“Filosofia del calcio” di Bernhard Welte, a cura di Oreste Tolone

Prof. Oreste Tolone, Lei ha curato l’edizione del libro Filosofia del calcio di Bernhard Welte, pubblicato da Morcelliana: innanzitutto, è possibile un approfondimento filosofico del gioco del calcio?
Filosofia del calcio, Bernhard Welte, Oreste ToloneCome tutti i fenomeni sociali anche lo sport, nelle sue molteplici manifestazioni, merita di essere approfondito e di divenire oggetto di riflessione filosofica. Non sempre e non tutti, però, l’hanno pensata in questo modo. Come ha magistralmente mostrato John Hoberman, il numero dei filosofi che nel corso del ’900 ha svilito o stigmatizzato l’imporsi su scala mondiale di tale fenomeno è ampio e include non solo il fronte di un pensiero di ispirazione marxista, come Adorno e la Scuola di Francoforte in generale, ma anche autori di tutt’altro orientamento, come Martin Heidegger e Karl Jaspers. Per lungo tempo il calcio, e lo sport in generale, sono stati associati a una forma di vita inautentica, strettamente connessa all’imporsi di una società industrializzata, burocratizzata e di massa; una forma di divertissement, in grado di alleviare le sofferenze di un individuo omologato ma capace, per mezzo dello sport, di recuperare un ruolo e un protagonismo. È vero che molti degli approfondimenti relativi al gioco e al calcio non provengono da filosofi in senso stretto, pensiamo a Johan Huizinga, storico e teorico delle idee, a Norbert Elias e Eric Dunning, sociologi, a Roger Caillos, antropologo e critico letterario; anche Helmuth Plessner, filosofo a tutti gli effetti, se ne occupa però quando diventa titolare della cattedra di sociologia all’università di Göttingen e poi di New York. Inoltre, come ricorda sempre Plessner, anche i filosofi che se ne occupano – pochi e in modo distratto – lo fanno soprattutto mettendone in evidenza più che altro i risvolti medici, psicologici. Più di recente lo sport è divenuto oggetti di riflessione soprattutto da parte dell’etica e dell’etica applicata in particolare. Dopo gli anni ’70 il tema del doping e del potenziamento fisico, genetico, morale è diventato di estrema attualità, inserendosi a pieno titolo nel dibattito sul posthuman. Del calcio e dello sport si occupa, quindi, la filosofia morale in primis. Tuttavia, lo stretto nesso che lega lo sport al gioco, alle regole del gioco, all’agonismo, ha condotto più di un filosofo a interpretare lo sport come un fenomeno dalla valenza metafisica o addirittura religiosa: vedi Eugen Fink e Benrhard Welte.

Come mai il gioco del calcio ha raggiunto un tale successo planetario?
Partiamo dall’assunto che nel corso del ’900 lo sport in generale diventa un fenomeno di massa; da espressione di una elite politica e culturale – come avviene agli albori con la nascita del tennis, del rugby o del football – diventa strumento di emancipazione, luogo nel quale intere fasce di società, tradizionalmente ai margini della vita sociale, partecipano attivamente alla vita pubblica. Si pensi al lungo dibattito tra calcio aristocratico e calcio plebeo, che spesso conduce alla nascita di squadre antagoniste e dei derby cittadini. Lo stesso uso ideologico che dello sport fanno i totalitarismi di segno opposto, quali il fascismo e il comunismo sovietico, indica l’appropriazione da parte della politica di un fenomeno, quello sportivo, che viene immediatamente percepito nella sua potenza dirompente, nella sua capacità di mobilitare le masse. All’interno di questo generale processo di promozione il calcio occupa un posto di primo piano e per certi versi unico. La diffusione a livello planetario avvenuta nel corso dei decenni testimonia la capacità di fare presa sui pubblici di tutto il mondo. Per quale motivo il calcio fa breccia nel cuore delle tifoserie? qual è la radice di tale successo? Secondo l’antropologo Desmond Morris, autore di un famoso libro dal titolo La tribù del calcio, questo sport, più degli altri, avrebbe il merito di attivare una serie di attitudini e competenze che in passato l’uomo esercitava nel corso delle battute di caccia. Nel calcio l’uomo, come in passato i suoi antenati nella caccia, ha modo di perpetrare quel tipo di attività originaria legata alla sopravvivenza, che richiedeva velocità, mira, resistenza, coordinamento di gruppo, gioco di squadra, astuzia, agilità, potenza… doti e abilità richieste parzialmente anche dagli altri sport, ma non tutte insieme e non con la medesima intensità. Secondo Bernhard Welte, invece, questo successo avrebbe radici più profonde. Esso nascerebbe dal fatto che nel calcio troverebbe piena espressione un archetipo del comportamento umano, una disposizione fondamentale dell’uomo in campi di battaglia, in gare di rivalità con avversari a cui contendere una vittoria; ma allo stesso tempo una predisposizione della natura umana alla ricerca dell’ordine continuamento desiderato e richiesto. Nel calcio, più che altrove, impulso agonistico e rituale agonistico – la regolamentazione a cui il combattimento sottostà – trovano un pieno equilibrio e una piena possibilità di manifestazione.

Quale valore escatologico possiede il calcio?
Ovviamente, interpretare il calcio in termini escatologici è una possibilità tutt’altro che scontata, per certi versi inattesa, e tuttavia è proprio quella che Bernhard Welte predilige. Filosofo della religione tra i più eminenti del ’900, amico e concittadino di Martin Heidegger, maestro di Bernhard Casper, professore per decenni presso la cattedra di Cristliche Religionsphilosophie della Ludwig Universität di Freiburg i.B., Welte guarda al gioco come simbolo dell’esistenza e allo sport del calcio come emblema di una irrinunciabile tensione dell’uomo verso una società e un mondo più ordinati e pacificati. L’impulso agonistico pone sin da subito l’uomo all’interno di una partita, di un campo di scontro nel quale esercitare questa sua innata propensione alla contesa; contesa che, nonostante i singoli scontri e le singole battaglie, continua a riproporsi incessantemente, partita dopo partita, quasi a dimostrazione di una sua radice mitica. La gara di rivalità tra avversari, tuttavia, è sempre pronta a trasformarsi in uno scontro di ostilità fra nemici, il cui esito è incerto fino alla conclusione. Il fatto, tuttavia, che esistono regolamenti e arbitri che presiedono all’applicazione dei regolamenti, serve nel gioco e nel calcio a impedire che avvenga questo travalicamento. Il gioco sportivo è una sorta di anticipazione del principio speranza di Ernst Bloch, la testimonianza che una forma di convivenza pacifica e pacificata, ordinata è possibile: la testimonianza di un confronto-scontro civile, di vivaci conflitti, che indicano un perfetto equilibrio tra la vitalità dell’esistenza e l’ordine. In termini teologici giocare a calcio, contenere i conflitti all’interno di un rituale prelude a una forma di convivenza perfetta, a una forma di vita irrealizzabile nella storia, e che dunque trova un suo pieno corrispettivo in ciò che nella Bibbia viene definito il Regno di Dio. L’agonismo sportivo, nella sua capacità di consentire una tensione pacifica, è un’anticipazione del Regno di Dio.

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  • Welte, Bernhard (Autore)

Quale funzione svolge il gioco, e in particolare quello propriamente agonistico?
Come ci insegna l’antropologo Roger Caillois ne I giochi e gli uomini, esistono molti tipi di gioco, ma in fondo riducibili a quattro prototipi fondamentali: i giochi di fortuna, i giochi di finzione, i giochi di vertigine e quelli propriamente agonistici; quindi, per esemplificare, i giochi dei dadi, quelli in maschera, quelli della trottola e quelli sportivi. Ora, sin dalle origini, l’agone, la competizione sportiva, era in stretto collegamento con la battaglia vera e propria, con lo scontro bellico, di cui spesso erano una preparazione. Pensiamo che agli esordi delle olimpiadi greche, le gare di corsa venivano gareggiate indossando le armature militari. Lo scontro regolamentato sin dall’inizio appare in stretto collegamento con lo scontro vero e proprio, di cui rappresenta tanto una propedeutica quanto un’attenuazione. Secondo Welte, tale orizzonte di rivalità e di scontro è proprio della natura umana, né è pensabile che possa essere rimosso; tanto che sin da bambini e a prescindere dai condizionamenti culturali ci si muove all’interno di questa modalità di azione. Il rischio intrinseco a tale modalità, tuttavia, è, come dicevamo, la caduta in una ostilità indomabile, nella quale l’impulso agonistico diventi senza freno e potenzialmente distruttivo e insensato. Nella partita, invece, l’impulso agonistico e il rituale agonistico vanno di pari passo, cosicché quella potenza che nella storia è continuamente pronta a tracimare, nell’agonismo si «mantiene nei limiti di un gioco sensato». Per certi versi questo sforzo di contenimento tenta di farsi strada anche nella realtà effettuale; i tentativi di ricondurre la sfrenatezza dell’ostilità nell’alveo di una leale rivalità possono essere rintracciati nell’istituzione medievale della Pace di Dio, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nell’istituzione della Croce Rossa: tutti sforzi di rendere l’inimicizia un gioco umano. Tuttavia, l’esito è sempre incerto, incompleto e mai duraturo.

In che modo il calcio rappresenta una «metafora della vita»?
Esattamente in questo modo. La vita è un gioco con la sorte, buona o cattiva, che noi, direbbe Machiavelli, possiamo controllare solo per la metà che ci riguarda, come possiamo fare la nostra parte rincorrendo una palla che tuttavia sceglie le sue traiettorie, benevole o malevole – e sappiamo cosa voglia dire, dopo i Campionati europei di calcio in Inghilterra, vedere rimbalzare una sfera nella parte interna o esterna di un palo. La vita viene giocata con le carte di cui disponiamo, facendo i conti con l’imprevedibile che sfugge al nostro controllo, contendendo spesso ad altri concorrenti il risultato finale. Questo scenario, direbbe Welte, vede l’uomo agire in un campo di contese – la concorrenza nel libero mercato potrebbe esserne un esempio – che rischia continuamente di trasformarsi in un campo di battaglia, se non intervengono regolamenti, leggi, norme a contenere tale rischio; nella vita spesso inutilmente, nel gioco e nello sport quasi sempre con successo. Sarà questo uno dei motivi per i quali assistiamo a una progressiva ‘sportivizzazione‘ della vita?

Oreste Tolone è ricercatore senior di Filosofia morale presso l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Si è occupato soprattutto di Filosofia della religione, Antropologia Filosofica e Antropologia Medica, con particolare attenzione ad autori quali Helmuth Plessner, Arnold Gehlen, Adolf Portmann, Viktor von Weizsäcker, Romano Guardini e Bernhard Welte. Ha curato, per la Morcelliana di Brescia, i volumi dell’Opera Omnia di Romano Guardini dedicati a Dante: Studi Danteschi XIX/1 e La Divina Commedia di Dante. I principali concetti filosofici e religiosi XIX/II. Tra i suoi principali lavori: Homo absconditus. L’antropologia filosofica di Helmuth Plessner (Napoli 2000), Bernhard Welte. Filosofia della religione per non credenti (Brescia 2006), Il sorriso di Adamo (Genova-Milano 2008), Alle origini dell’antropologia medica. Il pensiero di Viktor von Weizsäcker (Roma 2017), Guardini e la filosofia di Dante (Brescia 2021).

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