Professoressa Bonora, Lei è autrice del libro Fermiamo il consumo di suolo. Il territorio tra speculazione, incuria e degrado, pubblicato per i tipi del Mulino: cosa intendiamo con consumo di suolo?
Fermiamo il consumo di suolo. Il territorio tra speculazione, incuria e degrado Paola BonoraL’espressione “consumo di suolo”, emersa inizialmente dai circoli della società civile e della cultura critica, è oggi alla moda. La comunicazione pubblica se n’è appropriata con tanta foga che non c’è dichiarazione politica o documento programmatico che non si faccia vanto di caldeggiarne la limitazione. In queste occasioni tuttavia affiora il fondato dubbio si tratti di astuzie consensualistiche e manchi la volontà effettiva di porre freno alla cementificazione, in un paese vittima della retorica che crede con le parole di cambiare la percezione dell’esistente preferendo nascondersi nelle ambiguità di pratiche discorsive di apparente denuncia e di buoni propositi che non si realizzano. Mentre infatti da una parte si propugna il consumo zero, dall’altra si varano provvedimenti che vanno in direzione opposta, come è il caso del decreto legge noto come “Sblocca Italia” che sposta l’offensiva del cemento e dell’asfalto sul piano delle grandi opere. Un provvedimento che ancora una volta punta sull’occupazione di suolo e l’arrembaggio al territorio.
A rallentare la proliferazione di casette a schiera e capannoni ha d’altro canto provveduto la crisi, esplosa proprio sul connubio tra finanza, logica del debito e asset immobiliari a garanzia, che, alla maniera dell’economia capitalistica ossia squassando il mercato, ha bruscamente riallineato il rapporto tra un’offerta eccedente e una domanda esaurita. Il valore monetario del patrimonio immobiliare italiano si è deprezzato di un terzo e una quantità enorme di edifici di nuova costruzione invecchia inutilizzata, mentre sull’altro versante l’emergenza abitativa colpisce le fasce sociali immiserite dalla crisi. Che finalmente si prenda atto che costruire ulteriori edifici privi di acquirenti sia irrealistico porta sollievo ma non risolve il problema del consumo di suolo (specie quando scopriamo che in Italia la quota più rilevante di suolo è occupata da superfici dedicate alla circolazione e al parcheggio).

La denuncia degli effetti del consumo di suolo sottende e condensa la consapevolezza di un insieme di problemi che attengono l’intero spettro della territorialità. In questo senso sarebbe preferibile la dicitura “consumo di territorio” con le sue implicazioni sistemiche. Dopo considerazioni di fondo sul suolo come sostrato della sopravvivenza, fondamento dell’osmosi naturale, regolatore dei cicli idrici e ambientali, per non confinare lo sguardo entro l’esatto sedime del costruito, è essenziale allargare il discorso alla serie di conseguenze concatenate – geografiche, economiche, sociali – di cui l’entità di suolo impermeabilizzato è solo (drammatico) indice.
Territorio è infatti nozione complessa in grado di cogliere le interrelazioni tra le diverse sfere che operano nella sua trasformazione. E’ elemento costitutivo delle comunità, agente vivo del processo di civilizzazione e delle sue dialettiche, spazio pubblico e bene comune per eccellenza, come i suoi attributi di qualità, funzionalità, bellezza. Per queste ragioni è proprietà collettiva, la cui organizzazione è preminente sui diritti individuali in nome dell’interesse pubblico – un principio che invece la smania costruttivista spesso mutila o utilizza come paravento a proprio favore.
Parlare di consumo di suolo significa interrogarsi sulla crescita insediativa caotica e sulla dispersione nelle campagne, sugli effetti economici dell’immobiliarizzazione e della rendita, sulla dissipazione dei patrimoni paesaggistici, alla fine sulla perdita degli equilibri antropologici e ambientali. Dunque più in generale porsi delle domande sullo sfruttamento che l’attuale modello di sviluppo esercita sulle condizioni sociali delle comunità insediate.
Questioni che stanno racchiuse nella dicotomia tra crescita e sviluppo, la prima, derivata dalle teorie liberiste, che punta ad accrescimenti economici quantitativi presumendo redistribuzioni automatiche tramite l’effetto trickle-down; il secondo che privilegia la qualità ecosistemica e il benessere collettivo, anche delle generazioni future. Una distinzione importante, benché poco frequentata dal linguaggio corrente, che mette in luce come non ci sia innocenza nella produzione dello spazio e i cambiamenti che il territorio restituisce siano esito di culture e mentalità.

Cos’è il “suolo”?
Il suolo è oggetto di due principali prospettive di analisi. Nell’ambito delle scienze naturali il suolo è considerato dal punto di vista delle caratteristiche fisiche, chimiche, biologiche, pedologiche, litologiche, ma nel linguaggio odierno ha assunto un significato che va oltre la sua corrispondenza materica e implica un giudizio critico sulla sua impermeabilizzazione e l’uso sconsiderato che ne viene fatto, in cui diventa vittima delle attività umane e della pressione antropica.
Un dualismo interpretativo che troviamo ben sintetizzato in un documento dell’Unione europea sul tema, in cui leggiamo: “Per ‘suolo’ s’intende lo strato superiore della crosta terrestre, costituito da componenti minerali, organici, acqua, aria e organismi viventi. Rappresenta l’interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera. Visti i tempi estremamente lunghi di formazione del suolo, si può ritenere che esso sia una risorsa sostanzialmente non rinnovabile. Il suolo ci fornisce cibo, biomassa e materie prime; funge da piattaforma per lo svolgimento delle attività umane; è un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale e svolge un ruolo fondamentale come habitat e pool genico. Nel suolo vengono stoccate, filtrate e trasformate molte sostanze, tra le quali l’acqua, i nutrienti e il carbonio [….] Per l’importanza che rivestono sotto il profilo socioeconomico e ambientale, tutte queste funzioni devono pertanto essere tutelate”. (COM, 2006/231).

Quali cambiamenti colpiscono l’agricoltura?
Il mondo agricolo è la prima vittima, un sovvertimento che ha implicato il depauperamento del patrimonio paesistico e ha generato un conflitto tra le funzioni, agricola da un lato, immobiliare e di circolazione dall’altro, ben poco compatibili. Una contrapposizione che è anche tra pratiche, bisogni e comportamenti il cui dato più vistoso è la copertura artificiale dei suoli e di conseguenza la limitazione della produzione agricola e ci costringe ad importare derrate dall’estero, una fiducia nelle logiche del commercio internazionale che mina la sicurezza alimentare, oltre che la qualità.
Lo sprawl tuttavia non è solo occupazione di spazi, è l’espressione di una mentalità che valuta il mondo rurale marginale, un territorio di cui disporre senza rispetto della sua identità. Un’accezione superficiale, o forse solo inconsapevole, che pensa alla campagna come luogo ameno, vuole godere della sua essenza senza preoccuparsi della sua cura. Sicché al di là dell’entità delle superfici consumate, in ogni modo ragguardevoli, ciò che risalta è il mutamento antropologico e strutturale della campagna. Eravamo abituati a considerare la ruralità una dimensione diversa, alternativa alla città, non solo nella sua rappresentazione paesaggistica ma come ambito produttivo e modi di vita, da lungo tempo si è invece avviato un rimescolamento dei due mondi che prima ha portato in città gli abitanti della campagna e poi, con moto inverso, ha respinto i cittadini in un suburbio insediativo sempre più dilatato e poroso. Un processo che si era avviato in fase industriale, con la modifica profonda delle modalità di conduzione aziendale e delle tipologie colturali, e ora ha trasformato la campagna nella periferia della città, colonizzata dalle sue propaggini frantumate. La campagna ha così perso la sua identità, ma ugualmente non è diventata città, tant’è che si è dovuto coniare per questi orizzonti dello sprawl la definizione ibrida di “rururbano”.

Quale evoluzione sta subendo il fenomeno dell’urbanizzazione nella nostra società?
Il consumo di suolo ha stravolto il rapporto tra città e campagna. L’urban sprawl, l’urbano dilatato, polverizzato nelle campagne, ha mandato in soffitta l’idea di città compatta, densa di popolazione e attività e l’ha sostituita con una realtà porosa, magmatica, liquida. Ritratto come sempre della società che ne è artefice.
Una nuova veste dell’urbano priva di limiti, debordata in un’infinita periferia, segmentata in microcosmi, ha invaso il mondo rurale imponendo ritmi, comportamenti e una modalità d’uso dello spazio che non contempla la cura, come si trattasse di un dipinto inanimato e incorruttibile di cui godere passivamente i pregi visuali.
La campagna urbanizzata, trascurate le opere di manutenzione, perde così quell’armonia fragile che era frutto del lavoro contadino ed entra in dissesto idrogeologico, con le conseguenze nefaste che la miopia compiacente dei nostri giorni etichetta come calamità naturali mondando le colpe degli uomini.
Città e campagna versano in Italia in un penoso stato di incuria e abbandono, effetto di un’idea di crescita distruttiva della natura e della storia mentre lo spazio pubblico, travolto dalla tagliola neoliberista, si dissolve e con esso i requisiti che davano alla città l’aura di luogo della democrazia e dei diritti.
Una situazione complessa che si è tradotta in una crisi strutturale profonda da cui il paese non riesce a riemergere, irta di contraddizioni e paradossi. Paradosso, preavverto, è il termine che più ricorre nel libro, il più calzante al tema e alla nostra epoca, che vive in uno stato perenne di instabilità sul baratro di incongruenze che conosce ma non corregge. Basti pensare alla abnorme e spesso conflittuale produzione normativa che in Italia resta inosservata, salvo le parti che favoriscono la privatizzazione e, in nome della “semplificazione”, l’abbattimento dei controlli istituzionali, molte volte in deroga al diritto vigente, accentuando la vulnerabilità alle pressioni corruttive.

In quali condizioni versano i paesaggi italiani?
Il paesaggio, semiosi della territorializzazione, patrimonio collettivo e bozzolo esistenziale, invaso da schiere di villette, capannoni, centri commerciali, frantumato da corridoi e snodi stradali, deteriora, perde significato, mentre l’agricoltura piegata alle monocolture lo uniforma e banalizza.
Sul paesaggio esiste una letteratura sterminata, ma mai come in questa fase di così intensa discussione dei suoi cardini teorici si è proceduto alla sua sistematica distruzione, sicché ormai il discorso sul paesaggio ha assunto un alone chimerico, di utopico paradiso perduto. Al punto che ci si è arresi al più estremo dei soggettivismi e confinando in secondo piano il requisito del bello, si è privilegiato il percepito, enfatizzando il guscio dei sentimenti di appartenenza e identificazione. Prospettiva interessante, attenta alle volontà locali, ma con rischi di relativismo da non sottostimare. Chi non ama la propria terra anche se ingrata e deforme? Quali le conseguenze a venire, nel decadimento del gusto della rururbanizzazione postmoderna?
Quando infatti la Convenzione europea del paesaggio, nel 2000, ratifica questo approccio, i paesaggi europei sono già stati profondamente modificati, prima dall’industrializzazione e poi dallo sprawl e quel che rimane è qualità di aree collinari privilegiate o di luoghi isolati non toccati dai flussi della modernizzazione, o di sfridi di spazio residui di un percorso di valorizzazione che ancora non ha giudicato conveniente la loro occupazione. Finiremo dunque per affezionarci anche ai paesaggi disfatti dell’urbanizzazione distrofica?
Mentre le caratteristiche di unicità e distinguibilità che li differenziano in tipi geografici vengono compromesse dalla degradazione e dall’abbruttimento, il paesaggio diventa astratto argomento di culto o utile elemento di attrattività, in cui all’enfasi per interpretazioni seducenti o narrazioni pittoresche non corrisponde una conseguente cura che ne impedisca il degrado. L’attenzione assume così i profili del marketing, in cui tipicità e bellezza diventano bersaglio di un processo di estetizzazione e mediatizzazione che mette in scena cliché da cartolina.

Quali alternative al consumo di suolo?
La fase della crescita edilizia tumultuosa si è esaurita e si deve andare in direzione del recupero e riutilizzo degli spazi già utilizzati. Senza per questo sconfinare in processi di densificazione che cannibalizzino gli scarni spazi vuoti all’interno delle città o inneschino, senza neppure redistribuire tra pubblico e privato le plusvalenze prodotte, processi di gentrification e il loro iniquo corollario di displacement. E’ necessaria una nuova visione della pianificazione che allarghi lo sguardo dall’urbanistica ai sistemi territoriali complessi in cui si articola oggi la dimensione urbana, fatta di pieni e vuoti, nuclei di addensamento e campagna. Un generale ripensamento che fissi principi guida per innovare, e coordinare, la ridda di strumenti urbanistici non più idonei a regolare la nuova fase.
Una meta difficile da perseguire nell’Italia della speculazione, dei condoni, dell’abusivismo e dell’adesione enfatica e miope al neoliberismo, ma che forse la consapevolezza collettiva può raggiungere.
Obiettivo del libro è quello di suggerire parametri utili per comprendere non solo il fenomeno del consumo di suolo nella sua manifestazione ultima, l’entità, indicatore importante ma spesso ingannevole, quanto le implicazioni e le conseguenze che sottostanno al modello di organizzazione economica e territoriale che ha portato al suo abuso. Cerca perciò di riflettere anche su valori imprescindibili per le comunità locali come la qualità della vita e dell’abitare, le relazioni sociali e le rappresentazioni culturali che contribuiscono a produrre e riprodurre il nostro ambiente di vita. E di discutere in modo propositivo di cosa sono città e campagna e come ridare nuova personalità a configurazioni territoriali ora compromesse, ponendo non solo freno al cemento ma anche alla perdita di senso che il consumo di territorio porta con sé.

Paola Bonora è Professore ordinario di Geografia presso l’Università di Bologna