Fidel Castro. L'ultimo re cattolico, Loris ZanattaProf. Loris Zanatta, Lei è autore della biografia di Fidel Castro, edita da Salerno. Nel libro Lei definisce il leader cubano «l’ultimo re cattolico»: per quali ragioni?
Come i Re cattolici della Spagna imperiale, Fidel Castro si riteneva investito della missione storica di diffondere la fede e convertire gli infedeli, con la croce dell’ideologia e la spada degli eserciti. Si credeva, a suo modo, un inviato di Dio, un fondatore di religioni. Come tale, la sua missione non aveva confini, era universale. A ciò si devono le tante guerre combattute in modo diretto o indiretto da Cuba nel mondo; a ciò le virtù sacerdotali e militari imposte al regime, la catechesi rivoluzionaria eretta a confessione di Stato. Le rivoluzioni, diceva, sono come le religioni; e le religioni si basano sulla “ripetizione” dell’unica verità; la sua. Che la sua fede si chiamasse comunismo cambia poco: il comunismo era per lui il “nuovo cristianesimo”; non era figlio dell’illuminismo, ma dei suoi nemici. Come i Re cattolici, anche lui combatté l’eresia protestante, l’eterno nemica della cristianità ispanica, la causa del suo declino, ora incarnata dal liberalismo statunitense. La sua rivoluzione fu come la Reconquista per i Re Cattolici: com’essi cacciarono i mori e gli ebrei in nome della pureza de sangre della Spagna, così lui espulse o represse i cubani che non si piegavano alla Città di Dio che aveva in mente. A tal fine, usò mezzi simili a quelli un tempo usati dall’Inquisizione. Fidel, dicevano gli amici, è il più spagnolo dei cubani.

Come si è svolta la sua formazione?
Molti fattori concorsero a nutrire in gioventù l’odio viscerale di Fidel per i valori e lo stile di vita liberali e borghesi ed a calamitarlo verso quelli della tradizione ispanica e cattolica. Innanzitutto la famiglia. Il padre di Fidel riunì un’immensa fortuna ma rimase sempre un contadino spagnolo chiuso nella sua tenuta. Poiché inoltre non poté sposare la madre di Fidel prima di avere ottenuto il divorzio dalla prima moglie, il figlio rimase a lungo “illegittimo”. In breve: giunto a Santiago de Cuba per studiare, Fidel fu discriminato dai compagni, rampolli della borghesia locale, al cui cospetto era un rozzo e violento figlio di contadini. Non li perdonò mai. Poi c’è l’istruzione. Non è che Fidel “studiò dai gesuiti”, come si suol dire. I gesuiti, perlopiù spagnoli e falangisti, furono per molti anni la sua famiglia, prima a Santiago e poi a L’Avana. Era, come si dice, in “collegio”, per cui crebbe a messe mattutine, studi di storia sacra, preghiere quotidiane ed esercizi spirituali. La sua visione del mondo rimase sempre quella assorbita dai gesuiti. Infine l’Oriente: cresciuto in campagna nella regione più arretrata e rurale dell’isola, Fidel l’elevò a quintessenza dell’identità cubana, opposta a quella moderna dell’Occidente e della Capitale, “contagiati” dal liberalismo statunitense. La rivoluzione fu in fondo questo: la reazione della Cuba ispanica, religiosa e rurale contro la Cuba liberale, laica e cosmopolita.

Qual era il suo immaginario politico e sociale?
L’immaginario politico e sociale di Fidel fu frutto coerente delle origini spagnole e della formazione religiosa; di una religiosità, quella ispanica coloniale, estranea all’influenza illuminista e nostalgica della fusione di Stato e Chiesa, politica e religione, cittadino e fedele. Era innanzitutto un immaginario organico, come organico era stato l’immaginario della cristianità antica. La società, il “popolo”, era per lui un organismo dove ognuno svolgeva la funzione necessaria all’unità dell’insieme. Tale idea organica era impermeabile all’idea liberale della limitazione del potere e dei diritti individuali: la famosa divisione dei poteri del famoso Montesquieu, diceva, non entrerà mai a Cuba. Da ciò il monopartitismo, l’odio verso la democrazia liberale: uno ed omogeneo era il “popolo”, uno il partito, uno il leader, una la sua fede. “Tutti pensiamo allo stesso modo”, ripeteva, come un corpo mistico. E se la comunità politica era un organismo, gerarchico era il suo funzionamento. Tutto, nella Cuba castrista, fluiva dalla testa agli organi, dal centro alla periferia. La testa era lui, il partito era il ceto sacerdotale, le organizzazioni di massa le comunità dei fedeli, l’ideologia comunista la dottrina di Stato. Tale ordine era infine corporativo. I diritti non erano universali e individuali, ma attributi dei corpi sociali in cui ogni cubano era inquadrato. Beneficiarne esigeva obbedienza e fedeltà. Chi si oppone, diceva Fidel, “non ha alcun diritto”. Era un ordine senza individui, insomma, dove la parte era sacrificabile al tutto, la persona alla collettività, l’autonomia individuale allo Stato etico.

Castro ha narrato la sua vita in mille modi, in discorsi, memorie, interviste, libri; si può dire che è stato il primo storico di se stesso. Quanto sono attendibili le fonti per la biografia di Fidel Castro?
Le fonti per la biografia di Fidel sono quelle che sono: scarse, frammentarie, indirette. Perciò la principale fonte che ho utilizzato sono i suoi discorsi: come contraddirla? Scrivere la sua storia richiederebbe l’accesso ai fondi documentari dello Stato cubano, ma è una chimera. Proprio per la natura che Fidel gli ha impresso, il suo regime non tollera analisi critiche indipendenti, ma solo la diffusione apologetica della sua verità. La storia ch’egli aveva in mente si chiama agiografia. Le rare volte che ha socchiuso gli archivi, dunque, l’ha fatto a ricercatori sulla cui assoluta fedeltà ideologica contava. Ma non è tutto: non solo Fidel, attraverso un’imponente orchestra di media, è stato il principale edificatore del suo mito e il maggiore biografo di sé stesso: alla stessa opera hanno contribuito interi eserciti di scrittori ed intellettuali, giornalisti e devoti sparsi per il mondo. Ciò fa sì che benché pochi ne conoscano davvero la storia, tutti credano di saperla e siano perciò poco disposti a sentirsela raccontare in modo diverso. È ciò che renderà senz’altro invisa a molti questa biografia.

Quale impronta ha lasciato nella storia Fidel Castro?
Un’impronta profonda, destinata a durare. Non tanto per la sua identificazione con la storia cubana, che in fondo importa ai cubani e pochi più e che sarà molto a lungo di ostacolo all’evoluzione dell’isola verso una società aperta e pluralista. L’impronta di Fidel si misura sul piano della storia universale, come lui ambiva. In tal senso ha avuto quel che voleva, seppur a costi immani, assai superiori a quelli che si suol credere: Castro fu un uomo spietato e violento. Il mito che lo circonda, poco importa se basato su realtà distorte e narrazioni agiografiche, ancor meno se lo scarto tra i suoi grandiosi ideali e la meschina realtà del suo regime fu immenso, si nutre della sua capacità di ergersi a icona universale dell’antiliberalismo, a sacerdote di un immaginario ideale radicato ovunque nel mondo. Un immaginario che riprende l’epopea delle grandi religioni e come esse risponde all’eterno bisogno dell’uomo di sfuggire alla caducità della vita e alla imperfezione della storia: c’era una volta un “popolo” puro e innocente; il razionalismo illuminista l’ha corrotto, il capitalismo l’ha traviato; lui è Cristo redento che lo purifica, lo libera dall’egoismo, lo salva dalle pulsioni più basse per ricondurlo alla terra promessa. È un epopea che prelude allo scioglimento dell’individuo nella comunità, alla tirannia dell’identità sull’indipendenza della persona, al dominio della massa sulla libertà dell’individuo. Ed alla grande famiglia dei totalitarismi appartiene senz’altro il castrismo. In confronto, l’ideale kantiano dell’uomo solo con la sua coscienza e la sua ragione al cospetto della natura appare un fuscello al vento che il suo regime spazzò via.

Loris Zanatta insegna Storia dell’America Latina all’Università di Bologna. È autore di numerosi studi in Italia e all’estero, tra i quali: Il populismo (Roma 2013, Buenos Aires 2014, Madrid 2015); I sogni imperiali di Perón (Padova 2016).

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