Prof. Enrico Renna, Lei è autore del libro Filologia e scienza. Una panoramica sui saperi degli antichi edito da La scuola di Pitagora: quale spazio occupava la divulgazione scientifica nelle letterature greca e latina?
Filologia e scienza. Una panoramica sui saperi degli antichi, Enrico RennaUna vera e propria divulgazione scientifica si è affermata con il progresso effettivo delle scienze in età moderna e la diffusione delle nostre conoscenze si è avvalsa dello sviluppo della stampa. Nel mondo antico va tenuto presente che la circolazione dei libri era molto ridotta: si allestivano poche copie (volumina papiracei) ad opera degli scribi, di solito, per committenza pubblica (vd. biblioteche) piuttosto che privata (una biblioteca privata è attestata per il tragediografo Euripide). D’altra parte lo sviluppo scientifico, soprattutto in età ellenistica, con l’istituzione del Museo ad Alessandria, nell’Egitto dei Tolemei, facilitò la condivisione di esperienze tra dotti, che prendevano i pasti in comune. Si registrano nel mondo antico opere specifiche, innanzitutto, all’interno del Peripato (con Aristotele che studia la biologia animale e Teofrasto che studia quella vegetale) e poi come attività dei singoli scienziati (nei campi più disparati: dalla fisica alla geometria euclidea, dalla pneumatica di Erone alessandrino alle esperienze mediche di vivisezione animale e, addirittura umana, riferite da Celso, dalla biologia alla fitoterapia di Dioscoride). Un tratto notevole degli antichi è la compresenza in una stessa personalità di interessi disparati (si pensi, ad esempio, ad Eratostene, matematico, astronomo, geografo, ma anche poeta e filologo, che diventò Direttore della Biblioteca di Alessandria), nel segno di quella enkyklios paideia o “sapere circolare”, un’esigenza ripresa e fatta propria dall’ Encyclopédie degli illuministi D’Alembert e Diderot. Nell’antichità fonte inesauribile di notizie erudite forniscono i trentasette libri della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, pubblicata nel 77 d.C., e i quindici libri dei Deipnosophistai di Ateneo di Naucrati del II sec. d.C.

In che modo il binomio filosofia-scienza ha caratterizzato tanto la grecità del VI e V secolo quanto e ancor di più la cultura ellenistica ed ellenistico-romana?
Il binomio filosofia-scienza è alla base dell’origine del pensiero speculativo dei Greci. I manuali di “Storia della filosofia antica” si aprono tutti con la figura di Talete di Mileto, matematico e astronomo, innanzitutto, che ricercò l’arché, il principio originario di tutte le cose, ravvisato nell’acqua (hydor). Ma Talete seppe anche tradurre in pratica e sfruttare in chiave economica le sue conoscenze astronomiche: nell’àmbito della ‘crematistica’, cioè l’arte di procurarsi creativamente la ricchezza economica, il pensatore scaltro e attento, nella previsione di una raccolta eccezionale di olive, basata su precisi calcoli astronomici desunti dall’osservazione dei corpi celesti, realizzò una speculazione, basata sul tempismo e sull’incetta “intelligente” a prezzo basso dei frantoi. Realizzando il primo esempio nella storia di “monopolio”, egli ricavò notevoli guadagni dal nolo dei frantoi a prezzo molto più alto. Talete è il primo, in ordine di tempo, dei cosiddetti physiologoi, i pensatori ionici della scuola di Mileto, i quali, per Aristotele, nel primo libro della Metafisica, furono i primi a scrivere di filosofia, ma affrontarono altresì studi di matematica, dedicandosi all’osservazione astronomica e alla risoluzione di problemi tecnici. Si tratta dei cosiddetti filosofi (il termine philosophos, però, compare per la prima volta con Pitagora) presocratici, vissuti, cioè prima di Socrate, un vero e proprio spartiacque nella storia del pensiero antico, con il quale l’interesse si spostò dalla natura (physis) all’uomo (anthropos). Dopo Platone, sommo matematico, il binomio filosofia e scienza è ancora coniugato alla grande da Aristotele, il “loico” per eccellenza, sistematore dello scibile umano e grande studioso della biologia animale, non solo a livello tassonomico. In epoca ellenistica, con l’affermazione delle filosofie individualiste (Epicureismo e Stoicismo, soprattutto), che mirano cioè a prospettare la strada della felicità all’uomo non più polites ma cosmopolites, tale binomio si scinde e la scienza diventa anche un nobile trastullo (cf. Plutarco, Vita di Marcello 14) una sorta di svago di menti eccelse, come nel caso di Archimede di Siracusa. Va aggiunto, infine, che allo straordinario progresso del sapere scientifico in età ellenistica, reso possibile anche dal felice incontro tra la generosa politica culturale dei sovrani e l’iniziativa di scienziati come il peripatetico Stratone di Lampsaco (studioso di dinamica e di ottica), non corrispose un proporzionale sviluppo tecnico.

Quale attenzione ricevevano nel mondo classico i vari monstra e portenta?
I Greci, per effetto della deisidaimonia, il timore irrazionale degli dèi, che sconfina nella superstizione, non erano affatto inclusivi, a differenza di noi moderni, e scorgevano nelle nascite mostruose un pericolo per la stessa comunità: basti pensare soltanto alla tradizione dei bimbi malformati precipitati dal Taigeto nella Laconia. Persone ritenute pericolose per la comunità venivano allontanate in malo modo, esorcizzate secondo lo schema antropologico del pharmakos, l’uomo veleno, colpito da rami di fico e cipolle, schema già presente presso Ipponatte di Efeso, giambografo del VI secolo a.C. e noto presso la cultura ebraica con la dicitura di “capro espiatorio”. Tale schema è stato perfino riconosciuto nella vicenda dell’Edipo Re, la tragedia di Sofocle, ritenuta il dramma esemplare del teatro greco da parte di Aristotele.

A Roma, Cicerone (nel De divinatione a più riprese) rileva che nulla avveniva nisi auspicato: ovunque si riconoscevano signa e portenta inviati dagli dèi e riti di varia natura scandivano la vita dei Romani all’interno delle domus romane (si pensi alla presenza del lararium) e all’esterno. Per la purificazione dei campi (lustratio) ricordiamo il Carmen fratrum arvalium e il rito dei suovetaurilia. Lucrezio, nel De rerum natura, attribuì a merito indiscusso di Epicuro, salvatore del genere umano, l’aver sbaragliato la religio, il cui paradigma più rabbrividente era rappresentato dal sacrificio di Ifigenia, decretato da suo padre Agamennone, per ottenere una fausta partenza della flotta achea dal porto di Aulide in Beozia.

Particolarmente significativa per la registrazione dei prodigia è il Libro dei Prodigi (De prodigiis), di Giulio Ossequente, nel quale sono descritti eventi anomali ed eccezionali avvenuti a Roma e nei suoi domini, tutti desunti dalle Storie di Tito Livio o forse da una sua successiva epitome.

Qual era la concezione ellenica della physis?
La physis, “natura”, sotto il profilo etimologico connessa al verbo phyo, “generare” (cf. to phyuton: “la pianta”), era intesa dai Greci come un’entità creatrice, ordinatrice del Kosmos e, pertanto, divina. Nell’àmbito degli Inni orfici è compreso l’Inno alla natura in cui ci si rivolge a lei come “madre d’ogni cosa”, “madre d’infinita intelligenza”, “dea celeste e maestosa”. La centralità della natura si evince anche dal titolo Perì physios, “Sulla natura” di alcune opere dei Presocratici come quelle di Senofane di Colofone e di Parmenide di Elea.

La ricerca sui papiri ercolanesi ispira molti dei saggi contenuti nel libro: quale importanza riveste tale corpus per la conoscenza del mondo classico?
I papiri ercolanesi furono rinvenuti, tra il 1752 e il 1754, in cinque punti della cosiddetta Villa dei Papiri o dei Pisoni ad Ercolano, sepolta sotto una coltre di 27 metri di materiale piroclastico ad opera della immane conflagrazione del Vesuvio, avvenuta il 24 agosto del 79 d. C. (secondo i codici di Plinio il Giovane), o il 24 ottobre dello stesso anno (in base a una scritta a carboncino recentemente scoperta da Massimo Osanna a Pompei). I papiri, scambiati inizialmente per tizzoni ardenti andarono, prima dispersi, e, dopo, “scortecciati” da Camillo Paderni. Solo in séguito, grazie alla scoperta della “macchina” di Antonio Piaggio” (uno scolopio, linguista, archeologo ed esperto calligrafo) fu escogitato il sistema per lo svolgimento graduale dei papiri. I papiri di Ercolano rappresentano un unicum sia per la loro presenza al di fuori dell’Egitto greco-romano (cf., soprattutto, i papiri egiziani di Ossirinco) sia, soprattutto, per il loro contenuto specifico: formano, infatti, una biblioteca specializzata di testi greci epicurei (e stoici) di Epicuro, Metrodoro, Colote, Polistrato, Demetrio Lacone, Filodemo e, infine, di testi latini poetici, politici, giuridici. Per il settore greco, di straordinaria importanza è stato il recupero di alcuni libri del Peri physeos di Epicuro, l’opera capitale Sulla natura, che non era pervenuta a noi per altra via (la nostra conoscenza dei testi epicurei si basava, prima, essenzialmente, sul De rerum natura di Lucrezio e sulle Vite e dottrine dei filosofi illustri di Diogene Laerzio), mentre per il settore latino, il più notevole è il PHerc. 817, con una settantina di esametri di un carme sulla battaglia di Azio (2 settembre 31 a.C.).

Enrico Renna (Sapri 1955), dottore di ricerca in Filologia greca e latina, ha insegnato latino e greco nei licei di Stato per quasi quarant’anni. Ha collaborato con le Università L’Orientale e Federico II di Napoli. Tra le altre pubblicazioni, è autore di un manuale di sintassi greco-latina comparata per i Licei edito da Hoepli.

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