Figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa, Paolo ErcolaniProf. Paolo Ercolani, Lei è autore del libro Figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa edito da Marsilio: da dove nasce la crisi della nostra società?
Nell’ultimo trentennio del Novecento, abbiamo vissuto un passaggio epocale che nel libro ricostruisco attraverso quattro date simboliche: il 1974 (anno del premio Nobel per l’economia al liberista Friedrich von Hayek), il 1989 (crollo del muro di Berlino e del comunismo), il 1995 (uscita del software Windows 95 e conseguente diffusione dei personal computer in tutte le case dei paesi industrializzati) e il 2001 (attentati terroristici al cuore degli Stati Uniti). Senza entrare qui nello specifico della trama da me ricostruita, possiamo dire che si è assistito a una trasformazione tanto della democrazia politica quanto del sistema economico. Con il venir meno delle grandi contrapposizioni ideologiche, e soprattutto con la fallace e strumentale affermazione sulla «fine delle ideologie», si è di fatto affermata l’ideologia unica di quello che nel libro ho chiamato «sistema tecno-finanziario»: un’ideologia che, a mo’ di una religione assoluta, non può tollerare idee contrastanti, ma anche sistemi sociali e valoriali difformi. Tale ideologia si traduce in prassi politica, che non si fa scrupolo alcuno ad operare un vero e proprio «capovolgimento mezzi-fini»: economia e tecnologia, in buona sostanza, che originariamente sono creazioni dell’uomo in vista del miglioramento della propria condizione e del proprio benessere, hanno assunto una centralità tale da ridurre l’essere umano a strumento degli scopi legati al profitto finanziario e al progresso tecnologico.

Tutto ciò che l’uomo è chiamato a realizzare nella società odierna assume valore, innanzitutto per lui stesso, soltanto nella misura in cui produce un qualsivoglia profitto monetario o contribuisce alla diffusione delle nuove tecnologie, specialmente mediatiche.

Per ottenere un tale scopo, il sistema di potere tecnofinanziario è riuscito ad operare un salto qualitativo rispetto ai sistemi che lo hanno preceduto: questo salto qualitativo è consistito nel non limitarsi più alla coercizione o alla manipolazione dei corpi e delle menti delle persone. Bensì, attraverso un percorso articolato che ricostruisco dettagliatamente nel libro, esso è riuscito a produrre in serie «l’uomo senza pensiero». In questo senso nomino quella in cui siamo piombati una società «misologa» (termine utilizzato da Platone come da Pasolini, per definire tutto ciò che è contro il sapere, la riflessione e il dialogo ragionato).

L’affermazione incontrastata dell’ideologia liberista e di un potere finanziario, con l’ausilio di nuove tecnologie mediatiche sempre più pervasive, indispensabili e distraenti per l’uomo, ha finito col trasfigurare le democrazie occidentali come le abbiamo conosciute fino a qualche anno fa. Esse, infatti, abitate da cittadini sempre più omologati e impoveriti culturalmente, e per buona parte anche privati di un pensiero autonomo e critico, più che democrazie si sono trasformate in vere e proprie «dementocrazie», in cui populisti, demagoghi e in generale imbonitori di varia natura hanno gioco facile nell’attirare il consenso delle masse.

Tutto ciò, peraltro, senza intaccare il vero potere, che evitando toni complottistici o esoterici è oggi rappresentato da chi dirige le grandi istituzioni della finanza internazionale (Fmi, Ocse, Banca mondiale, Banca europea etc.) e detta l’agenda ai governi nazionali senza alcuna forma di controllo democratico e senza essere in nessun modo espressione di una qualche volontà popolare.

Come può aiutarci la filosofia a sciogliere i nodi davanti ai quali ci pone la società del nostro tempo?
Nell’epoca in cui grazie alla Rete possediamo una vera e propria «opulenza informativa» (che peraltro si traduce in indigenza conoscitiva), si rivela quanto mai fondamentale quella disciplina (la filosofia) che favorisce la formazione di un pensiero autonomo e critico, che ci permetta di vedere i limiti dell’ordine costituito e progettare una società in cui l’essere umano torni a essere il centro di ogni agire individuale e sociale.

Non è un caso che proprio in questo tempo si assista al vero e proprio attacco contro l’utilità delle materie umanistiche e di quella che forma il pensiero critico per antonomasia: la filosofia appunto. La costruzione di un essere umano mediamente «senza pensiero», e per questo disposto a seguire dettami superiori e vivere con modalità e obiettivi imposti dal sistema tecnofinanziario, presuppone la mortificazione, l’impoverimento, l’irregimentazione e, nel caso estremo, la soppressione di tutte quelle realtà che possono andargli contro: la Scuola, il sapere, la filosofia etc.. Ogni uomo è filosofo, sosteneva Gramsci, ma nella misura in cui elabora un pensiero proprio che lo metta in grado tanto di criticare i dogmi provenienti dall’alto quanto di elaborare soluzioni e visioni alternative per migliorare la propria condizione. Tutto questo deve essere avversato da un potere che non tollera alternative e che fonda il proprio dominio sulla costruzione di una «società ottusa», cioè composta mediamente da cittadini informati su tutto (e quindi pronti a intervenire fanaticamente e aggressivamente su ogni campo dello scibile umano, si vedano i social) ma che di fatto conoscono poco o nulla approfonditamente.

Per questo il libro utilizza molto la storia delle idee, dall’antichità fino ai giorni nostri, perché sapendosi orientare all’interno di essa si finisce col trovare autori in grado, tramite la loro riflessione magari di alcuni decenni o secoli addietro, di illuminare la strada di chi, come noi, si trova a camminare sul terreno misologo e ottuso di chi ci vuole consumatori passivi piuttosto che conoscitori attivi.

Quali grandi pensatori del passato hanno colto e descritto in anticipo l’egemonia del potere finanziario e il dominio della realtà virtuale in cui siamo immersi?
Tanti, dai tempi antichi fino a quelli per noi più vicini. A riprova del fatto che la storia del pensiero sarebbe una grande maestra, se solo avesse allievi disposti ad ascoltarne la lezione.

Sì, perché non soltanto la Storia in quanto tale, ma anche la storia del pensiero ci racconta, per esempio, che quello di fondare la società sul Mercato e sui suoi meccanismi di funzionamento, adattando ad esso tutti i valori e le dimensioni dell’umano, rappresenta un errore scientifico che, ogni volta che si è deciso di sedercisi comodamente e convintamente, ha prodotto crisi devastanti e perfino guerre mondiali.

Così come, ad esempio, aver voluto ignorare gli effetti pedagogicamente deleteri della televisione e, in generale, di un mondo dello spettacolo di cui si è lasciato degenerare il livello qualitativo ed etico a livelli infimi (anche qui: per ragioni di audience e quindi di profitto), ha prodotto l’impoverimento della cultura generale e del discorso pubblico, così come la fine di un’opinione pubblica in grado di controllare e scegliere sapientemente i propri governanti o coloro che aspirano ad essere tali.

Karl Popper propose nel 1994 una «patente per la Tv», che consentisse di fare televisione soltanto a figure professionali che avessero acquisito determinate conoscenze e consapevolezze a livello etico e culturale, oltre che tecnico. Quella proposta rimase lettera morta, e noi ci siamo cullati nella misera convinzione che decenni di trasmissioni trash, conduttori furbi e spregiudicati, spettacoli in cui si faceva passare per normale il peggio che può partorire un essere umano (chiamandoli «reality show»), non avrebbero provocato gli effetti che oggi sono sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.

In questo senso nel mio libro ho inteso recuperare il meglio della tradizione del pensiero occidentale, arrivando a comporre quella che credo essere anche una suggestiva e mai inutilmente complessa controstoria della filosofia, così da fornire a chi legge gli strumenti concettuali per opporsi all’ottundimento generale e impegnarsi in vista della costruzione di una società in cui gli individui riscoprano il piacere (e la suprema importanza) del pensiero, della conoscenza e del dialogo ragionato e costruttivo.

Per fare questo ho attinto a pensatori celebri come Platone e Aristotele, Marx e Nietzsche, Freud, Marcuse e Popper, ma anche ad autori meno conosciuti dal grande pubblico e non per questo meno utili e profetici, come Charles Wright Mills, Vance Packard, Günther Anders e molti, molti altri. Senza per questo limitarmi agli autori della saggistica o ai filosofi, ma attingendo anche a studiosi di altre discipline (sociologia, psicologia, nuovi media) e a classici della narrativa (Manzoni, Kafka) che hanno contribuito al vero progetto che unisce tutte le materie e tutti gli autori: la difesa dell’umano da tutto ciò che ne mette a repentaglio la dignità e perfino l’esistenza.

Come è possibile oggi, a partire da quelle riflessioni, avviare un percorso per contrastare la crisi della democrazia rappresentativa?
Il libro non vuole essere soltanto un’analisi e una spiegazione di come, quando e perché siamo piombati nello scenario sconfortante della «società ottusa», ma contiene tutta una parte (l’ultimo capitolo, il più lungo) in cui vengono elencate e motivate le proposte con cui riaffermare la centralità dell’uomo e ridimensionare i poteri che hanno scalzato quella centralità.

Fra queste, quella più «scandalosa» e destinata a generare polemiche e perplessità concerne proprio la ridefinizione della democrazia rappresentativa. Sì, perché come Popper aveva proposto nel 1994 la «patente per la Tv», io oggi mi spingo a proclamare la necessarietà di una «patente per la politica».

Tradotto, si tratta di rimettere in discussione il suffragio universale attivo e passivo. Ma, e su questo voglio essere molto chiaro, non in base ai criteri aristocratici, sessisti, razziali e censitari con cui fino a buona parte del Novecento anche i governi liberali hanno negato il diritto di voto a un numero variamente alto di persone.

Bensì soltanto sulla base di conoscenze e competenze basilari che dovranno essere fornite dalla Scuola pubblica (per esempio attraverso la reintroduzione dell’educazione civica e politica, aggiornata al nostro tempo), oppure da scuole serali gratuite per coloro che hanno superato l’età degli studi obbligatori.

Del resto, per esercitare qualunque professione ci vogliono degli attestati, così come per guidare un autoveicolo occorre la patente, direi che è tempo di organizzarsi affinché anche un’attività fondamentale come quella del votare (e del candidarsi) sia democraticamente concessa a tutti coloro che potranno certificare l’acquisizione di competenze basilari rispetto al diritto costituzionale, alla teoria e prassi politica, alla storia (non solo ma principalmente italiana) etc.. Non è più tollerabile assistere allo spettacolo penoso di trasmissioni televisive che, andando a interrogare normali cittadini o, peggio, politici che occupano cariche importanti, documentano lacune imbarazzanti e sfondoni ridicoli.

Tutto questo rientra all’interno di un progetto più generale di rivalutazione del merito, delle conoscenze e delle competenze individuali, perché un paese che rinuncia all’educazione, alla formazione e alla valorizzazione del merito, si condanna a essere popolato da cittadini inadeguati, da una classe dirigente fallimentare e, conseguentemente, da un popolo esasperato e spaventato perché non si riescono a trovare soluzioni concrete e praticabili per uscire dalla crisi economica e dalle ingiustizie sociali.

Che poi, se non si fosse capito, è proprio lo scenario desolante e al tempo stesso pericoloso in cui ci troviamo a vivere oggi. Prima creiamo le condizioni per uscirne e prima ci metteremo al riparo dalle conseguenze disastrose che un tale scenario può provocare da un momento all’altro.

Paolo Ercolani (Roma 1972) insegna filosofia all’Università di Urbino «Carlo Bo». Scrive per varie testate, fra cui «L’Espresso» e «il Manifesto», e ha collaborato a «MicroMega» e a «La Lettura» del «Corriere della sera». Cura il blog «L’urto del pensiero», collabora con rai Educational Filosofia ed è autore di svariati libri e articoli scientifici pubblicati in italiano, inglese e tedesco. Fra i quali «La Storia infinita. Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche» (Napoli 2011); «L’ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una società post-umana», prefazione di Umberto Galimberti, (Bari 2012); «The West Removed. Economics, Democracy, Freedom: A Counter-History of Our Civilization», prefazione di Santiago Zabala (London – New York 2016); «Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio» (Venezia 2016, vincitore del Premio Nazionale Com&Te). A marzo del 2019 è uscito il suo ultimo lavoro: «Figli di un Io minore. Dalla società aperta alla società ottusa» (Venezia 2019).