“Figure del controllo. Jane Austen, Sherlock Holmes e Dracula nell’immaginario transmediale del XXI secolo” di Alessio Ceccherelli ed Emiliano Ilardi

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Prof. Alessio Ceccherelli, Lei è autore con Emiliano Ilardi del libro Figure del controllo. Jane Austen, Sherlock Holmes e Dracula nell’immaginario transmediale del XXI secolo edito da Meltemi: quale vitalità mantengono, nel contesto della narrazione contemporanea, classici ottocenteschi come Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e Dracula di Bram Stoker?
Figure del controllo. Jane Austen, Sherlock Holmes e Dracula nell'immaginario transmediale del XXI secolo, Alessio Ceccherelli, Emiliano IlardiPartirei innanzitutto dai numeri. È un dato oggettivamente riscontrabile che, nel corso del tempo, e in special modo negli ultimi 20-25 anni, questi tre grandi immaginari siano stati costantemente trasposti, riscritti, citati, parodiati. Una delle ragioni che ci ha spinto a scrivere il libro sta proprio nel rendersi sempre più conto di quanto essi fossero ancora molto presenti nella nostra epoca. Basta pensare alle tantissime serie tv e ai tantissimi film che hanno come protagonisti dei vampiri. Oppure guardare le ultime produzioni Netflix: Gli irregolari di Baker Street, Enola Holmes, Dracula. Al di là degli adattamenti veri e propri, quello a cui assistiamo è un’espansione quasi incontrollata di quegli universi narrativi originari, da cui vengono presi personaggi secondari, atmosfere, ambientazioni, archetipi. Bridgerton, ad esempio, la serie Netflix più vista di tutti i tempi, non è ovviamente direttamente tratta da Orgoglio e pregiudizio (è anzi tratta dai recenti romanzi di Julia Quinn), ma è piuttosto evidente come la dinamica relazionale che si stabilisce tra i due protagonisti derivi proprio dal modello she-hates-than-she-loves-him che nasce proprio con la coppia Darcy-Elizabeth del romanzo austeniano.

Parlo di universi narrativi perché nel libro non affrontiamo soltanto quelle opere specifiche, ma esse sono considerate come nuclei semantici e – in qualche modo – mitici che si espandono nel tempo e nelle narrazioni successive: senza i romanzi di Jane Austen non ci sarebbe probabilmente né la narrativa sentimentale, né la commedia romantica hollywoodiana (e questo, va detto, è paradossale, visto che di romantico e sentimentale le storie di Jane Austen hanno ben poco); con Sherlock Holmes si confronta giocoforza tutta la serie di investigatori, commissari, indagatori successivi, e quando si parla di detection non si può non pensare a un berretto da cacciatore, una pipa ricurva e una lente d’ingrandimento; con Dracula si apre una nuova era per la raffigurazione del vampiro nel nostro immaginario, da cui discendono più o meno direttamente le tantissime narrazioni vampiresche degli ultimi 40 anni.

Va notata una cosa: il successo e la vitalità di questi tre immaginari trascendono l’ambito letterario, ed è anzi proprio in virtù di una formidabile predisposizione alla transmedialità che essi sono riusciti ad attraversare i decenni per giungere fino a noi. Senza l’immediato interesse del cinema e del teatro, né Holmes né Dracula avrebbero forse avuto il successo che hanno avuto. Senza l’incredibile successo ottenuto dalla trasposizione televisiva di Orgoglio e pregiudizio, che la BBC fece nel 1995, con Colin Firth nei panni di Darcy, non avremmo forse assistito a quel rinnovato interesse per l’intera opera austeniana (e per il “personaggio” stesso di Jane Austen) che proprio da allora ha cominciato ad essere oggetto di un lavoro di costante riscrittura. Queste opere e questi universi hanno un’incredibile vivacità anche nel mondo underground della fan fiction, rappresentando alcuni tra i soggetti più riscritti.

Quali ragioni portarono al successo quelle narrazioni nel periodo storico in cui furono pubblicate?
Nel libro ci concentriamo sia su ragioni specifiche delle singole narrazioni, sia su ipotesi che le abbracciano tutte. Partirei da queste ultime. Il sociologo Alaine Touraine ha mostrato come l’800 si caratterizzi per un’oscillazione continua tra il concetto di espansione e quello di controllo. Non solo le storie raccontate dai tre autori analizzati incarnano perfettamente questa dicotomia, ma riescono a trasportarla dal piano “reale” (in cui si esprime in conflitti difficilmente riducibili) al piano “dialettico” (consentendo così una soluzione almeno sul piano simbolico). Nello specifico, il compromesso tra espansione e controllo è stato costantemente cercato da Jane Austen nell’ambito dello spazio interiore, Doyle in quello della metropoli e dei media, Stoker in quello del corpo e degli istinti primari. Le eroine (ma anche gli eroi) dei romanzi austeniani sono chiamate/i a imparare ed esercitare l’arte dell’introspezione e del controllo delle emozioni: solo facendo ordine dentro di sé è possibile consentire un ordine sociale, un ordine che è poi rappresentato da un mondo che sembra avere valenze utopiche: in Orgoglio e pregiudizio, ad esempio, nessuno nasce e nessuno muore, tutto sembra cristallizzato in una sorta di mondo perfetto, in cui le (poche) devianze vengono facilmente espulse. Sherlock Holmes è in grado di controllare tutte le tecnologie e i media a sua disposizione, attraverso cui esercita un controllo sul territorio (principalmente) metropolitano, e fornendo ai suoi lettori la sensazione che il male è esternalizzabile, circoscrivibile ed esorcizzabile (il colpevole come capro espiatorio che si addossa le colpe di una società sempre più fuori controllo). Oltre a questo, però, egli si fa portatore delle possibilità di controllo della devianza (viene raccontato come un dandy tendenzialmente sociopatico e facente uso frequente di droga): è insomma un esempio ben riuscito di trasgressione controllata. Dracula, invece, rappresenta innanzitutto proprio la forza trainante delle trasgressioni e dei desideri, anche erotici, così fortemente stigmatizzati dall’imperante morale vittoriana; simboleggia dunque la perdita del controllo, o il rischio di una possibile perdita. Ma egli è anche metafora di tante altre cose: di un capitalismo moderno, di una società in rapida espansione che sta cambiando il paradigma culturale e mediale di riferimento.

Come è possibile spiegare il successo di tali classici nell’attuale industria culturale transmediale, sia mainstream che underground?
Il rinnovato enorme successo di questi autori, a partire soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, sembra dimostrare che la nostra mediasfera, quella digitale, non ha forse superato la fluttuazione tra espansione e controllo, finendo anzi con l’esasperarla ed estremizzarla. Da una parte, assistiamo ad esempio a tendenze e movimenti come la globalizzazione, l’espansione dell’interiorità negli spazi pubblici (i social network), un capitalismo – informazionale e postfordista – che abbatte ogni confine tra tempo del lavoro e tempo libero mettendo a profitto ogni facoltà umana, l’espansione di una scienza e di una tecnologia in grado di manipolare il DNA e di portarci oltre l’umano. Dall’altra, si possono annoverare movimenti estremi contrari come il sovranismo, il controllo del linguaggio (il politically correct), il controllo esasperato dello spazio fisico e digitale per mezzo di ossessivi sistemi di sorveglianza. Ciò che sembra mancare, oggi, sono nuove figure di compromesso, adeguate ai nostri tempi, alla nostra sensibilità. Forse anche per questo motivo l’immaginario attuale si rivolge al passato, a quel che di meglio l’immaginario moderno ha saputo produrre, e che i nostri tre autori – come detto – rappresentano in modo molto efficace. Anche oggi, dunque, quelle opere, quegli universi narrativi, vengono percepite come significative, svolgono diverse funzioni simboliche, rifunzionalizzando alcune di quelle originarie e sviluppandone delle altre. Nel libro facciamo diverse ipotesi, che è impossibile riassumere qui, in quanto legate a ragionamenti che si sviluppano lungo i vari capitoli. Ne cito qui una per ciascuno. La valenza simbolica del matrimonio come suggello del compromesso interclasse (Darcy, famiglia aristocratica – Elizabeth, famiglia borghese) si rifunzionalizza oggi in altri “matrimoni”, ancora interclasse (ad esempio in Notting Hill), oppure interculturali (ad esempio in Il mio grosso grasso matrimonio greco) o addirittura interspecie (ad esempio in Avatar). Sherlock Holmes è sempre in grado di vagliare e selezionare l’informazione giusta, di non farsi ingannare dalle apparenze; la tecnologia digitale e di rete amplia le possibilità di camuffamento (si pensi al deep fake) e di deriva informazionale (si pensi alle fake news): Holmes agisce, oggi, come una sorta di debunker, restituendoci – se non la verità – quanto meno un senso. Dracula (in quanto vampiro) è metafora al tempo stesso di un capitalismo postfordista (il Dracula imprenditore che va a Londra a fare affari), che succhia anche il nostro tempo libero e le nostre passioni, e di un anticapitalismo (il Dracula aristocratico e libertino) che si oppone all’idea di diventare strumento di produzione: la sua ambiguità è anche in questo.

Quale rilevanza assumono tali testi per la riflessione su un immaginario che, originatosi nell’Ottocento, mantiene ancora oggi una sua forte centralità?
Riprendo quanto appena detto sulla persistenza dell’oscillazione espansione-controllo. Se la nostra epoca rifunzionalizza in modo così evidente figure e miti ottocenteschi per esorcizzare paure o soddisfare desideri sul piano simbolico, vuol dire che quelle paure e quei desideri, riadattati alle trasformazioni contemporanee, conservano un nucleo profondo che non è variato molto negli ultimi due secoli, e che in buona parte prescinde da culture specifiche, visto che il loro successo è planetario.

Fatemi riprendere un momento la questione della dimensione mediale. Tutte e tre queste opere, in modi diversi, forniscono metafore formidabili sul ruolo dei media all’interno del panorama socioculturale, su come cambia la nostra sensibilità mediale: valeva al momento della loro uscita, nel passaggio verso una società elettrica/audiovisuale, ma vale ancora oggi, in un nuovo passaggio di paradigma: quello verso il digitale e la rete.

Una possibile ipotesi è che il cambio di paradigma digitale estremizzi alcuni malesseri della modernità, innanzitutto quello di non riuscire più a governare sé stessi, il proprio corpo, le proprie passioni; e, di conseguenza, di non riuscire a gestire lo spazio esterno. La cultura digitale, la globalizzazione, le ultime tendenze sociali ed economiche della tarda modernità, portano i diversi pubblici a una sensazione di precarietà in cui tutto sembra fuori controllo: si sente il desiderio di trovare limiti, punti fermi e stabili alla propria identità, senza che essi appaiano come prigioni. Grazie al meccanismo della rifunzionalizzazione, quel variegato e molteplice immaginario nato nel’800 trova dunque la sua funzione ancora oggi: gli universi narrativi di Austen, Doyle e Stoker, opportunamente rifunzionalizzati, sono ancora modelli di compromesso tra tendenze opposte e forse inconciliabili, di una mutazione desiderata ma che è al tempo stesso fonte di paura.

Alessio Ceccherelli è ricercatore a tempo determinato in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Roma Tor Vergata. Si occupa di sociologia dell’educazione, media education, storytelling, tecnologie didattiche. Fra le sue pubblicazioni: Oltre la morte. Per una mediologia del videogioco (Liguori, 2007) e L’intelligenza dei missili. L’educazione di oggi tra interiorità ed esteriorizzazione (Liguori, 2011).

Emiliano Ilardi insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Digital Storytelling presso il Dipartimento di Pedagogia, Psicologia, Filosofia dell’Università di Cagliari. I suoi principali ambiti di ricerca sono: la sociologia dell’immaginario, la sociologia urbana, la comunicazione e valorizzazione dei patrimoni culturali. Tra le sue pubblicazioni: Il senso della posizione. Romanzo, media e metropoli da Balzac a Ballard (Meltemi, 2005), Spazi (s)confinati. Puritanesimo e frontiera nell’immaginario americano (Manifestolibri, 2015).

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