“Figure bizantine” di Charles Diehl, a cura di Silvia Ronchey

Prof.ssa Silvia Ronchey, Lei ha curato la Prefazione del libro Figure bizantine di Charles Diehl, edito da Einaudi: quale importanza riveste, per la bizantinistica, l’opera dello storico francese?
Figure bizantine, Charles Diehl, Silvia RoncheyUna grande importanza. Charles Diehl fu il capofila di una bizantinistica accademica francese le cui radici culturali risalivano agli anni di Napoleone III, quando la crisi balcanica aveva riacceso l’interesse dei lettori europei per quell’ansa della geostoria, che dal tempo della caduta di Costantinopoli la memoria collettiva occidentale aveva, salvo rare eccezioni, rimosso. A produrre un risveglio di curiosità per Bisanzio negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento contribuivano anche l’estetismo e l’esotismo del gusto artistico e letterario, che erano stati già risvegliati dagli sviluppi del colonialismo e dal moltiplicarsi dei viaggi in Oriente fin dalla prima metà del secolo. La popolarità degli studi bizantini presso il pubblico non specializzato crebbe tra la sua fine e gli anni Venti del Novecento: dalla France Byzantine di Julien Benda alla «Roma bizantina» delle Cronache di Sommaruga.

Parlando della nascita della storia bizantina come disciplina accademica non possiamo comunque non menzionare, accanto alla figura di Diehl, quella del suo collega e rivale Gustave Schlumberger, che ancora oggi gli contende il carisma di fondatore della bizantinistica francese (e della bizantinistica tout court, accanto al prussiano Karl Krumbacher). Nel 1884, quando Diehl ancora venticinquenne assisté alla prima rappresentazione della Théodora di Victorien Sardou, Schlumberger cominciò i suoi «grands travaux d’histoire byzantine», culminati poi nel suo Nicéphore Phocas e nei tre volumi dell’Epopée byzantine. Oltre che uno studioso era un vero mondano, nominato nella Recherche di Proust tra gli ospiti dei Guermantes. Diehl, invece, era tutto fuorché un tipo proustiano. Avrebbe figurato più facilmente in un racconto di Anatole France. Era un esponente tipico di quella borghesia provinciale inurbata che al volgere del secolo andava soppiantando l’aristocrazia nella gestione del potere culturale.

Fu come dicevamo a Parigi, dove, dopo l’agrégation in storia all’École Normale, viveva di borse di studio e preparava la sua tesi di dottorato sull’esarcato di Ravenna, che Diehl, il 26 dicembre 1884, si recò al teatro della Porte Saint-Martin per assistere alla prima della Théodora di Sardou: una pièce storica tratta dalle narrazioni «segrete» di Procopio di Cesarea, e cioè dai suoi Anekdota. La pièce vedeva come protagonista Sarah Bernhardt, incarnazione vivente della femme fatale di fine secolo. Fu nella sua interpretazione di Teodora e sotto le sue spoglie che, al passaggio del Novecento, l’opinione pubblica occidentale conobbe Bisanzio.

Diehl rimase tanto scandalizzato dall’«intollerabile deformazione letteraria» di Sardou, come l’avrebbe definita, che vent’anni più tardi, divenuto ormai un potente accademico, installato sulla prima cattedra di storia bizantina della Sorbona, avrebbe riaperto il dossier della Teodora «storica», dedicandole nel 1903-1904 una monografia, in seguito sintetizzata nel più noto e diffuso capitolo dedicato a Teodora nelle Figure bizantine. La sua interpretazione di Teodora correggeva e censurava, con le armi di un’erudizione venata di perbenismo, l’immagine erotica e decadente che Sardou aveva creato e Sarah Bernhardt interpretato.

Quale interpretazione offre, Diehl, della figura di Teodora?
Diehl difende moralisticamente Teodora dalle testimonianze di Procopio di Cesarea, che pure è una fonte storica assolutamente degna di fede e racconta da insider i retroscena della sua ascesa al potere. Che Teodora avesse cominciato la sua carriera come prostituta oltre che come, diciamo così, pornostar, Procopio lo testimonia senza mezzi termini. È vero che della storia di Teodora lo stesso storico scrisse due versioni diverse, ma è altrettanto vero questo non era raro ai tempi bizantini, i quali, forse, erano più sofisticati dei nostri. C’era la storia ufficiale, quella dei vincitori, quella che sempre distorce e sempre censura per rendere omaggio al potere. Ma i colti intellettuali della corte di Bisanzio, abili nell’uso «armato» della parola, amavano scrivere anche, per un pubblico inizialmente più ridotto, o più smaliziato, una «controstoria». Il primo e più celebre esempio del genere che abbiamo sono per l’appunto i cosiddetti Anekdota (“fatti inediti”, “dossier riservati”) di Procopio, che fanno da controcanto alla versione ufficiale della storia di Giustiniano e Teodora che lo stesso storico ci fornisce nelle Guerre. Non abbiamo motivo di non credere a questa controstoria, peraltro utilissima, per molti altri aspetti, all’interpretazione politica dell’età di Giustiniano. Non abbiamo ragione di dubitare che per ascendere dallo strato sociale poco più che plebeo in cui era nata agli ambienti dei funzionari di corte, di cui divenne via via escort, amante, mantenuta, Teodora avesse usato deliberatamente il corpo: il corpo, da sempre risorsa delle donne per acquistare potere nella società maschile

Per questo Diehl entrerà in polemica con Victorien Sardou e la sua versione di Teodora, che peraltro non era certo cruda quanto quella di Procopio — anzi, era decisamente sublimata su un modello già borghese. Ma non abbastanza, secondo l’indignato Diehl. I termini della polemica fra il glorioso commediografo e l’austero bizantinista, che uscirà sulle colonne de L’Illustration Théâtrale, daranno forma definitiva all’immagine stereotipa della corte di Bisanzio come regno esclusivo di intrighi vacui e insensati. Da quest’immagine, accreditata dunque anche da Diehl, proviene l’opinione distorta che di Bisanzio ha avuto il Novecento.

L’opera di Diehl disegna un vero florilegio storico, prosopografico, letterario, estetico, del millennio bizantino e ne rivela la preminenza, stabilità e autorevolezza del potere femminile: come si articolò l’influenza delle donne bizantine lungo tutti gli undici secoli di Bisanzio?
Il fatto è che una volta sul trono Teodora governò a fianco di Giustiniano e meglio di Giustiniano. Mostrò un carattere di ferro e un autentico talento politico. Gli storici hanno sempre riconosciuto la sua influenza determinante sulle decisioni di stato — almeno, su quelle migliori. Spesso, per i due, si è parlato di diarchia. L’azione politica di Teodora si dispiegherà su più fronti. In politica interna Teodora capì meglio di Giustiniano e dei suoi consiglieri i complicati equilibri di correnti all’interno delle cosiddette fazioni del circo, i Verdi e gli Azzurri, in realtà veri e propri, complessi partiti politici: li conosceva bene, fin da bambina, anche perché era in quell’ambiente che aveva esordito nel “mestiere”. In politica estera, fu Teodora a gestire magistralmente la questione del secessionismo monofisita copto-siriaco: una secessione religiosa (hairesis) ma anche politica delle province nordafricane nazionaliste, in particolare Siria ed Egitto, strategicamente cruciali.

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La verità è che Sardou non avrebbe dovuto essere contestato per avere mostrato la promiscuità sessuale di Teodora, ben congrua alla dinamica dell’ascesa sociale delle donne nella storia della politica, ma per avere sottratto alla figura della prima e più celebre imperatrice di Bisanzio la dimensione più importante: appunto, quella politica.

La bizantinistica moderna comincia con questa negazione — e la negazione è rivelatrice di una rimozione, e la rimozione è tout court quella della realtà di Bisanzio. Una realtà che non si vuole o non si può vedere. Bisanzio entra nel Novecento sotto l’immagine di Teodora, ed è un’immagine imbavagliata dal moralismo. Gli stereotipi dell’irrazionalità e di una prepotente quanto frivola passionalità mascherano ed esorcizzano la realtà di un potere femminile bizantino che in realtà non aveva avuto alcun carattere irrazionale né arbitrario. Era stato spregiudicato, crudele, sanguinario, tinto di erotismo nella letteratura che ne parla. Ma era un potere grande e effettivo.

Teodora fu solo la prima esponente di questo potere, che, se ci atteniamo a un’analisi attenta dei testi bizantini oltreché agli studi recenti, fu effettivo, ed ebbe un peso politico senza pari nella storia occidentale. Come ha scritto Judith Herrin nel suo Women in Purple: «Powerful queens are found dotted through medieval history, often decorated in a manner inspired by what they knew of the Byzantines. In the early modern period individuals such as Elizabeth I were influential. But in medieval Byzantium imperial history is studded with empresses who glitter from its pages».

Lungo tutto il millennio di Bisanzio si snoda una lignée quasi ininterrotta di basilisse influenti e decise. Dalla nostra Teodora che sposò Giustiniano, a Irene, che non sposò Carlo Magno; da Teofàno, la femme fatale che sposò e assassinò Romano II e Niceforo Foca, alle due grandi imperatrici della dinastia macedone, Zoe e Teodora; dal matricarcato della dinastia comnena — Anna Dalassena, Irene Ducas, Anna Comnena — fino alle ultime imperatrici della dinastia Paleològa, il potere femminile a Bisanzio fu oggettivamente forte, diffuso, ed evidentemente tanto più inquietante, in quanto per nulla irrazionale e passionale, anzi, se mai fin troppo spregiudicato e realistico.

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