Filippo II, Angelantonio SpagnolettiProf. Angelantonio Spagnoletti, Lei è autore del libro Filippo II edito da Salerno: quale bilancio storiografico è possibile trarre della figura di Filippo II?
Si può dire che il giudizio sulla vita e sull’operato del re nacque sin dagli anni in cui egli era ancora in vita e fu spesso segnato da considerazioni che contribuirono a creare quella “leyenda negra” che ha demonizzato per tanto tempo la sua figura. Se dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi olandesi, dalla stessa Italia partirono le ricostruzioni più negative e più truculente della vita del Cattolico (basti pensare all’accusa di aver mandato a morte il figlio don Carlos e di aver fatto assassinare la terza moglie Elisabetta di Valois e di aver ordinato diversi assassinii politici), dalla Spagna si ebbero storie della sua vita che ne esaltavano l’operato e che si moltiplicarono specie negli anni in cui si era appannato il fulgore di un impero sul quale non tramontava mai il sole. Leggenda nera e leggenda rosa hanno caratterizzato la storiografia su Filippo; centinaia di biografie gli sono state dedicate che, specie da parte iberica, hanno fornito l’immagine di una Spagna quasi solitaria che difendeva il Cattolicesimo e operava la civilizzazione dell’emisfero occidentale e del Pacifico convertendo quelle popolazioni, dimenticando spesso le modalità con cui avveniva quella civilizzazione. Nel XX secolo storici anglosassoni, particolarmente attenti alle forme di gestione di un impero e alle dinamiche di crescita e di decadenza degli stessi, hanno studiato con particolare cura la figura del re di Spagna e la storia di quel paese nel XVI e nel XVII secolo superando i pregiudizi che spargeva la leggenda nera ma, tuttavia, non facendo a meno di utilizzare i topoi tipici di una cultura che contrapponeva il mondo britannico, patria della democrazia e dello sviluppo industriale, a un mondo iberico-mediterraneo preda del sottosviluppo e culla di regimi politici autoritari. Sono state le grandi celebrazioni organizzate in Spagna, in occasione del quarto centenario della morte di Filippo, con i numerosissimi convegni che dappertutto si sono tenuti, a rendere più sfaccettata e più complessa la figura del re e a far tramontare, definitivamente si spera, un giudizio compattamente negativo che prendeva in considerazione singoli episodi della biografia del sovrano rendendoli avulsi da un contesto più generale che era quello dell’ “Europa confessionale” e dell’ “Europa divisa”. È tramontata pure la visione di una Spagna che, almeno nel nostro continente, opprimeva i popoli a lei sottoposti, sostituita da una che riconosce l’influenza sulla vita politica della monarchia dei centri di potere italiani, fiamminghi, portoghesi che operavano in sinergia, a volte discorde, con il suo cuore castigliano. Quella di Filippo II è divenuta una “Monarquía de las Naciones”, ove ogni componente assolveva compiti ben precisi e della quale tutti (almeno le élites) si sentivano partecipi. Il fiscalismo, l’intolleranza, la censura –altri elementi costitutivi della leggenda nera – non sono oggi sottaciuti, ma vengono inseriti entro le non facili modalità di costruzione di uno “Stato moderno” (così era definito almeno fino agli anni ottanta del XX secolo) che investì –con le stesse caratteristiche e con le stesse forzature – anche i paesi nemici della Spagna di Filippo.

Qual era la personalità di Filippo?
Austero, taciturno, solitario, ma tenero con le figlie Isabella e Caterina, incline a circondarsi degli uomini migliori che la monarchia gli metteva a disposizione, ma pronto a togliere loro la fiducia se questi assurgevano a posizioni che lo potevano mettere in ombra, nascose sempre i suoi sentimenti dietro la ragion di Stato. Pretendeva che tutti gli affari pubblici passassero dalle sue mani e che tutto fosse sottoposto alle proprie decisioni; creò o si servì di apparati burocratici complessi per l’epoca, ma i dossier che questi esaminavano dovevano sempre finire sulla sua scrivania. Il “rey papelero” era instancabile, la sua giornata di lavoro interminabile, ma il fatto che tutto dovesse essere a sua conoscenza rese lento il processo decisionale e causò non pochi ritardi nella risoluzione di questioni urgenti. Filippo era consapevole del proprio rango e del suo essere il più potente sovrano della Cristianità e riteneva che la propria collocazione nella società dei principi dell’Europa del Cinquecento non avesse bisogno di orpelli esteriori per essere pubblicamente manifestata. Vestiva preferibilmente di nero con indosso soltanto l’insegna del Toson d’oro, non volle assumere il titolo di imperatore delle Indie come gli suggerivano alcuni cortigiani, ritenendo che in Occidente bastasse quello che possedevano i parenti del ramo austriaco e reputandosi di per sé superiore ai tre imperatori che, negli anni del suo regno, sedevano sul trono che era stato del padre Carlo V. A differenza di quest’ultimo, che trascorse tutta la sua vita viaggiando, egli pose la propria capitale a Madrid, nel centro della Castiglia, dalla quale si allontanò solo in sporadiche occasioni. Attirò alla sua corte principi provenienti da tutte le parti della monarchia e dai paesi alleati perché conoscessero personalmente la sua grandezza e potessero essere gratificati con onori, titoli e cariche militari e civili. Il suo desiderio era, infatti, quello di costruire un’élite multinazionale che, fatta salva la preminenza della componente castigliana, costituisse la spina dorsale della monarchia. Se austera era la sua corte, non lesinò spese per costruire o arricchire edifici sacri e, soprattutto, quella reggia-chiesa-monastero-centro direzionale che fu l’Escorial. Non volle storici ufficiali che raccontassero la propria vita e le proprie imprese, spinto forse da una sorta di pudore o di mancanza di fiducia nei riguardi di coloro che avrebbero steso la sua biografia. Ed è per questo che le biografie del re apparvero negli anni dei suoi due successori o vennero inserite all’interno di “storie generali” o in descrizioni dei paesi della monarchia.

Cosa si può dire della religiosità di Filippo?
Filippo era un uomo estremamente pio e religioso, credeva profondamente in Dio e nei Santi, seguiva devotamente i riti e le cerimonie della Chiesa cattolica nella consapevolezza che un re cattolico, sovrano di una monarchia cattolica dovesse essere il primo fedele della Chiesa. La sua profonda religiosità era ostentata proprio perché doveva essere di esempio ai suoi sudditi, laici o religiosi che fossero. Può destare stupore in noi, uomini che viviamo in una società secolarizzata, questo modo di comportarsi e di pensare del re, non diverso da quello di altri sovrani cattolici o non dell’epoca, ma per Filippo la religione e le pratiche religiose dovevano costituire uno strumento di identità della monarchia e un collante per le variegate popolazioni del suo impero. La profonda religiosità si accompagnava a un forte fatalismo che lo induceva a ritenere che le vittorie o le sconfitte e gli eventi lieti o drammatici della sua vita fossero il frutto della volontà di Dio che premiava o castigava gli uomini sulla base dei loro comportamenti giusti o ingiusti secondo la morale corrente. Della religiosità faceva parte il desiderio di disporre di un clero colto e preparato, di arricchire le chiese e le istituzioni ecclesiastiche di risorse che potessero essere impiegate nel glorificare Dio, di sostenere i decreti del Concilio di Trento, di evangelizzare i popoli del Nuovo Mondo. Egli era certamente un figlio del suo tempo ma, essendo un sovrano, la sua religiosità non poteva essere ridotta alla sola sfera privata: tutti i momenti di passaggio della vita furono scanditi da profonde manifestazioni di fede e nel corso della sua esistenza Filippo cercò sempre di uniformare le regole della ragion di Stato ad un’esperienza religiosa che doveva improntare tutte le azioni della monarchia ispanica, in pace e in guerra, e i comportamenti del suo sovrano.

Quali avvenimenti caratterizzarono il lungo regno di Filippo II?
Il regno di Filippo II si dipanò formalmente dal 1556 al 1598, durò quindi oltre quarant’anni e coincise con il periodo che molti storici definiscono dell’ “Europa divisa”, soprattutto dalle guerre di religione. La conclusione vittoriosa della lunga guerra con la Francia, iniziata si può dire nel 1494 con la discesa di Carlo VIII di Valois in Italia, l’aspra e tenace lotta contro l’Impero ottomano che nel Mediterraneo tentava di forzare i caposaldi cristiani (Sicilia, Malta, presidios in Africa), la rivolta dei Paesi Bassi che portò alla fine (ma solo nel 1648) al riconoscimento dell’indipendenza delle Province Unite, il confronto con l’Inghilterra elisabettiana, sui mari e sugli oceani, l’intervento militare nelle guerre civili francesi, l’annessione del Portogallo ove in maniera traumatica si era estinta la dinastia degli Aviz, l’espansione in Oltremare, nell’Atlantico e nel Pacifico (qui con la fondamentale conquista e colonizzazione delle Filippine) scandiscono il lungo regno di Filippo. Nella politica estera del sovrano vanno considerati anche gli altri obiettivi che si pose: instaurare un rapporto di supremazia con gli Asburgo del ramo imperiale di Vienna-Praga e controllare l’Italia, ponte sul Mediterraneo e elemento di congiunzione tra quel mare e l’Europa continentale, sulla quale si stese la pax hispanica. Una politica estera di ampio respiro, fu quella del re, che lo portò ad ingerirsi (volente o nolente) nelle vicende di molti stati europei, ma sempre all’insegna di immutabili principi: fare guerra solo se necessario, difendere quello che riteneva fosse legittimamente suo, proteggere il Cattolicesimo e favorirne, quando possibile, l’espansione. Il disegno di Filippo o la sua “grande strategia” (così la definisce Geoffrey Parker) conobbe anche in questo caso vittorie e sconfitte, ma soprattutto si dovette scontrare con l’emergere delle monarchie nazionali in Europa (Francia, Inghilterra) e con sentimenti di identità nazionale e confessionale che mettevano in discussione l’idea di un impero multinazionale coltivata da Filippo.

In che modo il rapporto con l’Inghilterra segnò il regno del sovrano spagnolo?
I rapporti tra la Castiglia e l’Inghilterra risalivano almeno al XIV secolo: le lane castigliane si imbarcavano dai porti cantabrici per giungere in Inghilterra ove venivano trasformate in tessuti, principesse castigliane sposavano sovrani inglesi (basti pensare al matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona), i Paesi Bassi costituivano una piattaforma tra il continente e le isole britanniche, ma fu la riforma religiosa introdotta da Enrico VIII a provocare prima l’allentamento e poi lo scioglimento dei legami con la Spagna imperiale di Carlo V. Filippo sposò poi Maria, figlia di Enrico e di Caterina, e regina cattolica d’Inghilterra dopo la morte del fratello Enrico VI. Fu quel matrimonio, aborrito da Filippo per la differenza di età con la sposa, l’ultimo tentativo spagnolo di determinare le vicende dell’Inghilterra attraverso la nascita di una dinastia asburgico-inglese che, sovrana di quel regno e dei Paesi Bassi, avrebbe costituito il bastione del Cattolicesimo nell’Europa nord-occidentale. Ma la morte senza figli di Maria recise quelle aspettative e sul trono inglese salì la sorellastra di Maria, l’anglicana Elisabetta. Mi rendo conto che parlare di anglicanesimo per Elisabetta è alquanto riduttivo, dato che essa sarebbe certamente giunta ad un accordo “politico” con Filippo, a prescindere dalle divergenze in materia religiosa, se questi l’avesse riconosciuta come legittima regina d’Inghilterra e avesse altresì riconosciuto i legittimi interessi di quel regno. Questo Filippo non lo fece, spinto anche dalla condanna dei pontefici nei confronti della regina eretica e ritenuta illegittima (in quanto figlia di Anna Bolena), e appoggiò le pretese di Maria Stuart, regina di Scozia, scacciata da Edimburgo da una rivolta calvinista che intendeva punire i suoi cattivi costumi, oltre che il suo Cattolicesimo, e in esilio in Inghilterra presso la cugina Elisabetta. La regina di Scozia, accusata di complottare contro Elisabetta per riportare l’antica religione in Inghilterra e per salire su quel trono fu, come è noto, decapitata, il che indusse Filippo ad attaccare l’Inghilterra con quell’Invencible Armada che fu miseramente sconfitta dagli inglesi e, soprattutto, dagli elementi naturali che contro di essa si accanirono. Le relazioni tra Spagna e Inghilterra, che sosteneva la rivolta dei Paesi Bassi, non potevano essere al punto più basso; un solco incolmabile si era aperto tra i due paesi. Gli inglesi erano divenuti i nemici naturali degli spagnoli e viceversa e, nonostante la pace del 1604, l’Inghilterra avrebbe visto nell’impero coloniale spagnolo un campo della propria espansione e la Spagna nell’Inghilterra un paese da combattere per preservare un potere navale mondiale che da questa era messo in discussione e per poter assicurare ad esso una dinastia cattolica o che, almeno, avrebbe consentito ai suoi sudditi il libero esercizio della fede cattolica.

Quali caratteristiche ebbe la politica confessionale del sovrano?
Lo ripeto, Filippo era un sovrano come tutti gli altri dell’Europa del tempo, teso a conseguire l’uniformità religiosa dei propri sudditi. La differenza tra il re di Spagna e gli altri era che il primo era il più potente sovrano della Cristianità, colui che regnava su immensi e disomogenei territori e che era in grado di condizionare, con la sua azione, quella di altri sovrani che ruotavano nella sua orbita. Per restare alla Spagna propriamente detta, Filippo si trovò a regnare su un paese dal quale già nel 1492 erano stati espulsi gli ebrei, ma che contava –specialmente sul litorale mediterraneo – una nutrita popolazione di ascendenza araba, i moriscos, superficialmente convertiti al Cristianesimo, ma in realtà profondamente islamizzati. Il desiderio del re di ridurre quelle popolazioni alla vera fede e il timore che esse costituissero una quinta colonna che potesse facilitare un eventuale attacco ottomano alle coste spagnole, lo spinse ad introdurre misure vessatorie nei confronti di quelle popolazioni che le spinsero alla rivolta. Questa, segnata da innumerevoli episodi di crudeltà da ambo le parti, fu repressa nel sangue e fu seguita dalla dispersione dei moriscos per tutta la Spagna, preludio alla loro espulsione del 1609. La Spagna, già paese delle tre religioni del libro, aveva conseguito l’omogeneità religiosa che, però, sembrava essere messa in discussione dall’eresia protestante che poteva guadagnare alla sua causa parti della popolazione. Contro questa minaccia fu particolarmente attivo il tribunale dell’Inquisizione che riempì con i roghi di eretici, veri o presunti, di moriscos e di conversos le piazze spagnole. La politica confessionale di Filippo si diresse contro i sovrani che avevano abbracciato l’eresia, ma anche contro coloro, nella Chiesa cattolica, che non erano disposti a consentire all’accrescimento del suo potere quale più energico difensore della Fede e, per questo, pronto a combattere contro coloro che manifestavano tiepidezza nell’appoggiare i suoi progetti (in primis i pontefici). Ma questi, dal punto di vista confessionale, conobbero il più grave scacco quando Clemente VIII riconobbe Enrico IV, già ugonotto ed eretico relapso, come re di Francia mostrando come la ragion di Stato potesse travalicare la ragione confessionale nel nome della quale Filippo aveva combattuto le sue più dure battaglie.

Quale eredità lascio Filippo II alla Spagna e al mondo?
Si suole pensare che dopo Filippo II e a causa della sua politica la Spagna andasse incontro ad un irreversibile processo di decadenza che la avrebbe relegata, alla fine, tra gli stati marginali d’Europa. Questa asserzione non corrisponde a verità: i due successori del re –Filippo III e Filippo IV- ressero un complesso territoriale che costituiva ancora, almeno fino al 1648, la più grande potenza d’Europa. Certo, le continue guerre avevano depauperato la Spagna dal punto di vista economico e demografico, l’avevano sottoposta a tensioni e ad un impegno sconosciuti in precedenza, ma l’eredità che il re lasciò al suo paese va al di là di un bilancio che si accontenti di accostare le perdite ai guadagni, i successi agli insuccessi. Basti pensare al grande lascito che Filippo trasmise all’Oltremare: un Atlantico e un Pacifico spagnolo, le Filippine unico paese cattolico dell’Asia orientale, il castigliano come lingua mondiale e lo stesso Cattolicesimo divenuto sotto di lui religione veramente universale. La stessa Spagna, fino ad allora aggregato dei regni di Castiglia, di Aragona e di Navarra, cominciò a pensarsi in termini unitari. Infine, non dobbiamo dimenticare la formazione, negli anni del re, di un’eccezionale classe dirigente, abituata a ragionare in termini mondiali o almeno europei, che egli trasmise ai suoi successori. La Spagna, fino ad allora, periferico paese d’Europa, ai margini della sua storia, divenne una protagonista delle vicende europee e la volontà del re di coinvolgere, come già accennato, le élites dei vari paesi della monarchia nei propri progetti pose le premesse perché si diffondesse sempre di più l’idea che le barriere nazionali potessero essere abbattute nel nome di comuni ideali dinastici e religiosi. Fiamminghi e italiani, soprattutto, furono accanto agli spagnoli nel difendere e nel diffondere l’idea di una monarchia che univa differenti nazioni, che riconosceva meriti e preminenze al di là dell’origine territoriale delle stesse e che, in sostanza, definiva i profili di un’Europa in cui le differenze nazionali erano tutelate e valorizzate all’interno di una realtà politica che aveva il suo cuore in Castiglia ma che si avvaleva della collaborazione dei reynos periferici. La Spagna europea e mondiale è forse l’eredità più duratura del regno di Filippo, caratteristiche che sono venute meno nell’ultimo secolo, ma che la Spagna odierna –anche se con mezzi diversi – ha ripreso ponendosi da protagonista nel processo di integrazione europea.

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