Professor Beltrami, Lei è autore del libro La filologia romanza pubblicato per i tipi del Mulino: quali mutamenti linguistici sono intervenuti nel passaggio dal latino alle lingue romanze?
La filologia romanza di Pietro G. BeltramiPosta così questa domanda potrebbe essere il titolo di una grammatica storica delle lingue romanze, e faccio notare che l’opera ancora oggi di riferimento, quella di Heinrich Lausberg del 1971, supera le 500 pagine pur essendo molto stringata. Ma cerco di indicare qualche punto più generale. Il latino è una lingua con declinazioni, che cioè indica la funzione sintattica delle parole con delle desinenze: per es. lupus, canis, nominativi, esprimono il soggetto; lupum, canem, accusativi, esprimono l’oggetto; lupus canem vidit, canem lupus vidit e lupus vidit canem significano ugualmente ‘il lupo vide il cane’, ma la posizione normale dell’oggetto è prima del verbo. Già nel latino tardo parlato questo sistema si è molto ridotto, e nelle lingue romanze non si trova più, con qualche eccezione (oggi solo il romeno, nel Medioevo anche il francese e il provenzale, con declinazioni comunque molto ridotte): soggetto e oggetto sono espressi dall’ordine delle parole (le frasi il lupo vide il cane e il cane vide il lupo dicono due cose opposte), e in generale l’ordine delle parole tende a diventare più o meno rigido (il massimo della rigidità è in francese); la posizione normale dell’oggetto è dopo il verbo. Più in generale, in latino il determinante precede il determinato, per es. l’ordine normale è militis gladium ‘del soldato la spada’, mentre nelle lingue romanze lo segue, la spada del soldato. Questo cambiamento d’ordine, che tecnicamente si dice passaggio dall’ordine ‘a sinistra’ (oggetto prima del verbo, determinante prima del determinato) all’ordine ‘a destra’ (oggetto dopo il verbo, determinante dopo il determinato) è uno dei grandi mutamenti strutturali. Un altro, concomitante, è il passaggio da forme sintetiche a forme analitiche, cioè da forme in cui il valore grammaticale è espresso con desinenze ad altre in cui esso è espresso con elementi distinti: con le preposizioni nel caso dei nomi, per es. del soldato al posto di militis (caso genitivo); con gli ausiliari nel caso dei verbi, per es. sono lodato (passivo con ausiliare essere) al posto di laudor (passivo con desinenza propria), e a questo proposito si può citare la formazione del passato composto (‘passato prossimo’ in italiano: sono venuto), con ausiliare avere o essere (l’evoluzione del sistema dei verbi è un capitolo lungo e complesso) Nei nomi, il latino aveva tre generi, maschile femminile e neutro, mentre nelle lingue romanze (tranne il romeno e alcuni dialetti italiani centromeridionali, ma in forme diverse dal latino) i generi si sono ridotti a due, maschile e femminile. Ancora, le lingue romanze hanno l’articolo, che il latino non aveva: se ne possono seguire le origini in testi del latino tardo in cui i dimostrativi ille ‘quello’ e ‘ipse’ ‘questo, quello stesso’ sono usati in modo simile a come si userà poi l’articolo (da ille, dalla forma illum, l’articolo italiano lo, da cui deriva il; da ipse, dalla forma ipsum, l’articolo sardo su). È cambiato anche profondamente il sistema fonologico (vocali e consonanti), come sarebbe troppo lungo specificare ora; cito solo un fatto molto importante che riguarda le vocali: in latino si oppongono vocali brevi e lunghe, e si possono distinguere due parole perché una ha una vocale breve e l’altra la stessa vocale lunga (per es. venit con e breve ‘viene’, con e lunga ‘venne’); nel latino tardo parlato questa opposizione è caduta e il sistema si è ristrutturato in più modi (nel tipo più comune, per es., e lunga e i breve si sono unite in e chiusa: pira, plurale di pirum, con i breve, è diventato pera con e chiusa come tela che aveva e lunga, e di qui it. pera e tela, fr. poire e toile ecc.). Il lessico delle lingue romanze contiene un nucleo di parole del latino parlato e scritto prima della frammentazione dell’impero, che si sono conservate in tutte (per es. avere, lat. habere); molte altre sono cadute, per es. equus ‘cavallo’ (presente come base in parole dotte, come equino), sostituito da caballus (che era solo il cavallo da lavoro). Il lessico si è poi arricchito continuamente di parole derivate da altre lingue (anticamente soprattutto le lingue germaniche), passate in tutte le lingue romanze o solo in alcune, e mediante la formazione di parole nuove all’interno di ogni lingua. Il lessico è d’altro canto la parte più tipicamente in continua evoluzione, e il prestito da altre lingue (oggi in misura maggiore dall’inglese) e la formazione di parole nuove si vedono continuamente nella vita quotidiana.

Attraverso quali diverse teorizzazioni si è giunti alla geografia linguistica?
Nonostante qualche precedente di minore importanza, la geografia linguistica si può far risalire all’impresa dell’Atlas linguistique de la France (Atlante linguistico della Francia) di Jules Gilliéron (1902-1910, su materiali raccolti dal 1897 al 1901). L’atlante di Gilliéron, come poi i successivi numerosi atlanti linguistici (alcune centinaia, oggi, quelli di lingue romanze), è prima di tutto una ricerca dialettologica, che documenta tutte le forme in cui un concetto (una parola, per es. ‘ape’) o una breve frase si presenta in tutte le varietà linguistiche della Francia. La ricerca dialettologica, che ha come oggetto lingue vive, era iniziata in forma scientifica moderna con gli studi di Graziadio Isaia Ascoli sul ladino (1873); mentre Ascoli si serviva prevalentemente di fonti scritte, è nuovo nel lavoro di Gilliéron, almeno in forma sistematica, il ricorso all’indagine sul terreno. Dal punto di vista teorico, la geografia linguistica nasce nel contesto delle discussioni intorno alla linguistica dei cosiddetti Neogrammatici (il ‘manifesto’ teorico di Osthoff e Brugmann è del 1878). Questi avevano fissato, per i mutamenti fonetici, i principi della legge fonetica e dell’analogia: un mutamento che avviene in determinate condizioni si riproduce sempre uguale a parità di condizioni (per es. in francese la a tonica del latino diventa e se in latino era finale di sillaba: pratumpré come maremer ecc.), salvo che intervenga l’analogia, cioè la tendenza a rendere simili tra loro forme collegate (per es. in italiano io levo ha perso il dittongo dell’italiano antico, lievo, regolarmente da e breve latina tonica in fine di sillaba, per analogia con le forme in cui il dittongo non c’era perché e non era tonica, come levare). Però questo è valido, come precisano gli stessi Neogrammatici, all’interno di una precisa lingua o dialetto; ora l’osservazione di altri (Schuchardt, Paul Meyer) è che, tolte le lingue codificate (lingue letterarie o ufficiali), le varietà linguistiche parlate (quelle che chiamiamo dialetti) sfumano una nell’altra, senza che si possano definire precisi confini. Dal canto suo, Gilliéron non rifiuta i principi neogrammaticali, ma osserva che essi permettono al massimo di collegare mediante corrispondenze fonetiche il punto di partenza e il punto di arrivo (una parola latina e la parola romanza che ne deriva), perdendo però di vista la vita della parola, che è invece oggetto della geografia linguistica mediante l’indagine sul terreno e l’interpretazione dei dati, in particolare lo studio dei conflitti di parole e dei problemi espressivi che hanno dato luogo a nuove soluzioni. Per es. l’uso, in Guascogna, di parole, del tipo bigey, derivate da vicarius per designare il gallo dipende secondo Gilliéron dal fatto che in quell’area –ll finale è diventata –t, e di conseguenza sia gallus sia cattus (gattus) sono diventati gat, creando un conflitto che si è risolto con una nuova parola per il gallo; perciò dire semplicemente che bigey è un esito fonetico di vicarius (vicarium), che pure è vero, non chiarirebbe il problema.

Di quali strumenti si serve la filologia romanza?
Parlando di strumenti concettuali, il primo strumento della filologia romanza è la linguistica romanza. La filologia, infatti, è studio di testi, sotto vari punti di vista che comprendono il problema delle fonti e l’edizione critica (il testo che leggo in una o più copie corrisponde, e fino a che punto, a com’era in origine?), l’interpretazione puntuale (il significato letterale) e l’interpretazione storica; la linguistica è studio di sistemi linguistici, che per le lingue del passato si serve di testi (dunque la filologia è a sua volta uno strumento per la linguistica). In effetti la formazione di un filologo romanzo comincia dalla conoscenza della linguistica storica, come si vede anche dal mio manuale, che in questa parte continua una tradizione consolidata. Per i problemi linguistici, gli strumenti a cui si ricorre sono principalmente le grammatiche storiche, i dizionari etimologici e storici, i commenti linguistici ai testi. Gli studi filologici, nella scuola italiana, riguardano essenzialmente il Medioevo, e in questo campo, soprattutto per alcune letterature medievali, sono stati recentemente allestiti strumenti in rete di grande efficacia: per es., per i trovatori provenzali, la Bibliografia Elettronica dei Trovatori (BEdT) di Stefano Asperti; per i trovatori galego-portoghesi, il corpus medievale del Centro Ramon Piñeiro di Santiago de Compostela ecc. Naturalmente si ricorre a repertori bibliografici e metrici anche a stampa (prezioso, oggi, il catalogo dei manoscritti francesi e provenzali databili al XII secolo di Maria Careri e altri), e si studiano le grandi opere di sintesi. Un fatto nuovo degli ultimi tempi è che varie biblioteche stanno digitalizzando in rete i loro manoscritti: quella più avanti è la Bibliothèque Nationale de France (sito Gallica), ma stanno procedendo bene anche la Vaticana, la Biblioteca Nacional di Madrid e così via; questo dà nuove opportunità per lo studio dei testi medievali.

Qual è stato il ruolo della scrittura nella genesi delle lingue romanze?
Se si parla della genesi delle lingue romanze, questa avviene nel parlato; ancora all’epoca in cui le lingue romanze cominciano ad apparire nelle scritture (dal sec. IX, salvo i volgarismi contenuti in testi latini precedenti), l’opposizione è tra lingua scritta latina e lingua parlata romanza. Questo significa la formazione di un insieme di varietà che, come si diceva sopra, sfumano una nell’altra, con caratteristiche comuni nelle diverse grandi aree romanze: iberoromanza, galloromanza, italoromanza (il romeno non ha nessuna documentazione fino al Cinquecento). Il passaggio alla scrittura avviene per gradi; probabilmente è più antico delle prime attestazioni, e per i secoli per i quali sono rimasti pochissimi testi (dal IX all’XI) è più frequente di quanto dica la documentazione, ma altrettanto probabilmente le eventuali scritture romanze non erano considerate degne di essere conservate. Già nel parlato, probabilmente, si erano create varietà non solo locali, intorno a centri di prestigio; la scrittura ha favorito la formazione di lingue letterarie con un certo grado di standardizzazione, alcune di queste di grande prestigio, come la lingua dei trovatori provenzali, che sono stati il modello della poesia lirica di tutta Europa, e il francese (che però si scriveva in più varietà distinte), che ha circolato in tutta l’area romanza e non solo (e fino nell’Oriente delle crociate). L’uso nelle cancellerie si è instaurato in epoche diverse; nella Francia meridionale, di lingua d’oc, era corrente già dal sec. XII, mentre nella Francia settentrionale, di lingua d’oïl, è cominciato molto più tardi. In generale, tutta l’area galloromanza (francese e provenzale) è più precoce; la letteratura galloromanza precede di un buon secolo quella nelle altre lingue romanze. In Italia, la cui letteratura è piuttosto tarda, è caratteristico l’uso del volgare nelle scritture dei mercanti, che a quanto pare era corrente fin dall’inizio del Duecento.

Quali altre tradizioni linguistiche si sono innestate nel processo?
Nell’evoluzione del latino parlato hanno avuto una parte le lingue che si parlavano prima del latino dove poi il latino si è imposto (si dicono in generale lingue di sostrato): le lingue italiche nell’Italia centrale e meridionale interna (umbro e osco le più importanti), il greco sulle coste, l’etrusco a nord di Roma e, anticamente, fino in Italia settentrionale, le lingue celtiche in gran parte dell’Italia settentrionale (tranne il Veneto) e in Gallia, le antiche lingue iberiche e così via. Certamente da queste lingue, in misura variabile, sono passate in latino molte parole; che abbiano influito anche sull’evoluzione fonetica è stato un argomento di discussione fin da Ascoli; nella linguistica moderna l’influsso del sostrato sui mutamenti fonetici è in genere molto ridimensionato. Nella fase successiva, a partire dalla invasioni germaniche, sono importanti i rapporti con le lingue dei conquistatori (cosiddette lingue di superstrato), soprattutto lingue germaniche, che non si sono imposte (ha prevalso il latino, s’intende nelle forme che assumeva con l’evoluzione che ha dato luogo alle lingue romanze), ma hanno molto influito sul lessico; anche in questo caso l’eventuale influsso sui mutamenti fonetici è stato argomento di discussione, ma è accettato solo per fatti molto limitati (h iniziale germanica, che in francese, ma non altrove, è rimasta come h ‘aspirata’, che fa sì che la parola sia trattata come se iniziasse per consonante: fr. haut, dal lat. altus, altum, per influsso del germanico hoh, ted. hoch). L’arabo è stata una fonte importante di lessico, soprattutto nelle lingue iberiche e in parte in Sicilia, a causa della conquista, ma anche per i lunghi rapporti di incontro e scontro sul Mediterraneo.

Appare caratteristico, nella letteratura del medioevo romanzo, l’utilizzo di lingue diverse dalla propria lingua madre da parte di molti autori: a cosa era dovuto tale fenomeno?
All’ingrosso le lingue letterarie medievali hanno una base nell’area in cui hanno avuto origine le diverse letterature, ma non bisogna dimenticare che nel Medioevo non esistono nazioni nel senso moderno, e non esiste l’identificazione fra lingua e nazione o nazionalità che ha tanta importanza oggi, e ha origine, come il concetto moderno di nazione, nell’ideologia di fine Settecento e inizio Ottocento. Questo non vuol dire che non esistano identità, che sono invece vive e numerose, anche se non corrispondono necessariamente a quelle di oggi, come non corrispondono sempre ai gusti e agli usi letterari. In parte, la lingua si lega al genere letterario: la canzone dei trovatori (poesia lirica, ma indissolubilmente legata al canto) si esporta fin dalla metà del XII secolo in Catalogna, e lì si fa poesia in provenzale fino a tutto il Trecento, ma negli altri generi, in particolare in prosa, si scrive in catalano; e così in Italia settentrionale la canzone è provenzale per buona parte del Duecento, fino a quando nella poesia lirica s’impone la moda del toscano (che al nord è a suo modo una lingua straniera, all’epoca: l’italiano lingua nazionale, e per soli letterati, è un affare del Cinquecento). Nella Francia del nord, invece, la poesia lirica si fa in lingua d’oïl fin dalla metà del secolo XII; e l’esperienza lirica della corte siciliana di Federico II, nei primi decenni del Duecento, nasce in siciliano. Di qui, guardando anche ai provenzali, la riprendono i toscani in toscano, toscanizzando, nei canzonieri (antologie manoscritte) della fine del Duecento anche i testi dei siciliani, che in massima parte sono sopravvissuti solo in questa forma toscanizzata. In Galizia, Portogallo e Castiglia, le cui corti sono strettamente collegate da rapporti di famiglia, la poesia lirica si fa in galego-portoghese dalla fine del secolo XII; qui forse ha contato anche l’importanza del grande centro di pellegrinaggi, e perciò di aggregazione culturale, di Santiago de Compostela. Insomma, il gioco delle lingue è complesso e non va in una sola direzione. Su tutto, nel mondo romanzo medievale, fino almeno alla fine del Duecento, conta la forza di espansione della letteratura galloromanza (francese e provenzale), che è un modello per tutti; in un certo senso l’unità della letteratura romanza medievale, al di sopra delle letterature nelle diverse lingue che si usa separare un po’ artificiosamente nelle storie letterarie, sta nel fatto che ha un centro forte nel galloromanzo, intorno a cui tutto il resto ruota, in tutte le lingue; anche qui senza trascurare le caratteristiche particolari dei diversi centri letterari. Il francese, in particolare, è la lingua di commercio e di scambio in tutto il Mediterraneo, fino all’Oriente latino delle crociate, ma anche degli scambi commerciali; a parte la poesia lirica, è la lingua non latina più importante anche al di fuori della letteratura, a fronte del latino che è l’unica vera lingua di cultura riconosciuta, insegnata a scuola e usata nelle Università, la lingua in cui si sviluppano le creazioni originali del pensiero e della scienza. In questo campo, le lingue romanze sono lingue della divulgazione al di fuori del mondo dei chierici, e più di tutte il francese: Brunetto Latini scrive appunto in francese il Tresor, che è una compilazione originale, a fini divulgativi, tratta da testi latini, sia perché al momento è in Francia, come dice, ma anche, come pure dice, perché il francese è la lingua di più ampia diffusione; ma non bisogna nemmeno dimenticare che il Tresor fu subito tradotto ed ebbe un’ampia circolazione in toscano in Italia, in castigliano in Spagna, e anche in altre lingue minori.