Fascismo, Santa Sede e Cina nazionalista nella documentazione diplomatica italiana (1922-1933), Chiara d’AuriaD.ssa Chiara d’Auria, Lei è autrice del libro Fascismo, Santa Sede e Cina nazionalista nella documentazione diplomatica italiana (1922-1933) edito da Rubbettino: quali rapporti vi erano tra le autorità diplomatiche italiane in Cina, la prima nunziatura apostolica ivi costituita nel 1922 e il governo nazionalista cinese nel periodo tra i primi anni Venti e gli anni Trenta?
L’analisi storica delle relazioni intercorse tra Italia fascista, Santa Sede e Cina nazionalista tra il 1922 e il 1933 verte, del presente volume, essenzialmente su tre aspetti: la condizione delle missioni cattoliche in Cina; la diffusione della propaganda comunista e la politica sovietica in Estremo Oriente nei primi anni Trenta. L’arco temporale preso in esame corrisponde, infatti, al mandato del primo delegato apostolico nel Paese, mons. Celso Costantini, e coincide con il periodo più attivo e dinamico dell’azione italiana in Cina attraverso l’attività delle proprie autorità diplomatiche in loco.

In merito alle relazioni intercorse tra il primo delegato apostolico in Cina, mons. Celso Costantini, da un lato e autorità diplomatiche italiane e governo cinese dall’altro, la grande stima di Pio XI verso il mons. Costantini, personalità di comprovata esperienza ed abilità ecumenica e diplomatica, fu tale da nominarlo suo rappresentante in Cina, nel difficile compito di aprire una delegazione apostolica a Pechino.

Il contesto nel quale si mosse Costantini fu caratterizzato dai principali temi della cornice storico-politica della Cina tra anni Venti e Trenta: la diffusione della propaganda comunista in Cina; l’occupazione della Manciuria da parte giapponese, la situazione nel Manchukuo e le inerenti vicende politiche riguardanti anche la Santa Sede; le cause e gli effetti del conflitto sino-giapponese; la debolezza del governo nazionalista e i suoi problemi sul territorio cinese a causa dei signori della guerra.

Se, in un primo momento, il ruolo svolto da Celso Costantini sembrava essere sostanzialmente quello di istituire la prima delegazione apostolica in Cina, dando così applicazione all’enciclica di papa Benedetto XV Maximum Illud, fu ben presto evidente che l’azione del nunzio si collocava in un quadro molto più complesso: quello delle relazioni diplomatiche tra Stati europei, governo cinese e missionari in loco. Infatti la lettera apostolica del 30 novembre del 1919 era stata definita sulla base della situazione dei cattolici in Cina e dalle note inviate dai missionari ivi presenti a De Propaganda Fide in cui era denunciata la persecuzione della loro attività e della Chiesa cattolica. In essa, considerato il più importante documento sull’azione e i compiti delle missioni cattoliche, il Pontefice aveva stabilito la responsabilità di coloro che presiedevano le missioni stesse, le linee guida dei missionari e infine il sostegno all’attività missionaria proveniente dai fedeli. In tal modo il Vaticano intervenne a tutela delle missioni in un delicato contesto storico, quando, alla fine della Prima guerra mondiale, alla luce del diktat imposto alla Germania, la Gran Bretagna intendeva eliminare tutti i missionari di origine tedesca dai territori delle sue colonie. Anche il governo cinese era favorevole a questa impostazione poiché riteneva che la presenza dei missionari fosse in realtà funzionale agli interessi delle potenze coloniali.

Sin dal momento del suo arrivo in Cina Celso Costantini era consapevole dell’importanza della sua missione: la cristianizzazione del paese e soprattutto l’indipendenza della delegazione apostolica da lui fondata dal protettorato francese, che esercitava de facto un controllo indiretto su tutte le missioni in Cina. Questa posizione di predominio, data dalla presenza di un elevato numero di missioni francesi sul territorio cinese, era dovuta soprattutto ai Trattati inuguali, che le attribuivano una sorta di ‘supremazia implicita’, esercitata in maniera duplice. Se da una parte, infatti, era il console francese a rilasciare i documenti necessari alla mobilità nel paese a tutti i missionari, di qualunque nazionalità e provenienza, era anche vero che, dall’altra parte, la Francia non intendeva abbandonare questa condizione di privilegio che le consentiva notevoli vantaggi economici e commerciali. L’obiettivo francese era quindi quello di evitare la creazione di una delegazione ufficiale della Santa Sede in Cina, proponendo al Vaticano la sola stipula di un accordo bilaterale.

Nel ‘Paese di mezzo’ esisteva già dai primi anni del Novecento l’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Italiani all’Estero (ANMI), fondata nel 1886 dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli (presieduta da Augusto Conte, filosofo, storico e uomo politico) e di cui Schiaparelli stesso fu eletto Segretario, carica che mantenne fino alla sua morte nel 1928.

Grazie a questa associazione l’Italia aveva tentato di rivendicare la protezione delle proprie missioni in Cina, senza tuttavia mai giungere ad un risultato soddisfacente. Infatti l’accordo verbale intercorso tra il Ministro degli Affari Esteri italiano Emilio Visconti Venosta e l’ambasciatore francese Camile Barrère nel 1901 stabiliva che sarebbe stata la volontà del missionario stesso a decidere a quale autorità diplomatica (italiana o francese) rivolgersi per ottenere i lasciapassare per la Cina. Unico nodo rimasto irrisolto era dato dalle missioni nello Shanxi, regione le cui autorità imperiali cinesi riconoscevano unicamente il diritto di protezione della sola rappresentanza italiana. In effetti era il Vicario apostolico nello Shanxi a decidere effettivamente come gestire la questione, che rimase irrisolta fino ai primi anni Venti.

Giunto in Cina il monsignore non ricevette un’accoglienza particolarmente positiva: Costantini si trovò al cospetto di una missione da compiere di tipo religioso ed evangelico, comunque collegata ad un complesso nodo diplomatico, riguardante la posizione della Francia, la Santa Sede e dell’Italia. La Maximum Illud di papa Benedetto XV del 1919 aveva posto in risalto l’assoluta indipendenza delle missioni cattoliche dalla protezione del governo francese, condannando l’istituto dello ius commissionis, che aveva in effetti consentito l’espansione delle missioni cattoliche nel mondo fino a quel momento. L’evangelizzazione dell’Africa e dell’Asia le missioni si erano sviluppate nel XIX secolo grazie alla congregazione De Propaganda Fide che seguiva la pratica secondo cui ogni nuova missione fondata era sottoposta alla giurisdizione di un istituto specifico che si richiamava allo ius patronatus seicentesco.

Con la nascita del governo di Canton la Francia perse gran parte dei propri privilegi così come la Gran Bretagna, fino ad allora incontrastata potenza coloniale europea.

In Estremo Oriente, però, la Santa Sede aveva tentato di mantenere inalterati i propri interessi per la protezione e tutela delle missioni in Asia, fondando nel 1919 in Giappone la prima delegazione apostolica in Estremo Oriente, diretta da monsignor Pietro Fumasoni Biondi, il cui compito fu quello di incrementare e rafforzare le relazioni tra il Vaticano e l’Impero nipponico.

Nel 1923 Costantini riuscì ad ultimare un rapporto dettagliato che inviò a Pietro Gasparri, segretario di Stato vaticano, proprio in merito alla questione spinosa del protettorato francese. Aveva impiegato un anno per raccogliere informazioni complete ed adeguate, esponendo in questo documento i tratti di una condizione al limite dell’imbarazzo per la Santa Sede. Secondo il delegato apostolico il protettorato francese era oramai valutato e a tutti gli effetti appariva essere un servizio della Chiesa alla Francia, e non il contrario. Per uscire da questa impasse, Costantini proponeva l’avvio immediato di negoziati per ottenere quanto prima garanzie della proprietà delle missioni sottoposte all’influenza francese per il Vaticano. Oltre a ciò, Costantini intendeva avviare la propria attività evangelica consigliando a Gasparri il riconoscimento del clero autoctono.

Ad un anno dalla fondazione della delegazione apostolica in Cina, nel 1924, nonostante i tentativi di alcune potenze europee (tra cui quelli di Italia e Germania) a svincolare le proprie missioni dall’influenza della Francia, questa manteneva inalterata la propria posizione di preminenza. Infatti tramite il vicario apostolico del Guangzhou, Jean-Baptiste-Marie Budes de Guébriant, la Francia aveva comunicato a Costantini che la fine del protettorato francese sulle missioni in Cina non aveva bisogno di una proclamazione ufficiale né di interventi dall’esterno: sarebbe avvenuto quando il governo cinese fosse stato in grado di garantire la protezione dei cittadini stranieri e dei missionari. Si trattava di una dichiarazione ingannevole poiché la Francia era a conoscenza delle vicissitudini interne che allora sconvolgevano la stabilità del governo nazionalista.

de Guébriant era membro della Società per le Missioni Estere di Parigi ed era stato inviato in Cina da papa Benedetto XV nel 1919 come visitatore apostolico per analizzare la situazione in preparazione dell’arrivo del primo delegato apostolico.

Per Costantini la questione del protettorato francese non riguardava unicamente la tutela delle missioni e dei suoi membri: interessava, infatti, anche il riconoscimento e il consolidamento del clero indigeno, uno degli obiettivi più importanti del delegato apostolico. L’ingerenza francese era per il monsignore un ostacolo in più che si sarebbe posto al momento della transizione delle funzioni e delle attività del clero secolare a quello cinese.

Costantini informò la Santa Sede che buona parte della stampa locale e alcune alte autorità cinesi consideravano la posizione francese inammissibile poiché era la chiara dimostrazione della volontà indiretta della Francia di mantenere i propri interessi commerciali e strategici in Cina approfittando della religione cattolica e della particolare condizione creatasi con la questione delle missioni in Asia.

La stessa posizione del nunzio divenne dopo qualche anno seriamente compromessa: di fronte alla condizione di stallo e di lentezza estrema voluta intenzionalmente dalla Francia per la non soluzione dell’intricato nodo, molti giornali e riviste in lingua cinese descrissero Costantini come il rappresentante della religione francese. Il nunzio iniziò a esprimere il proprio disagio a Gasparri, dichiarando che non era considerato rappresentante della Chiesa di Roma. Solamente nel 1928, in occasione della traslazione della salma di Sun Yat-Sen da Pechino alla nuova capitale Nanchino, il governo cinese invitò ufficialmente alle cerimonie Costantini in qualità di rappresentante del Sommo pontefice, segno della decisa posizione assunta dal nuovo governo nazionalista di Chiang Kai-shek. Tra il 1922 e il 1928 le autorità nazionaliste avevano più volte espresso la volontà di trattare direttamente con la Santa Sede, e non con l’intermediazione dell’ambasciatore francese, in materia di questioni religiose. La dichiarazione della fine della validità dei Trattati inuguali aveva consentito al governo cinese di svincolarsi dalla Francia e le decisioni del governo nazionalista in materia religiosa erano attuate attraverso decreti. Sia il clero secolare sia Costantini erano propensi alla stipula di un trattato bilaterale tra il governo cinese e la Città del Vaticano. Tuttavia non si giunse mai ad una sua concreta realizzazione poiché la revisione dei Trattati inuguali e le sue conseguenze paralizzarono l’avvio dei negoziati, rendendoli di fatto impossibili.

Dal 1925, come già osservato, l’abolizione dei Trattati era fortemente sostenuta in Cina anche dall’opinione pubblica; Costantini era d’accordo, considerava ormai necessaria l’eliminazione del diritto di extraterritorialità, fermo restando la posizione diplomatica che ogni rappresentanza straniera avrebbe dovuto e potuto esercitare sui propri connazionali in Cina. Il nunzio inoltre ribadiva con fermezza che egli non era in Cina per scopi politici né tantomeno per sostenere un paese europeo o i suoi interessi.

La linea moderata ma decisa del nunzio incontrò il favore delle autorità cinesi: a questo clima positivo si aggiunse il discorso del Papa Pio XI nel 1928 in cui, legittimando il nuovo governo di Chiang Kai-shek, il Pontefice affermò che la Chiesa di Roma non avrebbe mai interferito nelle questioni politiche delle autorità cinesi, chiedendo unicamente che venisse tutelata la sicurezza delle missioni e dei fedeli cristiani in Cina. Nello stesso anno il governo di Nanchino aveva dichiarò nulli i Trattati inuguali, sottraendo alla Francia ogni diritto di proprietà o protettorato, mentre le altre potenze europee usufruirono della clausola della nazione più favorita.

La nascita della prima delegazione apostolica in Cina aveva consentito il primo passo per l’emancipazione della Chiesa cattolica dal protettorato francese e per l’avvicinamento progressivo alle autorità politiche cinesi. La scelta di Celso Costantini come suo fondatore non era stata casuale: Pio XI conosceva le sue doti di fermezza e contemporaneamente di abile diplomazia, sperimentate durante il periodo fiumano. Al momento del suo arrivo nel ‘Paese di mezzo’ il nunzio ebbe subito qualche difficoltà logistica: mentre la Santa Sede aveva richiesto all’ASMIE in Cina che la sede di Pechino fosse destinata alla nuova delegazione, il Console francese, appena ricevuta la notizia della nomina di Costantini, informò il Vicario di Canton che fosse lui ad ospitare il monsignore in un primo periodo.

In realtà il console di Francia, affidando al vicario (anch’egli francese, si trattava infatti di padre Antoine-Pierre-Jean Fourquet) la cura del nunzio, intendeva controllarlo: domandò infatti a padre Fourquet di essere tempestivamente informato di tutte le visite che Costantini avrebbe ricevuto, soprattutto da parte delle autorità militari e civili di Canton.

Prima del suo arrivo nella città il 12 gennaio del 1922, Costantini aveva scritto al vicario chiarendo la sua posizione: egli giungeva in Cina in qualità di delegato apostolico. Da alcuni documenti conservati presso l’Archivio storico della Diocesi di Concordia-Pordenone, è emerso che l’incontro tra i due uomini di Chiesa avvenne in modo assolutamente sereno; se, tuttavia, la diplomazia di Fourquet si manifestò nella mancanza di qualunque riferimento alla fondazione della delegazione in Cina, dall’altra parte la personalità di Costantini emerse immediatamente poiché fu il nunzio a far visita, a pochi giorni dal suo arrivo e in compagnia del suo Segretario personale, alle autorità civili e militari cinesi. Questo incontro fu l’occasione del primo riconoscimento de facto della delegazione apostolica in Cina. I funzionari cinesi furono ben disposti ad accogliere il rappresentante del Papa, di idee anti-bolsceviche; da parte sua, Costantini dichiarò che la religione cattolica mai sarebbe divenuta strumento di interferenza nelle questioni interne cinesi.

Giunto a Pechino il 29 dicembre del 1922 il nunzio si trovò ad affrontare una situazione ben più scomoda poiché non fu riconosciuto immediatamente come delegato dalle altre autorità diplomatiche e si trovò a dover fare i conti con l’egemone ruolo del rappresentante francese del protettorato di Parigi. La situazione mutò a partire dal 1923, non solo grazie agli sviluppi sulla questione del protettorato francese ma anche grazie alla realizzazione di una serie di obiettivi affidati a Costantini dalla Santa Sede.

Il primo, segretissimo, incarico che Pio XI aveva attribuito al nunzio consisteva nella preparazione per la convocazione di un Sinodo generale per stabilire l’organizzazione delle funzioni, dei ruoli e dei compiti dei missionari e del clero in Cina. Già nel 1924 il delegato promosse il primo Concilium Sinese (o Concilio Plenario di Cina). Subito dopo questo sinodo, tenuto a Shanghai, consacrò la Cina a Nostra Signora di She Shan.

Il 26 ottobre del 1926, grazie ai risultati dell’opera di Costantini, furono consacrati da Papa Pio XI nella Basilica di San Pietro in Vaticano i primi sei vescovi cinesi.

Si trattava di un risultato non scontato se si considera che una parte del clero secolare in Cina, subordinato al protettorato francese, attraverso cui godeva di ampi benefici e vantaggi, non sosteneva affatto l’attività del delegato apostolico. Tra i nuovi provvedimenti del nunzio, infatti, era stabilito l’affidamento delle prefetture e delle sottoprefetture apostoliche al clero indigeno, eliminando così buona parte del potere dei vescovi occidentali in Cina.

Oltre a questo importante risultato, nei primi anni della sua missione in Cina Costantini ne realizzò un altro parimenti difficile: la fondazione della prima congregazione religiosa cinese, la Congregatio Discipulorum Domini o Congregazione dei Discepoli del Signore (CDD), che sarebbe diventata una delle più importanti in tutto il continente asiatico.

Secondo Costantini il consolidamento della Chiesa cattolica indigena non doveva limitarsi alle nomine clericale e alla partecipazione missionaria ma doveva estendersi anche a ruolo dei sacerdoti autoctoni nel campo sociale e culturale. Per questo motivo il nunzio collaborò alla fondazione e allo sviluppo dell’Università cattolica di Fu Jen. Questa istituzione era stata creata originariamente a Pechino nel 1925 dai Benedettini dell’Arciabbazia di St. Vincent di Latrobe in Pennsylvania (il più antico monastero benedettino statunitense, fondato nel 1846). Denominata successivamente Università Cattolica di Pechino, ebbe come suo primo presidente il missionario americano George Barry O’Toole, dell’Ordine di San Benedetto, a cui seguì il cinese Chen Yuan, in carica fino alla chiusura forzata dell’Università da parte del governo maoista avvenuta nel 1952.

Ma la fondazione e il consolidamento della prima delegazione apostolica in Cina non era l’unico, delicato incarico che Pio XI aveva affidato a Celso Costantini. Il ruolo diplomatico ad egli conferito, infatti, consentì al Vaticano di assumere contati diretti con il governo di Nanchino e con le autorità diplomatiche italiane e straniere per eliminare l’influenza del governo francese sulle missioni in Cina. Di fatto, dalla seconda metà dell’Ottocento Parigi esercitava un protettorato implicito su tutte le missioni cattoliche nel paese, indipendentemente dalla nazionalità o dall’appartenenza ad un certo ordine religioso dei suoi componenti. Tale condizione era il frutto dell’imposizione francese sull’ormai indebolito Celeste Impero, e proseguì anche a seguito della fondazione della Repubblica cinese, costituitasi il 1° gennaio 1912. L’elemento di maggiore gravità per il Vaticano era rappresentato dal fatto che l’esercizio del protettorato francese sulle missioni cattoliche nel ‘paese di mezzo’ mancava di qualunque accordo o delega, in via preventiva o successiva, da parte della Santa Sede e che principalmente per questo motivo la Chiesa di Roma era considerata in Cina lo strumento delle potenze europee imperialiste.

L’interesse del governo italiano verso la Cina contribuì a migliorare le condizioni per l’attività del nunzio. Dal 1923, infatti, Mussolini mostrò particolare riguardo verso le missioni cattoliche nel ‘paese di mezzo’ poiché ciò avrebbe consolidato il suo prestigio internazionale e aperto una serie di canali indiretti di interesse economico. Lo Stato italiano stanziò dieci milioni di lire in sussidi per le missioni in Cina la cui elargizione avvenne attraverso il Ministro plenipotenziario italiano Vittorio Cerruti. I criteri di distribuzione di questo stanziamento furono stabiliti da Celso Costantini che si basò sulle necessità e i bisogni delle singole missioni.

L’attenzione per le missioni in Cina da parte del governo fascista generò negli anni successivi una certa perplessità da parte delle autorità cinesi, tanto che alla fine del 1927 gran parte della pubblica opinione e della stampa locale consideravano negativamente l’intreccio tra l’attività apostolica della Santa Sede e quella politica dello Stato italiano.

Questa situazione ambigua fu gradualmente superata grazie a due eventi: la nascita del governo nazionalista unitario nel 1928 sotto la guida di Chiang Kai Shek e la firma dei Patti Lateranensi nel 1929. Mentre il primo fatto decretò la fine, su decisione unilaterale del governo nazionalista, della validità dei Trattati inuguali, e quindi anche degli interessi dell’Italia come potenza coloniale, il secondo permise alle missioni cattoliche italiane di godere di una maggiore stabilità e serenità nell’incerto scenario asiatico. Un terzo evento contribuì ad eliminare ogni ambiguità nei rapporti tra Vaticano e Stato fascista. Nel 1930 giunse in Cina, in qualità di console generale di Shanghai, e successivamente di Ministro plenipotenziario, Galeazzo Ciano che, oltre ad essere un fervente cattolico, strinse con Costantini rapporti sempre più intensi ed amicali fino ala fine del suo incarico in Cina, nel 1933. In quello stesso anno anche il nunzio rientrò in Italia a causa di problemi di salute ma, prima di partire, a testimonianza del clima amichevole che era riuscito a costruire con il governo nazionalista cinese, si recò in visita presso alcune alte autorità statali. La prima visita fu presso il Ministro degli Esteri e la seconda presso il Presidente Lin Sen. A dimostrazione del buono stato delle relazioni instauratesi tra Santa Sede e Cina il governo cinese propose la creazione di una  sede della delegazione a Nanchino, quando fu data notizia delle dimissioni di Costantini e della nomina del suo successore, monsignor Mario Zanin. L’istituzione di questa nuova sede avrebbe facilitato, secondo le autorità cinesi, il consolidamento dei rapporti tra il nuovo nunzio e le numerose missioni del Sud del Paese.

Dopo il rientro di Costantini in Italia, il governo italiano, tramite il Ministero delle Finanze, decise di ascrivere nella previsione della spesa del Ministero degli Affari Esteri per il periodo compreso tra il luglio del 1935 e il giugno del 1936 una variazione dello status della rappresentanza italiana in Cina, elevata a rango di ambasciata della Regia legazione, essendosi consolidata la presenza italiana nel paese anche grazie all’attività svolta dal nunzio.

Nel volume Fascismo, Santa Sede e Cina nazionalista nella documentazione diplomatica italiana (1922-1933) emerge che dall’analisi triangolare della missione di Celso Costantini in Cina, della penetrazione italiana nel Paese e della posizione del governo nazionalista cinese verso la Santa Sede e l’Italia fascista, siano evidenti alcuni elementi in comune: in primo luogo, l’eliminazione dell’influenza francese in Cina, possibile anche grazie alla fine del protettorato sulle missioni cattoliche. Questo fattore rappresentava il principale obiettivo diplomatico del Vaticano ai fini della piena attuazione della Maximum Illud. Anche il governo nazionalista intendeva eliminare definitivamente il vincolo dei trattati ineguali, rimuovendo la presenza delle potenze coloniali europee sul territorio del paese. Infine, con la cessazione del protettorato francese sulle missioni cattoliche in Cina, l’Italia fascista poteva ottenere uno spazio maggiore per la sua penetrazione commerciale e strategica.

Un secondo aspetto condiviso è dato dalla preoccupazione per la diffusione del comunismo nel ‘Paese di mezzo’, considerata pericolosa tanto dalla Chiesa di Roma quanto dalle autorità politiche cinesi, posizione condivisa anche dal governo fascista che seguì con particolare attenzione il fenomeno della propaganda comunista in Cina. L’Italia, infatti, ritenne che il prevalere dei comunisti sulle autorità nazionaliste cinesi avrebbe leso la stabilità del paese, con gravi danni alla posizione strategica italiana che il fascismo stava tentando di rafforzare. Dietro il pericolo di bolscevizzazione della Cina era chiara l’influenza della politica sovietica in Estremo Oriente, che interessò l’Italia per definire l’allargamento del suo generale ruolo diplomatico conseguito tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta. Inoltre, come si vedrà, grande attenzione fu rivolta dal governo fascista all’incolumità fisica dei missionari in loco.

Infine un terzo elemento comune è rappresentato dalla crisi sino-giapponese e dalla politica dell’Unione Sovietica in Estremo Oriente. L’instaurazione di buone relazioni e di un buon livello di collaborazione con il governo cinese era auspicato tanto dal Vaticano quanto dal governo fascista in relazione alla crisi manciuriana. La Santa Sede temeva per la sorte dei missionari presenti nella zona di Mukden e di tutta la Manciuria meridionale, occupata dal Giappone nel 1932, azione che poi si estese a tutta a regione. Con l’istituzione della Commissione Lytton da parte della Società delle Nazioni per fare luce sulla crisi manciuriana nel 1931 e il suo rapporto del luglio 1932 l’Italia assunse una posizione favorevole verso la Cina ma che non compromise in modo significativo i rapporti con il Giappone: questa strategia si basò sulla difesa e sulla protezione degli interessi italiani nel paese e si richiamò alle posizioni assunte dagli altri Stati membri della Società delle Nazioni attivi in Cina (e anche degli Stati Uniti).

Tuttavia con il progressivo rafforzamento nipponico ai danni della Cina all’interno della Lega Francia e Gran Bretagna progressivamente costituirono un fronte antigiapponese. Gli Stati Uniti, pur non intervenendo in maniera diretta nella gestione della crisi, erano ostili all’espansionismo giapponese in Manciuria.

L’analisi triangolare svolta nel volume evidenzia il progressivo consolidamento di un’intensa e proficua collaborazione nunziatura apostolica e autorità diplomatiche italiane. Esso risulta particolarmente evidente in due questioni: la presenza delle missioni cattoliche in Cina la diffusione propaganda comunista. La collaborazione tra delegazione apostolica e legazioni italiane nel ‘Paese di mezzo’ fu spontanea ma anche necessaria per affrontare i problemi derivanti da queste due contingenze e cioè: il protettorato della Francia e il pericolo del radicamento del comunismo.

L’esistenza di un clima sereno e collaborativo tra la delegazione apostolica in Cina, le autorità diplomatiche italiane e il governo nazionalista cinese rappresenta, quindi, il principale Lietmotiv del contesto storico e politico-diplomatico preso in esame nel volume.

Qual era la condizione delle missioni cattoliche in Cina?
La figura di Celso Costantini risultò essere determinante nel precisare alle autorità italiane la questione del protettorato francese sulle missioni nel ‘Paese di mezzo’. In un dispaccio a Ministro plenipotenziario a Pechino Vittorio Cerruti dell’8 aprile 1926 il nunzio apostolico espose molto chiaramente la posizione giuridica e fattuale della Santa Sede in merito. Il missionario, chiarì Costantini, rappresentava due figure giuridiche distinte: quella di cittadino e quella di missus della Chiesa per un ufficio religioso. Perciò, salvo i diritti e i doveri del missionario in quanto cittadino, e protetto come tale dal proprio governo, la Santa Sede si riservava il pieno dominio sul missionario in quanto tale. Sulla base della firma del Trattato di Tiensin del 1858, per il quale la Cina si era accordata con la Francia perché essa proteggesse i missionari di ogni nazionalità e con il quale si prometteva la sicurezza alla «pratica di tutte le comunioni cristiane», la Santa Sede aveva accettato che la Francia proteggesse tutti i missionari nel Paese, anche se non erano cittadini francesi. Tuttavia i Trattati successivamente stipulati dal Celeste Impero prima e dalla Repubblica cinese poi avevano accordato anche ad altre nazioni il diritto di proteggere i missionari della propria nazionalità, non abrogando il diritto della Francia ma, aggiunse il nunzio, «essi non toccano la libertà della Santa Sede».

La costante richiesta di aiuti finanziari rivolta al governo fascista dai missionari italiani in Cina, tra cui quella del vicario della missione di Henan monsignor Martino Chiolino nell’aprile 1926, aveva aperto la questione sull’opportunità di dichiarare o meno il protettorato italiano sulle missioni italiane in Cina. La fondatezza della necessità di aiuti materiali urgenti a queste ultime, in difficoltà a causa della guerra civile nel Paese, fu sostenuta con forza dall’Ambasciata italiana a Pechino, che in due telegrammi cifrati diretti alla Farnesina del 16 settembre e del 25 ottobre 1926, riscontrando il ritardo del Ministero degli Affari Esteri nel rispondere a precedenti richieste di istruzioni, pregò di disporre che la Legazione di Pechino potesse versare quanto prima il sussidio annuale stanziato dal governo. Tra l’agosto e il dicembre del 1926 il Ministero degli Affari Esteri, diretto ad interim da Benito Mussolini, si trovò a deliberare se concedere le sovvenzioni ad una serie di missioni italiane stabilendovi il proprio protettorato, «importante per la lenta penetrazione economica e politica italiana per il loro [delle missioni italiane] tramite». La questione della concessione di fondi da parte del governo italiano alle missioni cattoliche in Cina si unì quindi a quella più generale del protettorato francese sulle stesse.

La posizione italiana si evince da un Promemoria per il Ministro, allegato al primo dei due telegrammi sopra citati. Mussolini, appresa che era sorta una questione sulla distribuzione dei fondi che il governo italiano aveva accordato alle missioni in Cina e di fronte all’eventualità che questi ultimi potessero essere distribuiti dall’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Italiani (ANMI), presieduta senatore Ernesto Schiapparelli (che da tempo aveva tentato di intervenire nell’amministrazione ecclesiastica delle missioni), stabilì non solo che l’Associazione amministrava dei beni senza alcun mandato della Santa Sede ma che il «missionario italiano è prima di tutto cittadino italiano». Il 28 ottobre del 1926 Mussolini autorizzò l’erogazione di parte della cifra stanziata annualmente per le missioni in Cina dal governo italiano, rendendosi «conto degli urgenti attuali bisogni».

Questa presa di posizione di Mussolini fu sostenuta non solo grazie alle informazioni date da Costantini ma anche dal sostegno del governo nazionalista cinese alle missioni italiane presenti nel Paese. In un dispaccio del 17 agosto 1926, il vicario apostolico a Canton monsignor Enrico Valtorta informò il Console generale italiano a Hong Kong Stefano Carrara che, attraverso un avviso pubblico, il generale Chiang Kai-shek aveva proibito alla popolazione di invadere e arrecare danno alle chiese e alle missioni italiane nel e che «intende assolutamente di essere obbedito». Era necessario tuttavia evitare che la presenza della Santa Sede in Cina potesse essere considerata negativamente a causa del diretto sostegno economico e materiale del governo italiano alle proprie missioni. Già in una lettera a don Giuseppe Capra, missionario giunto nel Paese per svolgere una serie di conferenze sull’Italia, che aveva domandato espressamente al plenipotenziario Vittorio Cerruti il 7 dicembre 1925 se l’Ambasciata italiana poteva prendersi direttamente cura delle missioni italiane, l’ambasciatore a Pechino aveva chiarito che era necessaria «la cautela dei missionari per evitare che essi sembrassero sostenuti dal proprio Paese di origine».

Alla cautela di Cerruti seguì un’azione da parte del governo fascista più decisa grazie all’intensificarsi delle relazioni sino-italiane. Questa condizione provocò nel 1929 la richiesta di sussidi più consistenti all’Italia da quasi tutte le missioni dirette da prelati italiani in Cina. Il 30 settembre del 1929 Daniele Varè, successo a Cerruti a capo della Legazione italiana a Pechino dal 6 febbraio del 1927, inviò al neo eletto Ministro degli Affari Esteri italiano Dino Grandi una relazione basata sulla richiesta di Celso Costantini per l’erogazione di nuovi sussidi, con un dettagliato piano di divisione dei fondi, in cui era sottolineato il malcontento generale nelle missioni cattoliche per il ritardo dell’arrivo dei sussidi dall’Italia. Successivamente Varè inviò una lunga relazione al Ministro relativa agli aiuti elargiti dal governo fascista alle missioni in Cina. La risposta di Grandi si basò sul R.D. del 20 marzo 1924 n. 528, con cui il governo italiano aveva stabilito il contributo annuale di un milione di lire per dieci anni alle missioni in Cina: Grandi tenne conto delle proposte del plenipotenziario a Pechino e del monsignor Costantini per la concessione di somme aggiuntive.

Dal 1930 la richiesta di sovvenzioni al governo italiano aumentò ulteriormente a causa delle azioni di brigantaggio e dei continui rapimenti di missionari effettuati da bande di comunisti in tutta la Cina. L’incolumità dei missionari, italiani e non, era continuamente a rischio. Su proposta di Varè (che era in costante contatto con Celso Costantini in merito allo stato delle missioni e alle condizioni dei missionari rapiti), Dino Grandi propose al Capo del governo che, oltre alle scuse formali da parte del governo cinese per le uccisioni di alcuni missionari e per le violenze da essi subite e oltre a rivolgere allo stesso l’invito a procedere alla condanna dei colpevoli, le autorità cinesi versassero alle missioni coinvolte delle riparazioni che, come proposto da Varè, fosse simbolicamente commemorative delle vittime. Mussolini accettò, comprendendo che questa posizione non avrebbe alterato il buono stato delle relazioni italo-cinesi in un momento particolarmente critico per il governo di Chiang Kai-shek per il mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza nel Paese. Tuttavia il bilancio delle vittime tra i missionari, italiani e non, aumentò fino a che pervenne al Ministro Grandi copia delle relazioni di Costantini e Varè sui luttuosi eventi.

L’attenzione rivolta alle missioni in Cina da parte della Legazione italiana a Pechino si evince in uno dei dispacci risalenti a questo preciso momento storico. L’Ambasciata italiana fu infatti sensibile alle numerose domande presentate da funzionari civili ed ufficiali superiori in Cina in occasione dell’uccisione dei missionari italiani e svolse un ruolo importante nella gestione di questa critica situazione. Daniele Varè inviò a Dino Grandi un riservatissimo dispaccio, il n. 545/172, datato 11-19 ,maggio 1930, nel quale il Ministro plenipotenziario esponeva i piani di un’eventuale azione di forza italiana da Tiensin a tutela dell’incolumità delle missioni italiane.

L’ambasciatore Varè aveva effettuato un viaggio di ricognizione nella Cina meridionale, particolarmente colpita dall’azione delle orde comuniste, e di ritorno dallo stesso, mentre era in navigazione sul piroscafo Sphinx tra Hong Kong e Shanghai, riferì a Grandi in un dettagliato rapporto della potenziali difficoltà e dell’incerto esito di un’azione militare a tutela delle missioni italiane a causa delle profonde differenze delle condizioni climatiche, della popolazione locale, e delle caratteristiche del territorio rispetto a quelle già note alle autorità militari italiane presenti nel Paese.

Furono comunque inviate alcune navi da guerra, tra cui la Ermanno Carlotto, a difesa e protezione dei cittadini italiani e soprattutto delle missioni presenti in tutta la Cina meridionale e centro-meridionale.

Come si evince dalla documentazione conservata presso l’ASDMAE, tra l’agosto e il dicembre del 1930 il governo fascista rivolse numerose sollecitazioni a quello cinese per le riparazioni dovute ed iniziarono ad intensificarsi le richieste di informazioni sulle condizioni dei missionari fatti prigionieri dai comunisti e sulla loro liberazione grazie al pagamento di riscatti (erogati, come si vedrà, dal governo italiano). Il governo di Nanchino presentò si assunse l’intera responsabilità e accettò il versamento di un’indennità alle missioni italiane colpite dalle azioni di brigantaggio e distruzione ad opera delle bande comuniste, collaborando alle informazioni sullo stato dei rapiti e sulla loro liberazione. Emerse, quindi, con forza il depotenziamento del protettorato della Francia e del suo ruolo strategico in Cina.

Il ruolo del governo italiano a protezione delle missioni cattoliche nella confusa e pericolosa situazione in Cina fu riconosciuto dal Segretario di Stato vaticano Eugenio Pacelli, che, in una nota all’Ambasciatore De Vecchi (in seguito inoltrata dallo stesso a Dino Grandi), ringraziò il Regio governo a nome del papa Pio XI per la protezione dei missionari di Changsha, travolti dall’invasione dei comunisti, grazie al soccorso prestato loro dalla nave italiana Carlotto.

Ben presto anche la stampa italiana diffuse le notizie giunte dalla Cina sulle uccisioni e sui rapimenti di missionari ad opera dei comunisti cinesi e sull’impegno materiale e militare rivolto alle missioni cattoliche da parte del governo fascista. Nell’ottobre del 1930 il deputato Eugenio Coselschi rivolse al Ministro degli Affari Esteri un’interrogazione parlamentare sulla situazione dei missionari in Cina, a cui rispose il sottosegretario agli Esteri Amedeo Fani. Nella sua relazione Fani evidenziò che il ruolo commerciale e strategico dell’Italia in Cina era apprezzato sia dalle autorità politiche cinesi sia dall’imprenditoria locale. Tuttavia era chiarito che la funzione dell’Italia nel Paese era divisa e ben distinta da quella delle missioni cattoliche. Pur ribadendo la criticità della situazione dell’ordine pubblico in Cina, e riferendo sulle trattative in corso per i missionari rapiti, Fani sottolineò la necessità di rafforzare la posizione delle missioni cattoliche e ribadì che il governo italiano intendeva in tal modo tutelare i suoi membri così come tutti i cittadini italiani presenti nel Paese.

La questione della protezioni delle missioni cattoliche in Cina divenne definitivamente chiara: oltre all’indebolimento francese, ottenuto in parte grazie all’azione di Costantini, le critiche condizioni socio-politiche cinesi avevano avvantaggiato la posizione dell’Italia, sciogliendo ogni dubbio residuale. Nel febbraio del 1931, a seguito di un colloquio con il conte di Val Cismon, l’Ambasciatore italiano presso la Santa Sede De Vecchi, Dino Grandi chiarì con un telegramma al segretario della Legazione italiana a Pechino Claudio Cortini che «le missioni italiane sono libere di scegliere la propria nazione di protezione. Propaganda Fide non ha mai emesso alcuna restrizione su ciò». I continui rapimenti dei missionari e le richieste di riscatto da parte dei comunisti generarono un’intensa e costante intensa tra la Legazione italiana a Pechino, il Ministero degli Affari Esteri e l’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Tuttavia, sul protettorato delle missioni cattoliche l’Italia rimase cauta: il governo fascista ritenne, infatti, sconveniente esercitare pressioni esplicite sul Vaticano per sollecitare il cambio del protettorato francese con quello italiano di alcune delle più importanti missioni in Cina, come ad esempio quella di Hankow. Si preferì attendere che fosse la Chiesa di Roma a stabilire di «non mutare il protettorato senza prima aver ricevuto una sua autorizzazione».

Il neo Ministro plenipotenziario a Shanghai Galeazzo Ciano decise di dare all’Italia una posizione di maggiore incisività, facendo presente al governo cinese di chiarire la sua posizione sul già richiesto risarcimento delle missioni cattoliche coinvolte dagli eccidi e dagli atti di banditismo dei comunisti. Ciano realizzò un lungo e dettagliato rapporto (inviato anche all’Ambasciata italiana presso la Santa Sede e il cui contenuto fu condiviso da Propaganda Fide) sullo stato dei beni ecclesiastici nel Paese, rapporto che gli fu utile per ottenere una maggiore protezione delle missioni cattoliche sia da parte delle autorità cinesi sia da parte del governo italiano. Si trattò di un vero e proprio successo per il giovane diplomatico italiano, che ricevette i complimenti di Dino Grandi per il ruolo che aveva svolto fino a quel momento.

Ma la sua azione di sostegno ai vicariati cattolici in Cina proseguì. Grazie alla sua abilità, Ciano prese contatti con il Quay d’Orsay e il Foreign Office, sensibilizzando anche la Francia e la Gran Bretagna, le due potenze coloniali europee più influenti in tutto l’Estremo Oriente, sulle sorti dei religiosi cattolici in Cina. Inoltre, a seguito di una temporanea tregua stabilita tra comunisti e nazionalisti cinesi, egli si recò in visita nella Cina meridionale per incontrare di persona i vicari delle missioni. Dai colloqui intercorsi, Ciano comprese che questi ultimi temevano di non poter beneficiare della protezione italiana: una notizia eccellente, dato che l’area era una delle regioni della Cina tradizionalmente sotto l’influenza francese.

Convinto del buon esito della sua strategia, Ciano inoltrò al Ministro Grandi la richiesta del vicario di Hankow, mons. Eugenio Massi, di protezione italiana sulle missioni del suo vicariato. Come confermato al Ministro degli Affari Esteri italiano dall’Ambasciata italiana presso la Santa Sede, Hankow costituiva un vicariato molto importante per «gli interessi italiani sulle missioni cattoliche». L’operazione si concluse con successo: la missione di Hankow passò sotto il protettorato italiano. Tuttavia in quella zona già dal marzo di quell’anno ebbero luogo nuovi rapimenti di missionari da parte dei comunisti. Ancora una volta il ruolo di Ciano si rivelò decisivo, poiché egli si attivò presso il governo cinese con energiche proteste contro le condizioni di costante pericolo in cui vivevano i missionari cattolici e richiese immediatamente un indennizzo.

Qual era la politica sovietica in Estremo Oriente dei primi anni Trenta?
Come già ricordato, nel quadro storico-politico della Cina tra anni Venti e anni Trenta il fenomeno dell’espansione giapponese e la successiva occupazione della Manciuria fu fortemente influenzato dalla posizione dell’Unione Sovietica e della sua strategia politico-diplomatica in Estremo Oriente.

Se da una parte la linea politica proclamata da Chiang Kai-shek fu quella della «pacificazione interna prima della resistenza esterna» (răng wài bì xián ān nèi, 攘外必先安內), dall’altra l’estrema instabilità interna cinese non fu l’unico elemento che permise all’Impero nipponico di proseguire e rafforzare i propri piani di aggressione.

Un ruolo decisivo fu svolto dalla politica dell’Unione Sovietica in Cina e dalla sua posizione nei confronti delle crescenti tensioni sino-giapponesi. Oltre al proprio sostegno alla causa comunista nel paese, e quindi al principale fattore destabilizzante la Cina, l’atteggiamento dell’URSS nei confronti delle crescenti aggressioni giapponesi in Estremo Oriente fu acquiescente. Come già ricordato, oltre a non avanzare alcuna protesta in occasione dell’occupazione giapponese della Manciuria, nell’aprile del 1933, di fronte alla minaccia concreta degli interessi sovietici in Estremo Oriente da parte dei giapponesi, Mosca offrì la vendita dei propri diritti ferroviari allo Stato fantoccio del Manchukuo. Nonostante le proteste cinesi e la successiva denunzia sovietica delle mire espansionistiche giapponesi in Siberia, l’URSS non giunse mai ad uno scontro diretto con l’Impero nipponico, di fatto favorendone il rafforzamento in Cina ai danni del governo di Nanchino.

In un rapporto a Mussolini del 21 febbraio 1933 l’ambasciatore italiano a Mosca Bernardo Attolico definì con grande efficacia che la politica sovietica nei confronti del Giappone: «un’attitudine riservata, che sta a cavallo tra due tendenze e di due possibilità, una conciliativa, l’altra ostile […]. Effettivamente l’URSS sta nell’attitudine del gatto che sotto la zampa del velluto pacifista tiene pronte le unghie per avventarsi».

In un successivo rapporto del 6 marzo 1933, Attolico dichiarò di aver apprese direttamente dal vice commissario per gli Affari Esteri sovietico Karakhan quale fosse la vera natura della politica sovietica verso il Giappone nel corso di un colloquio confidenziale, del cui contenuto informò tempestivamente Roma. Attolico chiarì al Commissario sovietico quali fossero le sue teorie al riguardo: «Lanciata a tu per tu con il Giappone, l’URSS non ha che due politiche possibili: l’una di condiscenda fino alla dedizione, l’altra di resistenza fino al conflitto». Secondo quanto riferito nel rapporto, dopo averlo ascoltato con interesse, Karakhan replicò all’ambasciatore italiano che l’URSS aveva osservato fino ad allora una politica di stretta neutralità tra i due contendenti che le era stata molto utile, permettendole di mantenere le proprie relazioni con entrambe le parti. Ed era noto a Mosca che Tokyo prevedeva che una guerra contro l’URSS fosse parte essenziale del suo attuale programma di rivendicazioni. Motivo per il quale la Russia sovietica aveva a lungo proposto per un patto di non aggressione al Giappone. La mancanza di partecipazione dell’URSS alle varie commissioni interne alla SdN a cui era stata invitata per la soluzione pacifica della crisi manciuriana (tra cui una, il Comitato dei Ventuno) dipendeva dunque dalla volontà di non inimicarsi in maniera manifesta l’Impero nipponico, più forte militarmente dell’URSS e quindi in grado di mettere in difficoltà Mosca in un eventuale conflitto armato in Estremo Oriente. Attolico stabilì che, a seguito di quella conversazione, la politica dell’URSS in tutto l’Estremo Oriente poteva dirsi per lui «definitivamente chiarita ed illuminata».

In un ulteriore rapporto del 28 marzo 1933 Attolico chiarì anche quali fossero i motivi ‘pratici’ del rifiuto di partecipazione della Russia sovietica anche dal Comitato dei Diciannove: «Con ciò l’URSS raggiunge il doppio scopo: da una parte salvaguardare i propri interessi in Manciuria (ferrovia Est cinese), dall’altra di far brillare agli occhi del Giappone la possibilità di un riconoscimento giuridico [del Manchoukuo], sempreché esso si decidesse al famoso patto di non aggressione».

A quali fonti ha attinto per il Suo lavoro?
L’analisi storica delle relazioni tra fascismo, Santa Sede e Cina nazionalista è stata sviluppata consultando fonti documentarie prevalentemente inedite.

In merito alla diplomazia vaticana, alla fondazione della prima delegazione apostolica in Cina e all’attività del suo fondatore, monsignor Celso Costantini, sono state consultate le carte conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano. Sia l’Archivio della delegazione apostolica in Cina sia quello degli Affari Ecclesiastici Straordinari offrono una vasta gamma di materiale per lo studio non solo dell’attività missionaria del nunzio Celso Costantini ma anche della sua azione come diplomatico della Santa Sede.

Altre due sono le fonti archivistiche a cui è possibile attingere: l’Archivio della Diocesi Concordia-Pordenone, che conserva gran parte delle carte personali autografe di Costantini, e l’Archivio Storico De Propaganda Fide. Di quest’ultimo, alcuni documenti relativi alla missione di Costantini in Cina sono presenti in copia nei fascicoli sopracitati e consultati presso l’ASV.

Una selezione necessaria della documentazione proposta è essenzialmente dipesa dalla focalizzazione rivolta all’attività diplomatica del nunzio, che, oltre ad essere stata poco trattata dagli studi disponibili su Costantini, presenta una stretta connessione tra la sua missione apostolica ed evangelica (la questione della proprietà dei beni ecclesiastici, la convocazione del primo concilio cinese) e la sua missione politica, basata sulle relazioni con la legazione italiana in Cina e il governo nazionalista cinese.

La busta n. 142 dell’Archivio delegazione apostolica in Cina (1922-1933) alla posizione n. 1073/32 raccoglie tutte le informative realizzate sulla propaganda comunista in Cina. Oltre ai rapporti riservati ufficiali inviati alla Segreteria di Stato della Santa Sede sono stati rinvenuti i rapporti informativi delle varie missioni nel paese, articoli della stampa locale, telegrammi e note informative che possono consentire di analizzare l’ampio e complesso quadro delle attività del neo istituito partito comunista cinese.

Tra di essi, fondamentale risulta essere il rapporto n. 1073/32, a cui furono allegati cinque documenti. Di questi ultimi, i primi tre sono conservati tre presso l’Archivio della Delegazione apostolica in Cina.

Dello stesso Archivio la busta n. 144 contiene i rapporti riservati sulla guerra sino-giapponese tra il 1931 e il 1933. Anche in questo caso sono stati rinvenuti documenti poco noti e parzialmente inediti.

Nell’Archivio della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari al fascicolo 54, 55 e 56 posizione 42, anni 1931-1934 alla voce «Cina-Giappone» sono custoditi i documenti redatti sulla guerra tra i due paesi e sull’occupazione giapponese della Manciuria. Oltre ai rapporti sulla natura e sulle cause del conflitto, sono conservate le note dell’ambasciata francese sull’associazione antigiapponese degli studenti di Hanchung, la lettera del Santo padre a Pu Yi, capo esecutivo del Manchukuo, per stabilire relazioni amichevoli con il Vaticano e le informazioni sulla situazione politica e lo stato delle missioni.

In merito alla documentazione conservata presso l’Archivio storico-diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, il Fondo Affari Politici (1919-1930; 1931-1945, posizione Cina) annovera la maggior parte dei documenti provenienti dalle legazioni e dai consolati italiani in Cina. In particolare, sono state esaminate le buste relative alla condizione delle missioni nel paese, la diffusione del bolscevismo e i rapporti con il Vaticano nella sezione 1919-1930, mentre in quella 1931-1945 sono state consultate anche le buste relative alla politica sovietica in Estremo Oriente e ai rapporti dell’URSS con il Giappone, che si sono rivelati particolarmente utili per la ricostruzione storica in merito all’orientamento della politica sovietica durante la crisi sino-giapponese tra il 1931 e il 1933.

È opportuno segnalare che le sorti della documentazione diplomatica italiana in Cina si legarono inesorabilmente agli eventi che interessarono il ‘Paese di mezzo’ tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta. La formazione e il consolidamento del governo di Chiang Kai-shek determinò che la maggior parte delle rappresentanze diplomatiche a Pechino rimanessero isolate, poiché il Generalissimo volle trasferire nella nuova capitale tutte le attività politiche e la loro trattazione anche con i rappresentanti diplomatici accreditati presso la Repubblica cinese.

Pechino divenne quindi un punto sempre più isolato e marginalizzato nel contesto politico ed economico della Cina, anche perché, come si vedrà, il governo nazionalista controllava più efficientemente solo alcune delle province cinesi. La mancanza di stabilità e sicurezza del corpo diplomatico internazionale nella vecchia capitale e alcuni seri disagi di tipo pratico (tra cui la mancanza di generi alimentari, acqua e sedi di rappresentanza adeguate) indusse la maggior parte degli uffici diplomatici stranieri a spostarsi a Nanchino o a Shanghai, la ‘capitale commerciale’ della Cina nazionalista.

Per questo motivo, nel maggio del 1932 la maggior parte della documentazione diplomatica tra Italia e Cina ebbe come suo fulcro l’ex consolato di Shanghai, elevato a rango di legazione.

Un secondo fondo archivistico consultato è stato quello della legazione italiana a Pechino (anni 1925-1945), presso cui, oltre alle carte relative alle tematiche sopra citate, sono reperibili le informative sulle attività sovversive ai danni del governo nazionalista cinese e sul monitoraggio dello spionaggio e degli stranieri sospetti. Infine del Fondo dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede sono state selezionate alcune buste relative agli anni 1929-1933 sullo stato delle missioni cattoliche, sulla condizione dei missionari e sulla politica sovietica in Cina.

Presso l’ASDAME, infine, del Fondo Rappresentanza diplomatica italiana in Russia (URSS), anni 1861-1950, è stato consultato l’anno 1933 con la selezione della busta 156, relativa ai rapporti economici dell’URSS con gli altri paesi. Ciò si è reso indispensabile per la ricostruzione parziale del contenuto di un rapporto che attualmente risulta mancante presso il Fondo Affari Politici Cina (1933-1945), busta 30, fasc. 5, dal titolo Politica asiatica della Russia sovietica. Esso fu catalogato il 15 marzo 1933 ed era stato inviato al Ministero degli Affari Esteri dall’ambasciata italiana a Mosca.  Per lo stesso fine, è stato consultato, anche se non citato nel presente volume, il Fondo Archivio del Personale, Serie I, Diplomatici e consoli (1860-1972), pos. I-A, busta 6, fasc. 13, Attolico Bernardo (1919-1951).

Presso l’Archivio centrale dello Stato è stato consultato il carteggio ordinario (1922-1945) della Segreteria particolare del duce, selezionando le buste relative ad argomenti e temi legati alla Cina nazionalista tra il 1922 e il 1933. Tra queste, la busta 371 e la busta 413 sono risultate essere le più interessanti per il presente lavoro. Nonostante non sia citato nel corso della presente opera, è stato consultato anche l’inventario del carteggio riservato (1943-1945). Alcune citazioni sono relative alla consultazione della sezione Archivi di famiglie e di persone – Archivi di personalità della politica e della pubblica amministrazione (1715-2006) – Fondo Duilio Susmel (1915-1947).