“Filologia dantesca” di Marco Grimaldi

Prof. Marco Grimaldi, Lei è autore del libro Filologia dantesca edito da Carocci: di quale utilità è la filologia per leggere e capire Dante?
Filologia dantesca, Marco GrimaldiLa filologia è indispensabile per leggere e capire Dante. Tutti i lettori dovrebbero sapere, ad esempio, che della Commedia non esistono autografi, o che i manoscritti conservati sono molte centinaia. Oppure che non esiste neanche un codice che contenga tutte le poesie liriche che oggi attribuiamo a Dante. Più nello specifico, conoscere i problemi filologici di opere come la Commedia, la Vita nova o il De vulgari eloquentia è utile, in generale, per capire che cos’è la critica del testo, poiché lo studio del modo in cui quei problemi sono stati affrontati nel corso del tempo dai vari editori consente di ripercorrere tutte le principali questioni metodologiche della filologia moderna applicata ai testi sia latini sia volgari. Ed è utile anche per comprendere perché è importante la storia della tradizione: la circolazione manoscritta e a stampa del corpus delle opere dantesche (e in particolare della Commedia e delle Rime) costituisce infatti un capitolo fondamentale di storia culturale tra Medioevo ed età moderna.

Quali problemi filologici pone la Commedia?
La tradizione della Commedia è del tutto peculiare nel quadro della letteratura italiana dei primi secoli, innanzitutto in ragione della sua ampiezza. I censimenti più completi contano approssimativamente ottocento testimoni, tra i quali circa seicento contengono almeno una cantica. È poi particolarmente rilevante la tradizione indiretta, soprattutto quella attestata dagli antichi commenti; ma sono considerevoli anche le citazioni in varie tipologie di opere: il poema viene infatti menzionato nei trattati di poetica e nelle prediche. Tali testimonianze non sono particolarmente significative per la costituzione del testo, ma risultano utili per ricomporre la storia della divulgazione. Il quadro della tradizione e quindi il lavoro filologico di ricostruzione del testo sono poi ulteriormente complicati dall’esistenza di una tradizione “in vita”. La Commedia viene infatti divulgata con tutta probabilità prima per canti o gruppi di canti e per cantiche e solo dopo la morte del poeta in forma completa e organica (forse per il tramite dei figli, in particolare Iacopo). Per l’ampiezza del testimoniale, per l’esistenza di una tradizione in vita che si intreccia con la circolazione della stesura definitiva, per la presenza di numerose botteghe di produzione seriale e per l’operato di copisti-editori come Giovanni Boccaccio, diviene inoltre fin da subito endemico il fenomeno della contaminazione. Tali caratteristiche hanno reso finora complessa l’opera di ricostruzione del testo della Commedia.

Come si è articolata la storia della tradizione dantesca?
Fino all’esilio, Dante è essenzialmente un poeta lirico, ed è noto soprattutto come l’autore della Vita nova. In una prima fase, quindi, le sue poesie viaggiano in due forme principali: isolate o in piccoli gruppi nei manoscritti antologici di lirica volgare e all’interno del libro della Vita nova, che come si sa è un prosimetro, come la Consolazione della Filosofia di Boezio, composto di poesia e di prosa. In queste due forme, tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, le opere di Dante circolano in Toscana, in Umbria e in Italia settentrionale, tra Bologna e il Veneto. Dopo l’esilio, Dante si dedica anche alla scrittura di opere di carattere filosofico: il Convivio, il De vulgari eloquentia e la Monarchia. Le prime due restano incompiute e il De vulgari, in particolare, ha infatti diffusione scarsissima. Il Convivio, che è invece certamente noto agli antichi commentatori e circolava senz’altro a Firenze subito dopo la morte di Dante, viene copiato soprattutto nel Quattrocento. La Monarchia ha una storia più complicata. Le conclusioni di Dante erano incompatibili con la teoria e la prassi del potere temporale della Chiesa e il trattato fu condannato al rogo tra la fine del 1328 e i primi del 1329. Ma la condanna è in realtà una testimonianza della diffusione delle tesi della Monarchia. Conosciamo infatti diverse reazioni all’opera dantesca, la più importante delle quali è il De reprobatione ‘Monarchie’ del frate domenicano Guido Vernani, una vera e propria confutazione, scritta tra il 1327 e il 1342. Il caso della Commedia, come spiegavo prima, è ancora diverso. Ma non si deve pensare che ogni opera faccia storia a sé. Poiché accade spesso che negli stessi manoscritti si trovino più opere, in realtà queste storie sono strettamente intrecciate. E lo è in particolare quella della Vita nova, delle Rime e della Commedia, che infatti si ritrovano tutte, significativamente, nei codici autografi di Giovanni Boccaccio, il più importante copista ed “editore” delle opere di Dante nel Trecento.

Come si è evoluta la critica testuale del capolavoro dantesco? E quali vicende hanno segnato la prassi editoriale della Commedia?
La critica testuale della Commedia si è sviluppata in parallelo all’evoluzione stessa della filologia moderna. Della Commedia si sono occupati infatti i più importanti critici ed editori antichi e moderni (da Pietro Bembo a Ugo Foscolo, da Karl Witte a Edward Moore, da Giorgio Petrocchi fino a Giorgio Inglese, Enrico Malato e Paolo Trovato) e sul testo del poema sono state messe alla prova tutte le principali metodologie filologiche. Ad esempio, per l’ampiezza della tradizione la Commedia ha reso finora problematico effettuare una collazione completa di tutti i testimoni, che è un obiettivo fondamentale della filologia moderna, ed è stato quindi necessario elaborare e raffinare procedure alternative, come la collazione per loci critici. Per la Commedia è risultato inoltre difficoltoso, finora, dimostrare l’esistenza di un archetipo. Come si sa, condizione necessaria affinché si possa dimostrare la discendenza da un archetipo è che tutti i testimoni conservati presentino almeno un errore non poligenetico in comune. Quello della Commedia è uno dei molti casi in cui, come accade specie nelle tradizioni delle opere volgari, l’archetipo è o indimostrabile o è dimostrato sulla base di un numero generalmente molto ridotto di errori.

Ma la Commedia è un campo di studi particolarmente fecondo anche dal punto di vista della storia della tradizione. Lo studio del poema ci consente infatti di osservare contestualmente due distinte tipologie di trasmissione. Da un lato ci sono infatti le numerose botteghe e gli atelier di copisti “a prezzo” che realizzano numerose copie della Commedia con procedure di tipo pre-industriale e che nel Trecento si addensano in centri come Firenze. E dall’altro c’è una produzione di carattere editoriale, fatta soprattutto da copisti “per passione”, che sono spesso letterati ed eruditi, come appunto Giovanni Boccaccio.

Quale contributo offrono le tecnologie digitali alla filologia dantesca?
La rivoluzione digitale che ha investito le discipline umanistiche negli ultimi decenni non poteva non riguardare anche le opere di Dante. Le risorse oggi disponibili, soprattutto in rete, sono molteplici. Ci sono strumenti bibliografici come la Bibliografia Internazionale Dantesca. Ci sono banche dati testuali come il Dartmouth Dante Project, che consente la consultazione integrale degli antichi commenti. C’è la raccolta delle opere complete disponibile sul sito della Società Dantesca Italiana o ancora il progetto Dante Sources, con il quale è possibile effettuare ricerche all’interno delle opere e delle principali fonti. Ci sono infine gli archivi digitali come l’Illuminated Dante Project, un repertorio codicologico e iconografico di tutti gli antichi manoscritti illustrati della Commedia.

Nella maggior parte dei casi, come generalmente accade, tali risorse utilizzano e rendono disponibili in rete i testimoni e i testi allestiti per le edizioni a stampa. Sono invece rare le edizioni originariamente concepite in formato digitale. L’unica eccezione, per ora, è quella della Monarchia. È ragionevole prevedere che gli sviluppi futuri dell’informatica umanistica metteranno a disposizione in rete un numero sempre maggiore di testi, di trascrizioni e di codici e che sarà quindi possibile, in teoria, conservare, consultare e confrontare tutti i testimoni delle opere antiche e moderne. Il vantaggio, a ogni livello, è indubitabile. Tuttavia, benché la possibilità tecnica di presentare ed esaminare contemporaneamente testi paralleli possa far credere che questi testi abbiano tutti lo stesso identico valore, il filologo dovrà sempre esprimere un giudizio sul valore specifico dei singoli testimoni, ricostruirne le relazioni e ordinarli in un sistema gerarchico. Di fronte alla rapida evoluzione dell’informatica umanistica, il filologo non dovrà illudersi che il documento sia più vero del testo ricostruito.

Marco Grimaldi insegna Filologia italiana alla Sapienza, Università di Roma. Si occupa prevalentemente di letteratura italiana e romanza del Medioevo. Oltre a numerosi articoli sulle principali riviste di filologia e letteratura, ha pubblicato un libro sui trovatori (Allegoria in versi, 2012), un commento alle Rime di Dante (2015-2019) e due saggi divulgativi (Dante, nostro contemporaneo, 2017; La poesia che cambia. Come si legge Dante, in corso di stampa). Il suo blog è marcogrimaldi.com

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