“Fiducia ed etica pubblica. Una prospettiva fenomenologica” di Alice Pugliese

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Prof.ssa Alice Pugliese, Lei è autrice del libro Fiducia ed etica pubblica. Una prospettiva fenomenologica edito da Carocci: di cosa si occupa l’etica pubblica?
Fiducia ed etica pubblica. Una prospettiva fenomenologica, Alice PuglieseCosì come l’etica in generale si occupa delle relazioni tra le persone, di ciò che motiva le loro azioni e decisioni, l’etica pubblica si concentra sulle relazioni tra cittadini e tra questi e le istituzioni. Si tratta di una riflessione che intercetta problemi politici e sociali, ma mantenendo un carattere specificamente etico, non, quindi, di un ragionamento tecnico sulle soluzioni da adottare nella gestione delle istituzioni. Certo, l’etica pubblica si trova in stretto dialogo con la filosofia e la scienza politica, ma cerca di mettere in discussione gli assunti e i risultati di tali discipline da un punto di vista propriamente morale, dunque guardando alle motivazioni, ai conflitti, alle intenzioni e alle esperienze vissute delle persone coinvolte.

In questo senso l’etica può svolgere un ruolo critico e di sfida nei confronti delle soluzioni proposte dalla politica, proprio perché ha standard di accettabilità più alti, che non hanno a che fare solo con l’efficienza. Da un punto di vista etico ciò che ci interessa è uno sviluppo completo, a tutto tondo, delle prerogative della persona all’interno dello spazio pubblico. È in questo quadro che l’etica pubblica deve confrontarsi con lo statuto peculiare dell’essere cittadino o del non esserlo, con le ragioni più o meno legittime per essere esclusi dalla cittadinanza, con le conseguenze relazionali ed esistenziali di tale esclusione. Essa affronta quindi la questione della giustizia, non solo rispetto ai suoi problemi distributivi, ma come dimensione che fonda e struttura i modi di convivenza. Infine essa si misura con il problema del conflitto sociale e politico, inteso non come semplice impedimento, come interruzione dell’ordine, ma come parte integrante di una convivenza sensata e vitale.

Possiamo, così, formulare alcune domande di fondo che caratterizzano il campo di ricerca dell’etica pubblica: Come si legittimano le norme che regolano il nostro comportamento nello spazio pubblico e politico? A quali elementi del nostro mondo vitale possiamo fare appello per fondare la loro efficacia? Secondo quali processi si sviluppano le norme della convivenza sociale ed è possibile individuare delle invarianti antropologiche in tali processi? Le norme del vivere comune hanno a che fare con il modo in cui siamo fatti come esseri umani e con le esigenze morali delle persone? Come si vanno delineando i soggetti in gioco nelle relazioni di reciprocità? Che forme di razionalità e irrazionalità operano nelle interazioni tra cittadini e istituzioni?

Dall’articolarsi di tali domande emerge un nuovo soggetto morale: il cittadino, inteso non soltanto come passivo sostrato di diritti e doveri, agente sottoposto a norme a lui ultimamente estranee, ma come soggetto che, con la sua azione e riflessione, contribuisce a costituire lo spazio sociale, a dargli forma e significato. Nella mia prospettiva, orientata al metodo fenomenologico, nel paradigma dell’etica pubblica il cittadino va colto nella sua funzione costituente, non solo come punto finale e applicativo della catena di regole e norme che istituiscono la società, ma come fonte dei principi stessi della normatività.

Come si vede, per me passa in secondo piano il fatto che l’etica pubblica sia da considerarsi un’etica “applicata”. È infatti di primaria importanza per la vitalità della disciplina stessa che essa non venga intesa in modo conservativo, come un mero chiarimento e legittimazione di istituti vigenti, come strumento per il mantenimento dei sistemi di convivenza esistenti, anche di quelli più validi e apprezzabili come la democrazia. Perché ci sia d’aiuto in una situazione mobile e imprevedibile come quella in cui ci troviamo, l’etica pubblica deve mantenere il suo carattere inventivo e concentrarsi sugli aspetti trasformativi e costituenti dei processi su cui ragiona.

In che modo l’esperienza della fiducia definisce lo spazio pubblico?
Nel mio libro cerco di ricavare alcune caratteristiche dello spazio pubblico utilizzando un metodo fenomenologico. Per me questo significa partire dall’esperienza, cioè identificare alcuni vissuti cruciali, dal valore esemplare, che possano servire come filo conduttore per la ricerca nel campo dell’etica pubblica. Tali esperienze non intendono avere valore esaustivo. Sono molti i fenomeni che potrebbero essere presi in esame per capire cos’è e come funziona lo spazio pubblico. L’esperienza della fiducia, però, ha per me alcune caratteristiche salienti che possono aiutare ad illuminare anche le ambiguità e le opacità della nostra vita sociale. Secondo certe letture, p. es. quella di N. Luhmann, la fiducia è uno strumento cognitivo che ci aiuta a economizzare sullo sforzo necessario per comprendere il mondo. Concedendo la nostra fiducia ad ambiti via via più ampi del mondo che ci circonda ci risparmiamo la fatica di tenerli costantemente sotto controllo e di esplorarli con attenzione, guadagnando così la possibilità di aprirci a orizzonti sempre più vasti.

Questa è certamente una visione pragmatica, che però lascia in ombra altri profili decisivi dell’esperienza della fiducia. Per metterli in luce possiamo seguire la fenomenologia che sposta l’attenzione dallo scopo e utilità dell’esperienza alle sue modalità, al “come” del suo svilupparsi. Non si tratta quindi soltanto di passare da una visione prevalentemente razionale e cognitiva della fiducia alla valorizzazione dei suoi aspetti emotivi e pre-cognitivi, ma di osservare nel dettaglio come, nell’esperienza di fiducia, sentimento e pensiero, teoria e prassi si incrocino per consentirci di abitare uno spazio come spazio comune, condiviso con altri.

Scopriamo, così, che la fiducia è prima di tutto una modalità peculiare di percezione: la percezione di ciò che non si dà alla vista, la percezione di un invisibile. Tale sfera invisibile assume molte forme. Nelle relazioni interindividuali si tratta della vita interiore di un altro, sempre intuita in esperienze emotivamente cariche, ma mai percepita direttamente. In un senso più ampio l’esperienza dell’invisibile è la percezione dei significati acquisiti e sedimentati nel mondo circostante. Attraverso il sensorio della fiducia il mondo ci si dà come mondo “familiare”, immediatamente leggibile, portatore di senso condiviso. Questa forma di percezione non si limita a registrare l’esistente, ma trasforma inavvertitamente il mondo che abitiamo da orizzonte semplicemente spaziale, geometrico, a spazio qualificato, spazio pubblico, spazio della vita sociale. Seguendo questa linea di pensiero, nel libro riprendo anche il controesempio costituito dall’esperienza drammatica della tortura che ha come effetto non solo l’ovvia rottura della fiducia tra gli individui, ma il franare di tutto il mondo condiviso nella sua funzione di terreno comune.

Un secondo aspetto, essenziale per la costituzione dello spazio pubblico, è il nesso della fiducia e libertà. L’analisi delle motivazioni rivela la fiducia come peculiare incontro tra due libertà: entrano in essa in gioco la libertà di affidarsi, certo, ma anche quella di accettare tale profferta di fiducia. Non c’è nulla di ovvio o di meccanico in questo incontro, che in ogni momento viene silenziosamente rinegoziato. Se l’offerta di fiducia è un atto libero in cui il soggetto dispone di se stesso, l’accettazione di questa offerta è, a sua volta, un atto di libertà che implica l’apertura all’impegno e la disponibilità a modificare la nostra visione di noi stessi. Nello scambio della fiducia entrambi i soggetti diventano altri da quelli che erano e incrinano la propria posizione individuale. Ciascuno non decide più solo per se stesso, ma anche per l’altro. È su questo chiasma delle percezioni e delle volontà che si basa la possibilità di abitare uno spazio pubblico, ossia un orizzonte non neutrale, ma che può esistere solo grazie all’impegno e al riconoscimento reciproco dei soggetti.

Quali dinamiche, motivazioni e intenzionalità danno vita allo spazio pubblico?
Se, come persone, noi ci muoviamo e definiamo la nostra azione in un mondo della vita carico di segni cognitivi e valoriali, come cittadini ci collochiamo nello spazio pubblico. Questo è stato oggetto di riflessione da più parti nella filosofia contemporanea, a partire dal trauma rappresentato dai totalitarismi e dalla loro appropriazione e stravolgimento dello spazio della vita pubblica. Se quindi Hanna Arendt insiste sullo spazio pubblico come dimensione strutturalmente esposta allo sguardo, in anni più recenti Jürgen Habermas, anche in dialogo con Otto Apel, si è concentrato sugli aspetti comunicativi e cognitivi che sottendono alla sua creazione. Infine John Rawls ha accentuato il suo aspetto istituzionale: lo spazio pubblico viene definito dall’interazione reciproca delle istituzioni che determinano la vita dei cittadini con le loro politiche di distribuzione e di equilibrio. Come è stato già rilevato, per esempio da teorici del conflitto quali Chantal Mouffe, lo spazio pubblico non va però idealizzato come una dimensione irenica, pacificata e armonica. In questo senso mi sembra importante tenere presente il monito rappresentato da tutti gli esempi di spazi abbandonati all’incuria, all’anonimità, all’abbandono, all’indifferenza. Questi sono gli spazi in cui si esprime, in modo più o meno latente, un conflitto che non è solo di interessi, ma di stili di vita, di percezione, di aspettative. Mettere a fuoco queste dinamiche è fondamentale per attingere al potenziale creativo e anticipativo dell’etica pubblica. È laddove il mettere in comune non funziona che è richiesto uno sforzo di ripensamento, di sperimentazione, che intuisca, dietro il passivo disinteresse, le motivazioni deluse, i bisogni trascurati, l’immaginazione bloccata e ostruita dall’esistente. Solo mettendo al centro della riflessione il nesso tra spazio pubblico e conflittualità, e quindi attingendo in modo nuovo all’esperienza concreta dei soggetti che lo animano, l’etica pubblica può rispondere alle accuse di moralismo, astrattezza e oggettivismo che le vengono mosse da più parti nella filosofia politica contemporanea e trovare così un’effettiva legittimazione teorica e pratica.

In che modo la fiducia rappresenta la chiave per riscoprire la vita comunitaria?
Le esperienze di fiducia sono possibilità pratiche offerte al soggetto, ossia possibilità determinate, concrete, di definire la propria vicinanza o lontananza da altri. Sperimentando varie modalità della fiducia (totale o parziale, immediata o graduale, spontanea, emotiva o calcolata ecc.) noi non esploriamo soltanto il mondo, ma scopriamo noi stessi e guadagniamo la nostra posizione individuale nel campo di forze e resistenze che fa da sfondo alla nostra libertà. Ci scopriamo coraggiosi o pavidi, impulsivi o riflessivi, con tutte le imprevedibili sfumature intermedie che ci rendono quelli che siamo. Solo vivendo questa dinamica interna alle forme della fiducia, noi arriviamo a scoprirci non come membri astratti e generici della società, intesa come uno spazio anonimo, ma come parti integranti e qualificati della comunità. La nostra vita pubblica si espande e si contrae in relazione alla percezione che abbiamo di noi stessi e del campo di forze in cui ci troviamo, in base alla qualità della fiducia che riusciamo a provare e, quindi, al grado di consapevolezza della nostra libertà individuale. In questo senso per me è fondamentale non ridurre la fiducia a un sentimento passivo e ultimamente conservatore, come implicato dalla definizione di „collante sociale“, ma metterne in luce l’essenza propriamente dinamica. La fiducia è ciò che consente a una comunità non solo di conservarsi unita, ma di evolversi, di rimanere vitale, di affrontare trasformazioni anche radicali e drammatiche come quelle a cui stiamo assistendo, senza disintegrarsi. La fiducia è una linfa vitale, fragile e mutevole, ma luogo di una peculiare resilienza sociale. Per questo il nostro compito, come cittadini, non è tanto quello di conservare e cristallizzare la fiducia appresa, tramandata, sedimentata, ma di rinnovarla accettando di sperimentarne forme nuove, accettando il rischio che essa porta con sé, utilizzandola come una finestra critica e prudente, ma non ostile, aperta sul nuovo.

Alice Pugliese è professoressa di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Palermo; collabora con l’Archivio Husserl dell’Università di Colonia e con il Network di ricerca gPhen: Genetic Phenomenology and the Human Sciences (Colonia/Varsavia). I suoi principali argomenti di ricerca sono la fenomenologia husserliana, l’antropologia filosofica, l’etica pubblica e la bioetica. È autrice di Il movente dell’esperienza. Costituzione, pulsione ed etica in Edmund Husserl, Milano 2014; Unicità e relazione. Intersoggettività, genesi e io puro in Husserl, Milano 2009.

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