Fascismo al femminile. La donna fra focolare e mobilitazione, Valentino RubettiDott. Valentino Rubetti, Lei è autore del libro Fascismo al femminile. La donna fra focolare e mobilitazione edito da Armando. L’iconografia classica del ruolo della donna nel ventennio è quella di custode del focolare, moglie devota e madre amorevole: è realmente così?
In realtà non si tratta di iconografia classica nel senso stretto del termine, ma di uno stereotipo introdotto dal movimento femminista a partire dagli anni ’70 e consacrato negli anni ’90 da studi, soprattutto a opera di autrici provenienti dal mondo anglosassone, che hanno fornito una cornice teorica ad argomenti che non avevano, al loro apparire, la pretesa di uscire dal campo politico. In altri termini, negli anni ’70 le femministe italiane contestavano un ruolo della donna nella società (angelo del focolare, moglie e madre esemplare) che in realtà era proprio della cultura arcaica, soprattutto cattolica, ma che affondava, a loro dire, le radici nella concezione fascista della donna. Come si vede, si trattava principalmente di un’invettiva politica e il fascismo veniva coinvolto tutto sommato di riflesso, come rafforzativo, essendo il vero obiettivo delle femministe la mentalità dell’epoca, dominata dalla cultura cattolica e per questo definita “clerico-fascista”. La teorizzazione operata negli anni ’90 dalla studiosa americana Victoria de Grazia, con la creazione, su basi puramente assertive, di categorie quali “patriarcato fascista” e familismo oppositivo” ha potuto imporsi perché, a cinquant’anni dalla sua caduta, attaccare il fascismo era come sparare sulla Croce Rossa e, soprattutto, perché le generazioni coinvolte erano ormai anagraficamente superate. Tali teorie, se proposte, per esempio, nei primi anni ’50 avrebbero cozzato con il vissuto delle donne che sotto il fascismo erano realmente nate o cresciute. Pur non entrando nel merito delle rivendicazioni femministe, va sottolineato che, almeno sul piano del costume, la censura bacchettona del nuovo sistema imperniato sulla DC fu assai più occhiuta di quella fascista. Nella produzione cinematografia del Ventennio con il pretesto della “commedia all’ungherese”, ambientata in immaginari stati centro-europei, si sdoganavano argomenti quali adulterio e divorzio, nel dopoguerra la censura agì pesantemente su film e canzoni, per raggiungere livelli scientifici nella neonata RAI-TV. Durante il Ventennio la censura politica fu molto attenta, come in tutti i regimi dittatoriali. Tuttavia assai meno lo fu sul piano del costume. Con la democrazia post-bellica la situazione si si ribaltò.

In che modo la vulgata antifascista-resistenziale e quella di stampo femminista hanno condizionato la discussione sul ruolo della donna durante il fascismo?
La vulgata antifascista-resistenziale (l’espressione è di Renzo De Felice), che muove da ragioni politiche e non di ricerca storica, ha caricato il fascismo di tutte le accezioni negative possibili, impedendo di fatto di storicizzare il periodo e di voltare pagine. Tuttavia la vulgata si è sempre più che altro limitata agli aspetti politici, senza occuparsi della condizione femminile nel Ventennio, indice questo o di scarsa sensibilità verso l’argomento o più semplicemente del fatto non c’era nulla da dire. Il fascismo ha avuto le sue colpe ma anche i suoi meriti – che non sono, secondo una vulgata questa volta “nostalgica”, i treni in orario e l’istituzione delle pensioni, che peraltro esistevano già – ma piuttosto l’avvio della modernizzazione del Paese e la mobilitazione politica delle masse. Comunque, quando si carica un periodo storico della valenza di “male assoluto”, si prepara un terreno fertile per qualsiasi speculazione politica. Se si vanno a leggere le roboanti dichiarazioni della classe dirigente di allora – Mussolini in testa – sicuramente viene esaltato il ruolo della donna come angelo del focolare, madre e moglie esemplare, ma se non si contestualizza, si rischia di non comprendere nulla: a prescindere dal fatto che tali attribuzioni rientravano perfettamente nel comune sentire del tempo, preesistente al fascismo, esse vanno viste nell’ottica del piano di incremento demografico che – secondo Mussolini nel famoso discorso dell’Ascensione – avrebbe consentito all’Italia di diventare potenza e non retrocedere a colonia. Di qui la campagna demografica con le iniziative premiali da un lato e punitive dall’altro – la più famosa delle quali rimane la tassa sul celibato –, campagna che ottenne qualche risultato, sia pure non quello sperato. Le studiose di stampo femminista hanno attinto a piene mani nella propaganda dell’epoca senza preoccuparsi di contestualizzare i fatti. Per esempio hanno attribuito al codice Rocco del 1930 il “delitto d’onore”, senza considerare che non solo esso era già previsto dal codice Zanardelli, ma che sarebbe stato abrogato solo nel 1981, dopo più di trent’anni di “repubblica antifascista nata dalla Resistenza” oppure hanno stigmatizzato la proibizione dei metodi anticoncezionali in periodo fascista (disposizione scontata nel quadro di una politica di accrescimento demografico), peraltro abrogata solo nel 1971. Soprattutto, però, hanno considerato il periodo secondo un’ottica borghese caratteristica delle società industriali avanzate d’oltre Oceano, senza calarsi nella realtà di un’Italia che, nel periodo fra le due guerre, iniziava il percorso della modernizzazione.

In che senso si può parlare di “welfare fascista”?
A fianco di una vulgata antifascista-resistenziale che ha attribuito al fascismo tutti i mali del mondo si è sviluppata a sua volta, come si è detto, un’altra vulgata per così dire “nostalgica” che, anche per reazione al martellamento della prima, ha tentato di riabilitare il fascismo attribuendogli successi, tra i quali l’introduzione degli assegni familiari. Premesso che l’obiettivo dello storico non è rilasciare pagelle né pronunciare sentenze di condanna o di assoluzione, ma solo indagare e ricostruire i fatti per quello che sono nel loro contesto (concetto di “avalutatività” di Max Weber), in effetti gli assegni familiari rientrano in un sistema più ampio di welfare che il regime fascista mise in atto. Se nel caso dei regimi nazista tedesco e comunista sovietico lo Stato fu svuotato in favore del Partito, nel caso fascista invece furono le strutture dello Stato a essere valorizzate. Questo ebbe luogo anche per la diffidenza di Mussolini nei confronti del PNF. Solo con la segreteria Turati fu possibile domarne quasi completamente i gerarchi più riottosi. Il fascismo, in quanto “ideologia dello Stato”, attribuì allo stesso anche una valenza etica (come si vede l’idea di stato etico – di deriva hegeliana – è assolutamente trasversale in tutto il Novecento). Stante che, secondo la teoria organicistica, un singolo individuo sta allo Stato come una cellula singola sta a un organismo biologico, non era possibile lasciare l’assistenza sia a iniziative caritativo-benefiche proprie delle istituzioni cattoliche che del paternalismo liberale. Quest’ultimo, sganciato da preoccupazioni di tipo etico, perseguiva più che altro lo scopo di evitare disagi sociali in vista di preservare l’ordine pubblico. Se la legislazione del lavoro fu per ovvi motivi mantenuta dallo Stato, l’assistenza fu invece delegata al Partito, pur con qualche sovrapposizione. L’assistenza di donne e bambini fu affidata all’Opera Nazionale Balilla, fu creata l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, la Pro-assistenza mondariso, ecc. Al di là dell’analisi dei risultati ottenuti e della sopravvivenza di molte di queste istituzioni alla caduta del regime, ciò che conta è sottolineare il passaggio da un’assistenza di tipo volontaristico-caritativo a un sistema burocratizzato che prevedesse la professionalizzazione delle figure in esso operanti.

Come si espresse la mobilitazione femminile?
Come si è detto, i veri meriti del fascismo consistono nell’avvio della modernizzazione del Paese e nella mobilitazione politica delle masse, comprendendo in queste uomini e donne. Per queste ultime si trattava di una novità. Milioni di esse furono inquadrate nelle varie organizzazioni giovanili (Figlie della lupa, Piccole italiane e Giovani italiane) e per donne adulte (Fasci femminili, Massaie rurali, Sezione operaie e lavoranti a domicilio, Associazione nazionale fasciste artiste e laureate, ecc.). In termini di peso nelle strutture di partito, quello delle donne fu pressoché nullo. Tuttavia per la prima volta a milioni di donne venne offerta la possibilità di vivere la politica, sia pure nell’ambito del partito unico. Ciò costituisce indubbiamente una pre-condizione alla partecipazione delle donne (ma vale anche per gli uomini) alla vita politica della nuova Italia democratica, senza scossoni. Da un unico “balcone” si passava a molteplici palchi elettorali, ma la griglia di interpretazione restava valida. Va anche detto che, paradossalmente, lo schema della mobilitazione a partito unico continuerà di fatto anche nel dopoguerra nelle bianche regioni del nord-est e in quelle rosse del centro, egemonizzate rispettivamente da DC e PCI.

L’ultima parte del Suo lavoro è dedicata all’inquadramento militare delle donne nel Servizio Ausiliario Femminile della Repubblica Sociale Italiana: qual è l’importanza storica e culturale di tale fenomeno?
Si può affermare con tranquillità che le ausiliarie della R.S.I. costituirono a tutti gli effetti la quintessenza della donna fascista. La mobilitazione politica di massa, che coinvolse milioni di donne, aveva creato una coscienza politica. Le circostanze dell’armistizio dell’8 settembre, non tanto per il fatto in sé, dato che l’Italia stremata non era più in grado di continuare la guerra e pertanto l’uscita dal conflitto era inevitabile, ma piuttosto per il modo – la fuga del re e dei capi militari con l’abbandono dell’esercito a sè stesso, senza ordini – colpì la sensibilità di chi aveva interiorizzato i concetti di patria e di onore. L’arruolamento volontario di migliaia di donne – circa seimila presero servizio e tantissime tentarono di arruolarsi, cosa inimmaginabile vent’anni prima – costituisce la prova che molte cose erano cambiate. L’ausiliaria del S.A.F. in divisa, quantunque non si trattasse di reparto combattente, anche se alcune ausiliarie del Servizio femminile della X MAS – corpo indipendente dal S.A.F. – presero parte agli scontri ad Anzio e Nettuno, cozza con l’immagine della donna angelo del focolare e “riproduttrice della razza” presentata dalla vulgata femminista e antifascista.

Valentino Rubetti è nato nel 1954. È laureato in Filosofia, Sociologia, Storia dell’Arte e Antropologia ed Epistemologia delle Religioni. Si occupa in particolare degli aspetti politici e culturali del Novecento italiano, dal fascismo alla cosiddetta prima Repubblica. Ha recentemente pubblicato: Fascismo, Resistenza e Costituzione dalla storia al mito (2017); Don Milani in controluce (2017); Fascismo al femminile. La donna tra focolare e mobilitazione (2019).