“Filosofe. Dieci donne che hanno ripensato il mondo” di Francesca Romana Recchia Luciani

Prof.ssa Francesca Romana Recchia Luciani, Lei è autrice del libro Filosofe. Dieci donne che hanno ripensato il mondo, edito da Ponte alle Grazie. La filosofia è stata, nei secoli, un ambito prettamente ed esclusivamente maschile, una «regione culturale» – come scrive nel libro – «non solo inibita alla libera circolazione da parte delle donne, ma per di più animata spesso da una feroce misoginia»: per quali ragioni, per molto tempo, non c’è stato posto per donne pensatrici?
Filosofe. Dieci donne che hanno ripensato il mondo, Francesca Romana Recchia LucianiPartiamo dalle origini: il logos occidentale si evolve come fallologocentrismo (termine utilizzato sia da Luce Irigaray che da Jacques Derrida) proprio a partire dall’esclusione delle donne dalla polis, dalla loro inferiorizzazione che, di conseguenza, genera una società gerarchizzata e strutturata secondo dislivelli rispetto alla scala dell’umanità. Pertanto, è un’episteme così plasmata ad aver prodotto la filosofia in Occidente, illusoriamente inteso come sapere libero, ma in realtà discriminatorio e ingiusto ab origine. Nel mio testo, cerco di spiegare che la ragione più evidente è indubbiamente l’ignoranza cui sono state costrette le donne, in Occidente quasi fino al XX secolo e altrove ancora oggi. Alla prolungata costrizione al “non sapere” va aggiunto che questa condizione storica è stata naturalizzata al punto da considerare le donne fondamentalmente prive di quella razionalità sufficiente a renderle capaci di filosofare, identificandole con la natura piuttosto che con la cultura, affidando loro i compiti della riproduzione sociale mentre gli uomini si assicuravano, in via esclusiva, quelli della produzione culturale e spirituale. Si può anche affermare, come fa Irigaray, che è proprio sull’esclusione delle donne, e sulla sottostante misoginia, che si è fondata nel tempo la filosofia.

In che modo le dieci filosofe protagoniste del Suo libro mostrano che, una volta che alle donne sia stato lasciato spazio di riflessione e di attivo esercizio intellettuale, esse hanno saputo occuparlo con piena padronanza concettuale e con una straordinaria originalità?
Si tratta di dieci pensatrici fondamentali per la produzione teoretica del XX e del XXI secolo, le quali, sia che si siano identificate col femminismo (come Simone de Beauvoir, Carla Lonzi, Audre Lorde, Silvia Federici e Judith Butler), sia che abbiano intrapreso invece un pensiero in proprio e spesso in grande solitudine (come Lou Salomè, Simone Weil, Hannah Arendt, María Zambrano, Ágnes Heller), segnano con un’impronta profonda e originale l’interrogazione filosofica a seguire. Le loro inedite riflessioni aprono varchi inattesi e attivano percorsi imprevisti nel monolite del logos occidentale trasformandolo radicalmente, al punto da influenzare tutte le idee più significative elaborate a partire da loro e anche a lungo dopo, in modo più o meno riconosciuto ma sempre con sorprendente innovatività. Non è certo un caso che nel panorama odierno del pensiero filosofico, non solo occidentale, i nomi più rilevanti in assoluto sono tutti femminili o di persone che non si identificano con il soggetto maschile che per millenni si è concepito come universale paradigma dell’umano e solo produttore di idee e di pensiero. Insomma, il presente e il futuro della filosofia, ormai da qualche decennio, non parla più con la sola voce maschile, anzi le voci plurali di donne e nuove soggettività la stanno finalmente soppiantando aprendo a visioni e prospettive inesplorate che provengono da chi troppo a lungo è stato forzatamente escluso dall’elevato mondo della produzione culturale.

L’elemento segnante della produzione teorica di queste donne sta proprio nell’intreccio tra pensiero ed esistenza: come si intersecano, per ognuna di esse, vita e filosofia?
Nel libro questa tesi è centrale per il percorso euristico che costruisco. Infatti, scrivo di donne che hanno vissuto autentiche “vite filosofiche“, ovvero che hanno intrecciato, in ogni punto e reciprocamente, il pensiero con l’esistenza nel senso letterale di aver adottato, anche senza essere femministe, il motto femminista “il personale è politico”, proprio nel praticare la filosofia assumendo come avvio della riflessione e suo svolgimento il “partire da sé”. La loro è una filosofia che morde la vita, che afferra il presente come suo oggetto principale perché loro pensano a partire da esperienze reali, vissute e sperimentate in prima persona. È su quella roccia che edificano il loro personale filosofare, le loro riflessioni non indulgono all’astrazione, piuttosto si radicano profondamente nella spessa realtà delle cose percepite, dei fatti esperiti, degli incontri concreti, delle relazioni intraprese. È sempre un pensiero del concreto che solo a partire dal reale e dal particolare imbocca la via della riflessione concettuale sull’universale. Frequentano il mondo delle idee senza mai perdere di vista la loro provenienza dal mondo degli oggetti reali e degli esseri effettivamente esistenti, dai propri e dagli altrui vissuti effettivi che abitano la materia della realtà vivente.

La prima ad aprire la sequenza di filosofe è Lou Salomé, che nasce nel 1861: in che modo, con lei, si realizza un passaggio epocale?
L’intellettuale colta e raffinata Lou Salomè celebra la vita in tutte le sue forme, non può più di certo essere ricordata, come è stato per un tempo decisamente troppo lungo, come la donna più desiderata e amata dall’intellighenzia al volgere del Novecento, merita invece che le venga riconosciuta l’eccezionale pluralità di interessi che coltiva con grande efficacia e profondità e che le consente di scrivere centinaia di saggi di filosofia e psicanalisi, riflessioni autobiografiche e acute descrizioni degli uomini eccezionali che ha incontrato nella vita, da Nietzsche a Rilke, da Tolstoj a Freud, relazionandosi con loro sempre alla pari in uno scambio di idee e di opinioni ininterrotto. In tal senso, è una donna “nuova” rispetto alla tradizione di sottomissione patriarcale cui le sue contemporanee erano ancora inchiodate. Una donna la cui emancipazione concreta è nell’audacia delle idee, nel disprezzo per le stereotipizzazioni, nell’originalità delle passioni, nell’ampiezza degli interessi intellettuali.

Quali trappole disseminate sulla strada della liberazione delle donne ha disvelato Simone de Beauvoir?
È la filosofa della liberazione delle donne, la prima a comprendere a fondo che la società plasma il destino femminile di assoggettamento perché così il dominio maschile sulle donne possa perpetuarsi, la prima a denaturalizzare i ruoli che la gerarchia patriarcale vuole eterni e immodificabili per garantirsi, attraverso ripetute forme d’oppressione, la sua stessa inattaccabilità. Per di più, lei è anche la prima a scorgere le difficoltà che le donne stesse incontrano sulla strada dell’autodeterminazione, a partire dai ruoli giocati da loro stesse, attraverso la maternità o l’educazione o l’incapacità di sottrarsi alle aspettative sociali, nell’assicurare la solida resistenza di un sistema di dominio di un sesso sull’altro. Individua così, con inedita chiarezza, che i principali ostacoli alla liberazione delle donne dal giogo dell’oppressione sessista e patriarcale sono i ruoli e le aspettative introiettate, derivate da un’idea errata di naturalezza che non tiene conto della rilevanza dei costrutti sociali nella strutturazione delle gerarchie, nell’oppressione maschile che connota la condizione femminile da secoli.

Che ruolo svolge, secondo Judith Butler, il «corpo politico» delle donne nella battaglia per l’autodeterminazione di genere e contro tutti i fascismi?
Butler è la più influente filosofa del presente, la sola che riesca, raccogliendo l’eredità biopolitica di Michel Foucault, ad offrire una lettura sistemica e articolata delle forme multiple e sovrapposte del dominio, della capacità estrema del potere di infiltrarsi nelle vite e nella psiche delle persone, controllandone ogni aspetto dell’esistenza e comprimendo libertà e diritti. La sua postura teorica è autenticamente femminista perché nella sua riflessione, sin dal geniale Gender Trouble, è sempre stato centrale il tema della politicità di tutti i corpi non conformi allo standard maschiocentrico ed eterobinario. In particolare, ha evidenziato che il dominio e il controllo sul corpo delle donne è totalmente di natura storico-politica per via delle sue potenzialità riproduttive, così importanti per la conservazione dell’equilibrio sociale tradizionale. Butler ha consentito così al pensiero contemporaneo di concentrarsi su tale questione del corpo politico, anche portandosi al di là della tesi foucaultiana del biopotere, quasi come il suo necessario ampliamento in direzione di un accoglimento di tutte le istanze e le rivendicazioni dei diritti ad autodeterminarsi per ogni soggettività incarnata che abita il presente: le donne, le persone della comunità LGBTQI+, i corpi non conformi o considerati fuori norma, gli esseri viventi ovunque minacciati dalla violenza fascista. La sua è una grande rivoluzione concettuale.

In che modo queste intellettuali sono uno straordinario modello di ripensamento del mondo che addita alle giovani generazioni un progetto rivoluzionario?
Sono convinta che nel liberare se stesse e nell’esercitare con passione il libero pensiero, queste pensatrici abbiano liberato anche noi come loro eredi e la filosofia stessa dai suoi millenari allacciamenti a una razionalità conchiusa e standardizzata. Loro sono, inoltre, la prova vivente e incarnata che le donne filosofe sono in grado di inaugurare modalità di riflessione e di speculazione anticonformiste, meno paludate e più rischiose. Non si arrendono alle regole della logica, con tutti i suoi infingimenti, ma pensano “senza ringhiera” come Arendt, o attraverso la poesia, come Zambrano o Lorde, o contro i paradigmi culturali più consolidati, come Beauvoir e Lonzi, o al di fuori delle norme sociali della tradizione, come Butler e Federici, o in opposizione alla violenza e alla forza come Heller e Weil. Insomma, sono anche esempi eccezionali di come possa viversi un’esistenza improntata alla filosofia, oltre che di audacia intellettuale che è proprio ciò che sembra invece disertare, tranne che per rarissime eccezioni, il campo del filosofare oggi, e che è invece ciò di cui più si sente la necessità in tempi oscuri, ingiusti e minacciosi come quelli che stiamo vivendo.

Francesca R. Recchia Luciani, Ph.D., è Professoressa Ordinaria di Storia della filosofia contemporanea nell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro