada che porta diretto fino a Roma, nell’ottobre 1922.

Come maturò la marcia su Fiume?
A questo proposito c’è un equivoco corrente diffuso. Nel 1919 erano davvero pochi gli italiani convinti che si potesse abbandonare Fiume. La maggioranza dell’opinione pubblica riteneva, a ragione, che la città fosse culturalmente, linguisticamente e ora anche idealmente italiana e che non si potesse abbandonarla in mano ad uno stato slavo ostile. Ciò che divideva gli animi era il modo di raggiungere questo obiettivo. Cercare una mediazione ragionevole con gli ex Alleati della guerra (il regno serbo-croato-sloveno era, diplomaticamente e militarmente, irrilevante) o sfidare il mondo per puro orgoglio e ricorrere alla forza? I democratici, i liberali e i progressisti, come lo storico Gaetano Salvemini, o anche solo le persone dotate di buon senso, propendevano per la prima ipotesi, e proponevano di negoziare una cessione pacifica della città al Regno d’Italia in cambio di alcuni territori ottenuti in base al patto di Londra. Non dimentichiamo che con quel trattato l’Italia si era impegnata a intervenire nel conflitto a fianco dell’Intesa ottenendo come ricompensa vaste province abitate da comunità non italiane, come il distretto di Bolzano (il futuro Alto Adige), abitato da centinaia di migliaia di germanofoni, e diversi distretti in Istria e sulla frontiera orientale. A questa frangia ragionevole e colta dell’opinione pubblica, sprezzantemente battezzata “rinunciatari”, si opponevano i nazionalisti sfegatati, che ritenevano inaccettabile rinunciare (appunto) ad alcuna concessione territoriale ottenuta nel 1915, fosse anche la più indifendibile e onerosa (e ce n’erano). Non sorprenderà scoprire che il messaggio patriottico più radicale trovò terreno fertile nell’Esercito e che tra i militari ci fosse molto malcontento all’idea di dover abbandonare la città. Tra i militari, dove le retoriche patriottiche sono ancora più diffuse, non c’è dubbio che ci sia molto malcontento all’idea di cedere la città, o anche solo di posticiparne l’annessione. Sull’adesione dell’Esercito alla ribellione fiumana esistono molti equivoci. È vero che la sedizione del 12 settembre 1919 di alcuni reparti della brigata “Granatieri” acquartierati a Ronchi è la prima (e ultima) ribellione della storia del Regio esercito. Ma è anche vero che questo ammutinamento non coinvolge né i comandi dei reggimenti regolari né un’aliquota consistente di ufficiali. Tra i poco più di 5000 ufficiali e soldati regolari che passarono a Fiume tra 1919 e 1920 (più o meno l’1% dell’intero esercito del tempo di pace), gli ufficiali professionisti e quelli superiori, l’élite e il segmento dirigente della forza armata, si contano sulle dita di una mano. Tra i cosiddetti “legionari” fiumani si conta un solo generale, Sante Ceccherini, celebre per essere un “generale combattente”, rodomontesco e gagliardo, ma anche incompetente, poco amato dai colleghi, e ormai prossimo al congedo forzato. Si può dire che sia passato a Fiume come ultimo tentativo di salvarsi la carriera. Fiume non è una ribellione dell’esercito. È la ribellione di una sua parte molto precisa, i giovani e giovanissimi ufficiali di complemento. Ventenni arrivati a comandare plotoni e compagnie senza uno specifico training psicologico e culturale, spesso imbevuti di idealità romantiche e nazionaliste, prossimi al ritorno alla vita civile che sovente temono come un ritorno alla mediocrità dopo gli anni delle avventure guerresche (e dello stipendio alto e sicuro). In loro, la predicazione di D’Annunzio ha un effetto straordinario. Perché no, del resto? D’Annunzio è un uomo immagine, è un’icona della propaganda di guerra: è l’uomo del volo su Vienna e della Beffa di Buccari, il Vate della patria, il poeta-guerriero che per molti è un emblema del valore della nuova Italia. Tutti miti, naturalmente. D’Annunzio è certamente il protagonista di performances pubblicitarie straordinarie, da quel genio della comunicazione di massa che è, e ha anche un certo coraggio personale. Ma non è un combattente – non si muove nemmeno da Venezia senza un fotografo e una cinepresa che lo immortalino – piuttosto un avventuriero in cerca del suo ultimo palcoscenico. Avergli proposto di diventare l’alfiere della ribellione per Fiume è il vero colpo di genio dei cosiddetti “giurati di Ronchi”, consapevoli che a un icona così celebre nessuno avrà il coraggio di dire di no. E infatti i reparti mandati a fermare la colonna dei ribelli si faranno da parte e lasceranno passare il “Vate”

In quale contesto internazionale si sviluppa la questione fiumana?
Come hanno scritto Leonard Smith e Giovanni Bernardini, che hanno dedicato dei bei volumi alla conferenza di pace del 1919, niente è semplice nelle trattative per far uscire il mondo dalla Grande guerra. A Parigi convergono desideri, ambizioni, utopie e propositi di vendetta, molto spesso contraddittori tra di loro, a volte semplicemente irrealizzabili, e più o meno tutti i partecipanti, anche coloro che non partecipano al processo decisionale per costruire il nuovo ordine mondiale, schiamazzano per venire considerati. Greci, rumeni, serbi-croati-sloveni…tutti proclamano il loro sacrosanto diritto a divenire una grande nazione in base a prerogative storiche il più delle volte ridicole. Non dovremmo mai dimenticare quanto l’arroganza nazionalista manifestata da molti rappresentanti croati e sloveni (i delegati SHS hanno l’impudenza di proclamare Trieste una “città slava”!) sia importante nel radicalizzare i conflitti nell’area adriatica. Per abitudine, comunque, noi ci concentriamo sulla pessima figura rimediata dalla delegazione italiana guidata da Sidney Sonnino, che si presentò in sede di trattative con una posizione paradossale e insostenibile, riassumibile nella formula “Patto di Londra più Fiume”. Naturalmente, le pretese italiane si rivelano ben presto schizofreniche. Il governo di Roma vuole l’applicazione letterale di un trattato in cui i diritti nazionali sono l’ultima delle priorità. Insieme agli italiani di Trento, di Trieste e del Litorale, l’Italia annette infatti terre abitate da centinaia di migliaia di germanofoni (il distretto di Bolzano, che diventerà poi l’Alto Adige) e slavofoni (l’entro terra istriano ad esempio). Di fatto, a Sonnino e ai suoi colleghi di governo delle idealità del Risorgimento non importa né tanto né poco, loro mirano a creare un’area imperiale ed egemonica per il Regno d’Italia nel teatro dell’Adriatico e dei Balcani. Un vecchio sogno a Roma. Contemporaneamente, però, l’appello dei fiumani, motivato dal panico di ritrovarsi dominati dai croati, spinge gli italiani a chiedere anche quella città, in base al principio di autodeterminazione dei popoli. È evidente che si tratta di due pretese che non possono stare insieme. O si formula un preciso piano imperiale, o si rivendicano i diritti nazionali delle comunità italiane sparse lungo l’intera costa adriatica. È questa ipocrisia di fondo che rende molto fragile la posizione dell’Italia al tavolo delle potenze. Che non erano affatto ostili all’Italia, come una parte della storiografia di casa nostra sostiene ancora, in modo superficiale, senza vere fonti e lasciandosi andare a rancori sciovinistici. Ciò che Regno Unito, Francia e Stati Uniti chiedono fin dall’inizio (lo fa persino Wilson, il quale peraltro in tema di ideologismi e ottusità non è secondo a nessuno) è soprattutto un approccio pragmatico. Si tratta di ridisegnare l’intera carta politica d’Europa (e di buona parte del mondo, se si tiene presente le questioni coloniali) riempiendo vari vuoti: nel cuore del continente, il collasso (imprevisto all’inizio del conflitto) dell’Austria-Ungheria stravolge assetti secolari, mentre la scomparsa degli altri grandi imperi (quello tedesco, quello russo e quello ottomano) rimette in discussione equilibri globali. L’Italia potrebbe contribuire a stabilizzare l’area, assumendosi un ruolo non solo egemone ma pacificatore, ma per farlo dovrebbe rinunciare ad alcune pretese eccessive e soprattutto coltivare buoni rapporti con i vecchi Alleati, i quali hanno certamente i loro interessi da seguire (anche la Francia non è immune da ipocrisie e ha ambizioni sull’area danubiana) ma non sono pregiudizialmente contrari a rafforzare la posizione internazionale del Regno d’Italia come nuova potenza. Un vero peccato che la pochezza culturale e l’ottusità dei nostri rappresentanti al tavolo della pace abbia vanificato questa occasione.

Quale ne fu l’epilogo?
La situazione a Fiume entra molto rapidamente in una fase di stallo inquietante. Subito dopo l’entusiasmo travolgente dei primi giorni, quando la banda di scalmanati raccolta attorno ai ribelli di Ronchi e a D’Annunzio sembra poter ottenere ciò che vuole, i (pochi) rivoltosi con una prospettiva concreta si rendono conto di essersi cacciati in un ginepraio. L’esempio più eclatante è quello di Carlo Reina, il comandante del II battaglione del 1° reggimento della brigata “Granatieri”, l’unità da cui scaturì la ribellione aperta e da cui ebbe origine la “marcia su Ronchi” del 12 settembre 1919. È uno dei pochissimi ufficiali superiori e di carriera che parteciperà all’impresa, e l’unico a far parte del gruppo ristretto dei congiurati. Pluridecorato, veterano della prima linea, è stimato dalle sue truppe e la sua presenza è fondamentale nel trascinare i soldati del suo reggimento (che, non dimentichiamolo, è uno dei reparti più antichi e gloriosi del Regio esercito). Ma Reina è anche un ufficiale vecchio stampo: lealista, monarchico convinto, devoto alle istituzioni legittime. Si convince che, per quanto clamorosa, la ribellione di Ronchi sarà solo un gesto passeggero, e che la manifestazione eclatante dello scontento dei militari convincerà il titubante governo di Roma a prendere posizione in modo più determinato sulla questione fiumana. È un illuso e un ingenuo, ma in buona fede. Molto presto, però, si rende conto del suo errore. A Fiume dilaga l’indisciplina, e i legionari (l’età media dei quali supera di poco i vent’anni) dimostrano di non essere lì in nome degli ideali patriottici, ma fondamentalmente per amore dell’avventura, paura del ritorno alla vita civile, semplice ribellismo giovanile. D’altra parte, le memorie che noi possediamo sui mesi di Fiume (alcune delle quali inedite, e che ho utilizzato con molto profitto nel mio libro) concordano tutte: al di là delle parole d’ordine roboanti, la maggior parte dei giovani e giovanissimi volontari di D’Annunzio sono ragazzini con poca o nessuna coscienza politica, a volte scappati di casa, a volte solo desiderosi di protrarre quella vacanza dalla vita adulta che per alcuni è stato la guerra. Così, il devoto e legalista Reina entra in conflitto con il Vate: D’Annunzio lo farà arrestare in autunno e poi cacciare. È la spia della fine di un’illusione, quella che la marcia su Fiume potesse essere semplicemente una clamorosa protesta nazionale. Da quel momento in avanti, la vita a Fiume si incancrenisce. L’obiettivo ideale, trasformare la città in una sorta di laboratorio della protesta patriottica per elettrizzare il paese, svanisce. Bloccata per terra e per mare, la città langue: l’economia va in rovina, la popolazione è sempre più insofferente, e D’Annunzio con la sua accolita di fedelissimi governa con piglio dittatoriale, ormai perso in un delirio di onnipotenza. I legionari, poi, si possono dividere approssimativamente in due grandi gruppi Tra i giovanissimi si contano molti intellettuali e artisti che hanno combattuto, spesso con la divisa da ufficiale, come Giovanni Comisso per i quali Fiume è soprattutto una scelta di libertà e un sinonimo di avventura. In effetti, il clima a Fiume è estremamente disinvolto. I legionari ventenni godono di privilegi e libertà inaudite per la loro generazione, e la città diventa ben presto un teatro sperimentale sotto molti aspetti, dalla libertà sessuale alle droghe alle sperimentazioni artistiche, all’insegna di un giovanilismo roboante, sostanzialmente apolitico e alquanto disinteressato a cosa accadrà poi. I rivoluzionari sinceri, come Alceste de Ambris (a cui bisogna ricondurre soprattutto la stesura della Carta del Carnaro) sono invece convinti che Fiume possa essere la prima tappa di un moto radicale di trasformazione della società e delle istituzioni italiane, se non europee. Non sono meno miopi dei giovani in cerca di avventura facili: lungi dall’essere un trampolino di lancio per la rivoluzione, Fiume è poco più che una riserva indiana assediata, affascinante ma ininfluente, e del resto al leader di questo caravanserraglio, D’Annunzio, del futuro politico e della rivoluzione interessa molto poco. Parallelamente, le dinamiche in Italia cambiano. Una volta affidato il governo a Giovanni Giolitti, forse l’unico statista di livello europeo e con un po’ di polso in quel periodo, l’atteggiamento del governo di Roma muta radicalmente. Nessuna minaccia particolare, nessuno strepito, ma un blocco asfissiante della città, affidato ad uno dei pochi generali di certa fede lealista e alieno dalla politica, Caviglia, e un paziente e discreto lavorio diplomatico, affidato al giovane diplomatico Carlo Sforza. Alla fine del 1920, Giolitti ottiene con il trattato di Rapallo un successo politico. Il regno SHS viene umiliato ed è costretto a cedere all’Italia più o meno tutto quanto veniva richiesto fin dai tempi del patto di Londra in cambio di poco più che un benevolo riconoscimento internazionale e Fiume viene “neutralizzata”, trasformata in Stato libero (di fatto un protettorato italiano). È un trionfo internazionale del buon senso e dell’intelligenza che ancora oggi viene spesso dimenticato. Ma a quel punto, l’occupazione dannunziana non ha più alcun senso e deve terminare. D’Annunzio è abbandonato da tutti: l’opinione pubblica italiana ha di meglio a cui pensare (la guerra civile alimentata dagli squadristi è entrata nel vivo e si contano ormai centinaia di aggressioni e omicidi nella penisola), Mussolini e i fascisti voltano le spalle a quello che è più un concorrente che un alleato, i vecchi alleati nazionalisti e conservatori fanno il vuoto intorno a questo ormai imbarazzante tiranno da operetta e molti dei “legionari” sono già tornati alla spicciolata a casa, disertando una causa ormai perduta. D’Annunzio medesimo, dopo aver proclamato al mondo che morirà sulle barricate, si rassegna: dopo una futile resistenza di qualche giorno, basta che alcune cannonate delle navi italiane lo sfiorino perché acconsenta alla resa immediata. Il “Natale di sangue” è l’ultima delle sue invenzioni mitiche, efficace al pari delle altre però: ancora oggi, la caduta della cosiddetta Reggenza del Carnaro viene spacciata come la conseguenza di un atto di forza fratricida voluta dal governo di Roma, e non, come invece fu in realtà, come l’ultimo (sanguinoso) atto teatrale di quella straordinaria messa in scena pubblica che fu la performance fiumana del poeta.

A distanza di un secolo, quale bilancio storiografico si può trarre?
Una delle esperienze più bizzarre che lo storico può vivere oggi è la scoperta di quanto resistente sia ancora a distanza di un secolo la lobby dei partigiani di D’Annunzio. Quando il mio volume è uscito, nel settembre 2019, è stato oggetto di una campagna alquanto intensa di “cattiva stampa”. Recensioni polemiche e spesso dichiaratamente ostili, nessuna delle quali, va detto, si confrontava con in contenuti di un libro i cui temi principali erano la questione fiumana nel 1919 come invenzione mediatica e rivolta generazionale. Direi che, come per la Grande Guerra, il vero problema per la storiografia di lingua italiana è ancora oggi l’incapacità di rileggere il capitolo di Fiume con metodo e critica, e senza passioni da stadio. Ci sono state poche eccezioni fino ad oggi, alcune lontane nel tempo (penso alla misura con cui Roberto Vivarelli, certo non uno studioso di simpatie progressiste, tra anni ’60 e ’90, ha analizzato le vicende fiumane) altre più vicine (il bel volume di Raoul Pupo su Fiume è uno studio di raro equilibrio). Per il resto, a parlare di Fiume e di D’Annunzio sono soprattutto divulgatori ideologicamente molto schierati, come Giordano Bruno Guerri, giornalisti, e studiosi di letteratura, come Luciano Curreri, che scorgono il fenomeno letterario D’Annunzio (anzi, ne sono accecati) ma non hanno gli strumenti culturali per comprendere la complessità delle vicende politiche delle questioni di cui discorrono. Ne è un buon esempio è la sopravvalutazione immotivata del “Vate”, un personaggio che, dal punto di vista del ruolo pubblico, andrebbe ricondotto alla sua giusta dimensione È straordinario come ancora oggi si coltivi il mito di un D’Annunzio progressista. Proprio Curreri, ad esempio, in una alquanto disinformata lettura del mio lavoro pubblicata su “Retroguardia”, ha rispolverato l’apologia di D’Annunzio “rivoluzionario”. Per sostenerlo si citano il celebre (e mai contestualizzato) giudizio di Gramsci, che avrebbe apprezzato D’Annunzio e nutrito un reale interesse per il laboratorio fiumano, e il presunto carattere innovativo della Carta del Carnato. Sulla reale opinione di Gramsci a proposito del “Vate” non è necessario nemmeno dilungarsi: basta leggere le “Lettere dal Carcere” per farsi un’idea di cosa il Gramsci maturo (e non il giovane attivista di “Ordine Nuovo” del 1919”) pensasse dell’avventura dannunziana. Per quanto riguarda la Carta, basta leggerne il testo al di là delle belle formule di facciata per rendersi conto del suo carattere profondamente anacronistico e regressivo: per dirne una, è un attacco alla democrazia rappresentativa e un’esaltazione della democrazia diretta, uno dei grandi mali del nostro presente. È un vero peccato che, come in molti altri casi, la storiografia di lingua italiana non sia in grado di stare al passo con un dibattito internazionale spesso molto più puntuale, aperto, informato. Nessuno di coloro che hanno speso parole dure sul mio lavoro, per dirne una, ha mai dialogato da vicino con una delle migliori studiose della crisi fiumana, Dominique Reill (che sta per pubblicare un bel volume sul tema), né si è davvero confrontato in sedi internazionali con specialisti di storia slava o esponenti dell’università slovena e croata, molti dei quali (non tutti) sono studiosi di alto profilo e privi di pregiudizi nazionalisti. Il provincialismo italiano, anche sulla questione fiumana, è duro a morire.

Marco Mondini insegna History of Conflicts all’Università di Padova. Tra le sue pubblicazioni: La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-18 (2014), Andare per i luoghi della Grande Guerra (2015), Il Capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna (2017), Tutti i giovani sui vent’anni. Una storia di alpini dal 1872 a oggi (2019); ha inoltre curato La guerra come apocalisse (2017).

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