Federico II e i trovatori, Francesco Saverio AnnunziataDott. Francesco Saverio Annunziata, Lei è autore del libro Federico II e i trovatori edito da Viella: in che modo le poesie dei trovatori consentono di ricostruire la ricezione dei principali avvenimenti che videro protagonista Federico II di Svevia?
Partiamo col dire che le poesie dei trovatori relative a Federico II si dispongono abbastanza uniformemente in un periodo molto lungo della sua vita: i testi possono essere ordinati infatti in un arco temporale che va dal 1212, anno della partenza di Federico per la Germania, fino alla morte dell’imperatore, avvenuta nel 1250.

La grande maggioranza di questi componimenti è ispirata dalle vicende politiche di cui Federico fu protagonista: numerose poesie furono ideate sulla scia degli eventi e rappresentano i giudizi dei poeti e dell’opinione pubblica contemporanea sull’operato politico-militare dell’imperatore.

Se mettessimo insieme queste poesie, ordinandole in base alla loro cronologia, potremmo avere una sorta di storia in versi di Federico II: i trovatori celebrano l’incoronazione imperiale di Federico, biasimano la sua inazione riguardo alla condizione di Gerusalemme conquistata dagli infedeli, festeggiano la crociata pacifica dello Svevo e prendono posizione nella lotta perenne con i comuni lombardi o in quella al vertice della cristianità con il papato.

Nel corso del XIII secolo la lirica trobadorica entrò direttamente in contatto con personaggi e fatti della cronaca quotidiana e acquisì dunque un valore documentario, oltre che poetico, di primo rilievo. In questa prospettiva assumono un valore particolare le immagini di Federico che ci consegnano le poesie dei trovatori, composte contemporaneamente ai grandi eventi che segnarono la vita dell’imperatore. Esse non furono libere da condizionamenti ideologici e anzi molto spesso erano volte a diffondere messaggi politici e a influenzare l’operato degli uomini. In questo senso, queste testimonianze possono essere considerate come delle fonti letterarie preziose per ricostruire gli stati d’opinione relativi alle azioni dello Svevo e, al contempo, offrono uno squarcio prezioso nella cultura e nel complesso delle ideologie degli ambienti signorili e delle città dell’Italia settentrionale e dell’Occitania al tempo di Federico.

Queste liriche trobadoriche conservano dunque uno specifico interesse per la storia della cultura e della poesia in Italia e, allo stesso tempo, un grande valore per la storia delle mentalità e per quella evenemenziale.

Quali rapporti ebbe Federico II con i poeti provenzali?
Partiamo da un dato statistico: Federico II di Svevia è la figura storica più citata nella lirica dei trovatori, sono infatti 49 i componimenti relativi allo Svevo. Un numero così elevato di riferimenti può risultare stupefacente, se si considera che la distanza tra Federico e i trovatori è un dato da sempre confermato dalla critica. Mentre ci sono stati trasmessi diversi componimenti politici latini e greci composti da autori molto vicini allo Svevo come Terrisio di Atina, Piero della Vigna e Giovanni Grasso e si può affermare che Federico sia stato committente e mecenate del più rappresentativo Minnesänger, Walther von der Vogelweide, non ci resta alcuna prova di un contatto diretto tra l’imperatore e i trovatori.

Tuttavia, anche se secondo una parte della critica il rapporto di Federico II con i trovatori può essere descritto in termini di indifferenza, o addirittura di fastidio, il numero importante di componimenti indirizzati allo Svevo e il loro disporsi lungo un arco temporale di circa quarant’anni impongono un’analisi diversa. Capovolgendo la domanda e lo stesso titolo del mio libro, ci potremmo interrogare sul rapporto dei trovatori con Federico II. A mio avviso, la tesi di una netta e indiscriminata chiusura dell’imperatore ai trovatori andrebbe sfumata o quanto meno problematizzata: i ripetuti appelli e le allusioni all’imperatore da parte dei poeti celano punti di vista, fini e interessi molto disparati e non sempre la critica si è occupata di indagare a fondo sui contesti storici e sociali in cui i componimenti si inseriscono.

Per esempio, l’analisi dei testi che contengono elogi e critiche rivolti a Federico o che gli riservano consigli in riferimento al suo ruolo di signore dei vassalli dell’Italia settentrionale consente di chiarire quale fu il ruolo di Federico nel sostegno della poesia trobadorica in Italia. Non esiste una prova della presenza a corte di trovatori e giullari e tanto meno si può affermare che Federico fu mecenate diretto di questi poeti. Tuttavia non si può escludere l’esecuzione di componimenti trobadorici in presenza dell’imperatore nel corso di uno dei tanti soggiorni in Italia settentrionale della corte mobile di Federico. Inoltre, si può forse ipotizzare una distinzione tra autori che divennero intellettuali di corte e che si legarono a realtà politiche specifiche ottenendo anche una discreta ascesa sociale, quali Aimeric de Peguillan, Falquet de Romans e Uc de Saint Circ, e altri che elessero a modus vivendi la mobilità continua e la ricerca di prebende presso diversi patroni. È possibile, a mio avviso, tenere distinte queste figure e immaginare anche un differente atteggiamento dell’imperatore nei loro confronti. La poesia trobadorica era divenuta in Italia uno dei mezzi privilegiati per veicolare idee politiche ma più in generale per manifestare il prestigio e le ambizioni delle grandi casate feudali italiane. L’opera di intellettuali di corte come quelli sopra citati si configura come una sorta di vessillo culturale dell’alta feudalità, uno strumento di creazione di consenso e al contempo un prestigioso prodotto letterario da presentare a un imperatore avvezzo alla poesia e alla promozione della cultura.

Come si sviluppò la diaspora italiana dei trovatori?
La prima metà del XIII secolo rappresenta per lo sviluppo della lirica trobadorica un periodo complesso e denso di eventi significativi. In questo arco temporale, infatti, l’ambiente culturale del Sud della Francia subì importanti modifiche dettate per lo più da fattori esterni, su tutti la lunga crociata contro gli albigesi.

Questa campagna finì per travolgere il sistema di corti del Midi francese che aveva ospitato la nascita e lo sviluppo dell’esperienza trobadorica. Va evidenziato, però, che tale contesto storico offrì un forte impulso per un’ulteriore diffusione della poesia dei trovatori. Se questi poeti erano già conosciuti fin dall’ultimo quarto del XII secolo in Francia e in Spagna, è proprio nei primi decenni del secolo successivo che si verifica la loro massima penetrazione nel resto d’Europa, sia dal punto di vista della ricodificazione di temi, forme e tecniche della poesia occitana in altre lingue, sia da quello degli spostamenti fisici di trovatori e giullari verso nuove regioni.

È solo a partire dai primi decenni del XIII secolo, sostanzialmente in concomitanza dei primi eventi legati alla crociata antialbigese, che si può registrare una cospicua presenza di compositori ed esecutori di poesia trobadorica anche in Italia, in particolare presso le ricche e potenti corti del Settentrione. I faidits, gli esuli, che lasciavano le zone del Sud della Francia, trovavano nelle nuove formazioni signorili dell’alta Italia il luogo ideale per continuare la loro professione. Qui, in un contesto sociale che solo marginalmente aveva in precedenza conosciuto la poesia trobadorica, i poeti in lingua d’oc si occupano di diffondere non solo la loro arte ma anche i modelli di comportamento che questa aveva sviluppato nelle avanzate corti del Midi. Proprio da questa parte delle Alpi la ricezione dell’esperienza trobadorica si presenta come mai profonda. Uno dei primi fenomeni che caratterizzano la fortuna italiana del trobar è la presenza di numerosi poeti autoctoni che adottano l’occitano come lingua della poesia. A partire dalla metà del Duecento, l’interesse suscitato dalla lirica dei trovatori in Italia ha consentito di sviluppare nuove forme letterarie come le vidas e le razos e ha permesso a quella lirica fortemente legata all’esecuzione orale di trasformarsi in letteratura. È infatti soprattutto l’Italia settentrionale ad aver offerto l’impulso principale alla conservazione del patrimonio trobadorico mediante la realizzazione di complesse raccolte antologiche, quei canzonieri che ci consentono di poter leggere ancora oggi un grande numero di componimenti.

Se la prima metà del XIII secolo si rivela un periodo cruciale per i trovatori, tanto nel Sud della Francia quanto in Italia, questo periodo cronologico si sovrappone quasi perfettamente alla parabola esistenziale di Federico II, nato nel 1194 e morto nel 1250: Federico è riuscito a imprimere il suo segno nella storia ed è certo che conserva un ruolo importante anche nella poesia trobadorica, in particolar modo per quanto riguarda l’esperienza italiana.

Voglio approfittare di questa domanda per segnalare che l’Università di Napoli Federico II ha ospitato il progetto “L’Italia dei trovatori” (http://www.idt.unina.it/). Questo progetto, a cui ho avuto il piacere di collaborare durante gli anni del mio dottorato di ricerca, si pone l’obiettivo di offrire un repertorio digitalizzato delle poesie trobadoriche relative all’Italia e la sua pubblicazione offre nuovi spunti su questioni importanti quali la presenza dei trovatori in Italia, il mecenatismo, la circolazione e la ricezione dei testimoni manoscritti in determinati ambiti geopolitici, le forme e la destinazione della poesia di ispirazione storico-sociale.

Nel corso del XIII secolo si assiste alla progressiva politicizzazione del trobar: quale fu il rapporto dei trovatori con il potere?
Sono stati scritti diversi libri su questo argomento e molti ancora se ne potrebbero scrivere. Nel mio saggio ho provato a tratteggiare il rapporto dei trovatori con il potere, e non solo con Federico II, sotto diversi aspetti.

Da un lato, la poesia trobadorica può svolgere una funzione encomiastica e alcuni componimenti relativi allo Svevo furono inscenati probabilmente all’interno delle corti per discutere il comportamento di Federico o per giustificare le scelte dei signori nei suoi confronti e, in certi casi, essi furono indirizzati allo Svevo come captatio benevolentiae non solo dei poeti, ma dei loro patroni.

Più strettamente legata al rapporto dei trovatori con il potere è la riflessione sulla poesia politica. I trovatori si radicarono rapidamente nella complessa realtà italiana caratterizzata da corti feudali tradizionali e nuove formazioni di governo presignorili, come quelle dei da Romano e degli estensi nella Marca trevigiana, in perenne contatto con la vivace società comunale. Furono dunque composte moltissime poesie che ci informano dei principali eventi della politica italiana, inevitabilmente legati per tutta la prima metà del Duecento alla personalità di Federico II.

Più in generale, i primi anni del XIII secolo fecero registrare la massima diffusione della poesia dei trovatori, in termini di conquista di nuove province europee, e videro l’élite intellettuale dei poeti in lingua d’oc profondersi in una vasta produzione civile e politica. Ciò è dovuto sicuramente a motivazioni storiche e all’evoluzione della situazione politica nelle regioni che ospitavano i trovatori, in particolare in Occitania. Con l’esplodere della crociata e con le pesanti ripercussioni a tutti i livelli della vita nel Midi, la poesia politica e la satira morale riscossero un successo di gran lunga maggiore rispetto alla canzone amorosa, i cui prosecutori non riuscirono a riprodurre i picchi raggiunti dagli autori del periodo aureo del secolo precedente.

Pressata dalle contingenze storiche, la lirica trobadorica evolveva: l’opera dei poeti si indirizzò in maniera più specifica a quelle forme poetiche, il sirventese in testa, tramite le quali riusciva più semplice esprimere la propria opinione sull’attualità, rendendosi in tal modo strumento privilegiato di diffusione della propaganda. Ciò si verificò anche in relazione alle pretese dei nuovi signori locali della penisola iberica e d’Italia, dove la poesia trobadorica si specializzò, in particolare, nell’espressione della passione politica. Le corti divennero non solo luoghi di fruizione della poesia lirica d’argomento cortese ma anche centri propulsori di idee politiche: i trovatori furono in grado di approfittare di questa evoluzione mettendo al servizio dei signori feudali la loro capacità di esprimere le passioni partigiane mediante componimenti destinati a diffondersi rapidamente, grazie all’utilizzo di melodie già note, ricavate da componimenti in voga.

Nella prima metà del Duecento la poesia occitana conosce dunque un processo di forte politicizzazione e anche in un contesto cittadino furono realizzati componimenti d’attualità volti a diffondere opinioni di parte, a persuadere le coscienze e condizionare gli stati d’animo. Trasportata nelle piazze, fuori dai luoghi convenzionalmente preposti alla fruizione della performance, la lirica trobadorica diviene uno strumento di persuasione più potente. Questo genere di testi, specie se eseguiti in contesti pubblici, non presupponeva una solidarietà di vedute tra gli ideatori e la loro audience, anzi essi erano composti non solo per compattare il fronte comune ma anche per tentare di persuadere gli incerti o far vacillare le certezze del partito avverso. Questa funzione è tanto più probabile nel contesto comunale dell’Italia settentrionale ma anche del Sud della Francia, un universo politico molto complesso in cui si fronteggiavano spesso diverse partes, i cui esponenti potevano passare rapidamente da un campo all’altro, a seconda delle esigenze del momento.

In che modo la poesia occitanica funse da modello per le tradizioni poetiche successive, in primis per la Scuola siciliana?
La lirica dei trovatori è una poesia laica in lingua volgare rivolta a uomini e donne di diverse estrazioni sociali e affidata in primo luogo alla circolazione orale attraverso l’esecuzione cantata. Questi caratteri peculiari hanno fatto sì che la poesia trobadorica riscuotesse un rapido successo fin dalla sua nascita e che l’occitano divenisse la lingua internazionale della poesia lirica. I trovatori hanno precocemente influenzato le successive tradizioni poetiche volgari: fin dalla fine del XII secolo, i trovieri della Francia del Nord e i Minnesänger tedeschi hanno rielaborato nei rispettivi idiomi motivi, immagini e forme poetiche trobadorici, seguiti nei primi anni del Duecento dai trovatori galego-portoghesi nella penisola iberica.

In Italia il prestigio legato alla poesia trobadorica ha fatto sì che molti autori autoctoni componessero direttamente in occitano e solo con un notevole ritardo sembra nascere una tradizione di poesia lirica in volgare italiano. Sebbene studi recenti e nuove scoperte ci offrano un quadro sempre più articolato della poesia lirica italiana delle origini, si può ancora affermare che primi autori di lirica d’arte in Italia e fondatori della tradizione poetica italiana siano i poeti afferenti alla Scuola siciliana.

La nascita della Scuola è strettamente legata alla figura di Federico II e al regno di Sicilia: i suoi esponenti furono in gran parte funzionari della Magna curia di Federico. Ma, ancor di più, la nascita della tradizione poetica italiana è legata al modello trobadorico: i Siciliani ricodificarono e tradussero temi, stilemi e forme dei trovatori nel loro volgare illustre, cioè depurato da tratti più caratterizzanti delle varietà locali. Nonostante la presenza di vere e proprie traduzioni (come la celebre Madonna, dir vo voglio di Giacomo da Lentini che traduce la canzone A vos, midontç, voill retrair’en cantan, attribuita a Folquet de Marselha), l’imitazione dei trovatori da parte dei Siciliani si accompagna a molteplici innovazioni sia dal punto di vista contenutistico, sia e soprattutto da quello formale e metrico, con l’introduzione di una versificazione più complessa e con l’invenzione del sonetto.

La conoscenza dei trovatori da parte dei Siciliani, le traduzioni e il grado di rielaborazione delle poesie occitane fanno immaginare uno studio quasi filologico di manoscritti, o più probabilmente di supporti più accessibili come rotuli di pergamena o raccolte più modeste. Non va però del tutto escluso il canale orale, ossia l’esecuzione di componimenti trobadorici in presenza dell’imperatore e, perché no, di membri del suo entourage, durante uno dei tanti soggiorni della corte itinerante di Federico in Italia settentrionale. Nel mio libro ho provato a sottolineare il rapporto tra testi trobadorici dedicati all’imperatore e componimenti della Scuola siciliana. Accanto alla ripresa della canzone di Falquet de Romans Cantar vuoill amorosamen, chiaro riferimento per Guido delle Colonne in Gioiosamente canto, ho evidenziato come le canzoni di un altro trovatore importante come Aimeric de Peguillan siano state citate da diversi esponenti della Scuola. In particolare Cel qui s’irais ni guerreia ab Amor è riecheggiata dal Notaro Giacomo da Lentini in Ben m’è venuto prima cordoglienza, in Dal core mi vene e in Uno disïo d’amore sovente mentre Totz hom qui so blasma que deu lauzar è fonte parziale di Amor, da cui move tutora e vene di Piero della Vigna e dei componimenti di Rinaldo d’Aquino Amorosa donna fina e Per fin amore vao sì allegramente.

La ripresa di queste canzoni e il favore a esse attribuito sono molto probabilmente legati al loro contenuto, una riflessione su pregi e difetti dell’esperienza amorosa, ma non è totalmente da escludere che possano aver giocato un ruolo anche la dedica e l’elogio dell’imperatore in esse inclusi.

Francesco Saverio Annunziata (Scafati, 1988) ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia presso l’Università di Napoli Federico II; si occupa di lirica occitana e dei rapporti tra storia, lingua e letteratura. Insegna Discipline letterarie nelle scuole secondarie di I e II grado.

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