Famiglie nonostante. Come gli affetti sfidano i confini, Maurizio AmbrosiniProf. Maurizio Ambrosini, Lei è autore del libro Famiglie nonostante. Come gli affetti sfidano i confini edito dal Mulino: come si pongono le attuali politiche migratorie nei confronti delle famiglie migranti?
Oggi le famiglie immigrate si vengono a trovare in una posizione centrale del dibattito europeo su immigrazione, integrazione e multiculturalismo, sottoposte come sono a tensioni sempre più forti: il rispetto dei diritti umani nel quadro delle legislazioni nazionali obbliga i governi democratici all’apertura nei confronti dell’arrivo dei familiari, mentre la paura di sopportare costi sociali aggiuntivi induce a introdurre, e non di rado ad aggravare, vari vincoli che limitano per gli stranieri provenienti da paesi poveri la possibilità di beneficiare del diritto alla vita familiare: vincoli di anzianità di residenza, di reddito, di requisiti abitativi, di età per i figli, di grado di parentela per altri congiunti.

L’immigrazione familiare è dunque coinvolta nell’irrigidimento della regolazione politica dell’immigrazione. Appare in alcuni paesi come il luogo per eccellenza della formazione di «vite parallele», ossia di comunità impermeabili al contatto con la società ricevente e chiuse nella riproduzione della propria diversità culturale. Viene sospettata di essere l’ambito in cui, al riparo delle mura domestiche, si riproducono l’oppressione patriarcale e le disuguaglianze di genere. È temuta come potenziale agenzia di introduzione di costumi culturalmente stigmatizzati, come la poligamia. È sotto osservazione per il timore che alimenti pratiche illiberali e lesive della dignità umana, dai matrimoni combinati alle mutilazioni genitali femminili.

Si nota dunque una sorta di doppiopesismo in fatto di famiglia: malgrado molti governi e forze politiche proclamino ad alta voce il valore della famiglia, quando si tratta di famiglie immigrate la loro voce si affievolisce o cambia di tono. Alle famiglie immigrate non viene riconosciuto il valore sociale attribuito alle famiglie native. Anzi, le famiglie immigrate possono essere temute e attaccate come protagoniste della cosiddetta “sostituzione etnica” della popolazione autoctona.

Riaffiora qui, tra l’altro, una visione delle donne migranti come soggetti passivi delle migrazioni, e spesso come vittime: anche le campagne politiche contro il velo sono state giustificate, con implicito paternalismo, come battaglie in difesa delle donne contro l’oppressione esercitata su di loro da padri e mariti. La stessa protezione loro accordata ha come contrappeso una visione vittimistica e passivizzante della mobilità migratoria al femminile. A loro volta, gli uomini sono sì investiti di un paradossale protagonismo, ma declinato in termini oppressivi e patriarcali. Possiamo dunque notare che certe tematiche femministe vengono oggi riprese in chiave anti-immigrati, ottenendo un consenso trasversale a volte insospettabile. Si sostiene di voler difendere le donne, ma in realtà si imprigionano gli immigrati entro stereotipi preconfezionati: le donne come vittime, gli uomini come oppressori retrogradi.

Come vivono le famiglie migranti la prova della lontananza?
Quando i migranti s’insediano stabilmente, s’infrange il sogno delle società riceventi di approvvigionarsi di manodopera senza pagare costi sociali. I ricongiungimenti familiari hanno sempre accompagnato, come ombre silenziose, le migrazioni dell’età moderna.

La traiettoria dal lavoratore migrante solo alla famiglia immigrata è però tutt’altro che lineare. La vita familiare dei migranti si presenta come un percorso complesso e accidentato, fatto di separazioni e di ritrovamenti, di nostalgie e di legami, di ostacoli imprevisti, di ritorni indietro, di nuove partenze. A volte le famiglie sono già spezzate prima della partenza, altre volte si sfaldano, o si formano nuove unioni, in altri casi recuperano i rapporti e riescono a riassestarsi nel nuovo contesto di vita. Il ricongiungimento è lo sbocco di molti percorsi, ma pure un processo irto di ostacoli giuridici, economici e psicologici.

Nei casi più diffusi, la migrazione familiare è un processo a più stadi: la famiglia che vive insieme al paese di origine deve affrontare la prova di una separazione, allorquando parte colui (o colei) che ha maggiori possibilità di oltrepassare i confini e trovare un lavoro. Poi viene il tempo della lontananza e dei legami affettivi a distanza, rinsaldati ma anche deformati dai ritorni, più o meno frequenti, in occasione delle vacanze. Emergono qui fenomeni come quello della maternità a distanza, ossia le modalità con cui le madri cercano di mantenere viva la propria presenza presso i figli lasciati in patria, e insieme della sofferenza emotiva che da entrambe le parti s’infiltra nella relazione. Una rilevanza corrispondente assume il cosiddetto triangolo della cura, ossia il fatto che l’accudimento dei figli coinvolge figure terze, normalmente le nonne materne, chiamate a surrogare le madri e ad aiutarle a mantenere una presenza affettiva accanto ai figli.

Infine arriva il momento del ricongiungimento e della ricomposizione del nucleo, o mediante il ritorno in patria o come accade più spesso oggi, con il trasferimento dei familiari nella società ricevente, se appena il (o la) primomigrante riesce a conseguire un accettabile livello di integrazione a livello economico e abitativo.

Quali problemi solleva il processo di ricongiungimento familiare?
Il ricongiungimento, anziché rappresentare il lieto fine di una storia di sofferenza e di perseveranza, è spesso un nuovo inizio, con tutte le incognite e i rischi che ne derivano.

Incide in proposito anche il fatto che i ricongiungimenti sono percorsi complicati, avvengono spesso a tappe, non di rado rimangono parziali: secondo una ricerca, in Lombardia questi sono quasi il 30% del totale. I tempi sono comunque lunghi, richiedono in genere diversi anni. Come si può intuire, nel rapporto con i figli queste lunghe parentesi di genitorialità a distanza pesano parecchio sulla possibilità di ricostruire rapporti di confidenza e intimità.

È la dinamica che può essere descritta nei termini delle «tre famiglie» dell’immigrato: la famiglia che si ricompone nel paese di destinazione, infatti, non solo è diversa dalla seconda, quella che viveva nella nostalgia nel tempo della separazione forzata, ma anche dalla prima, quella che si era formata nel paese di origine. Nel frattempo tutti i protagonisti sono cambiati: non solo i figli che sono cresciuti, ma anche i coniugi, che hanno dovuto condurre per anni una vita indipendente, assumere nuovi compiti, sviluppare competenze che non avevano.

Alcune variabili possono intervenire a complicare questi processi: quando il ricongiungimento avviene con ruoli rovesciati, ossia con la donna come protagonista attiva, i mariti sperimentano di frequente sentimenti di frustrazione, sotto forma di perdita di ruolo, nonché di autorevolezza e prestigio all’interno della famiglia.

Cosa significa l’immigrazione per le nuove generazioni?
Per le nuove generazioni i ricongiungimenti sono tanto più complessi quanto più tardi avvengono. Più passa il tempo, più i figli nati nel paese di origine si abituano a quel contesto, si affezionano ai nonni o a chi si prende cura di loro, iniziano la scuola nella lingua locale e con i programmi locali. Vivono anche in condizioni relativamente privilegiate grazie alle rimesse dei genitori. Partire è uno sradicamento e a volte un trauma, quasi sempre una discesa dal punto di vista dei consumi e dello status sociale.

Un caso spinoso è quello delle madri sole che ricongiungono figli ormai adolescenti: prima di solito non è possibile, perché non saprebbero come accudirli. Si formano così compagini familiari segnate dalla fragilità, sia per ragioni economiche, sia per la carenza di tempo da dedicare ai figli, sia per le difficoltà educative legate allo sradicamento e all’inserimento in un nuovo contesto di figli già grandi e che spesso non desideravano partire. A tutto questo si aggiunge non di rado la presenza di nuovi partner e a volte di altri figli.

Come influisce sui legami familiari l’invio di rimesse e quali implicazioni sociali queste hanno?
L’espressione più immediata e tangibile della sollecitudine degli emigranti verso le famiglie rimaste in patria è rappresentata dalle rimesse, ossia i flussi di risorse inviate in patria da chi è partito in cerca di un destino migliore: un esempio notevole di protezione sociale transnazionale costruita dal basso. In paesi dal welfare pubblico povero e disorganizzato, la risposta delle famiglie a esigenze sociali come le cure mediche, l’educazione, l’invecchiamento, si auto-organizza dal basso, nei limiti del possibile, grazie alle rimesse degli emigranti. Questa dimensione microsociale delle rimesse ha poi effetti cumulativi che si riflettono sul nesso tra migrazioni e sviluppo. Si tratta infatti di “transazioni agili” che resistono sia alle fluttuazioni dei mercati, sia alla volatilità degli investimenti esteri, fino ad assumere un significato anti-ciclico in tempi di recessione. Rappresentano in definitiva il contributo chiave che le migrazioni possono offrire per il miglioramento del benessere delle popolazioni rimaste in patria.

Sono però anche un fenomeno sfaccettato e denso di implicazioni sociali, che vedono ancora una volta le famiglie in una posizione cruciale. Le rimesse aiutano certamente a tenere vivi i legami tra le due sponde delle migrazioni. Sotto il profilo dello sviluppo, hanno però effetti controversi: migliorano il tenore di vita delle famiglie che ricevono aiuti dai congiunti emigrati, ma generano per queste una dipendenza da risorse esterne. Per le famiglie che non ne ricevono, generano processi imitativi, incentivando nuove emigrazioni per sostenere il tenore di vita delle famiglie che rimangono in loco. Hanno dunque anche un significato politico, innestandosi nel dibattito sull’aiuto ai paesi di origine come politica di contenimento delle migrazioni. Tassare le rimesse, come abbiamo fatto in Italia, significa diminuire l’aiuto che i migranti forniscono ai congiunti in patria, e può spingere ricongiungere la famiglia nel paese ospitante.

Quali politiche sarebbero necessarie e auspicabili in ambito familiare?
Politiche liberali in materia familiare sarebbero non solo coerenti con la tutela dei diritti umani, e in special modo di quelli delle persone minorenni, ma anche produttive di maggior coesione sociale per le società riceventi. Mantenere le persone nella solitudine e nella lontananza dagli affetti può forse far risparmiare qualche soldo nel breve termine sotto il profilo dei conti pubblici, ma ne mina l’integrità psico-sociale e alla lunga produce effetti deleteri. Vivere in un contesto familiare riduce i rischi di caduta nella devianza, così come altri comportamenti socialmente riprovati: ubriachezza, risse, schiamazzi, consumo di sostanze psicotrope, ricorso alla prostituzione. Ritardare l’arrivo dei figli che i genitori desiderano ricongiungere ne compromette i percorsi educativi e l’integrazione futura.

Anche sul fronte dei nuovi ingressi per lavoro tenere conto dei legami familiari assicurerebbe vantaggi sociali. Tramite istituti come la sponsorizzazione, far arrivare fratelli e sorelle degli adulti già insediati li doterebbe di un sostegno a cui appoggiarsi nel percorso d’inserimento nel nuovo contesto. In caso di difficoltà, i parenti stretti rappresenterebbero il primo e più efficace dispositivo di appoggio.

Quanto ai rapporti con la società ricevente, proprio la presenza di un maggior numero di nuclei familiari consentirebbe di intensificare le opportunità di incontro e conoscenza reciproca, specialmente quando le famiglie sono accompagnate dai figli in giovane età. Certo tutto questo non sempre avviene spontaneamente. A volte occorrono investimenti consapevoli da parte dei diversi attori in gioco, per esempio nell’insegnamento e nell’apprendimento della lingua italiana come codice indispensabile per comunicare vicendevolmente. A dispetto di una certa vulgata pseudo-progressista, per interagire occorre conseguire un certo livello di integrazione.

Maurizio Ambrosini insegna Sociologia dei processi migratori e Politiche migratorie all’Università degli Studi di Milano ed è responsabile scientifico del Centro studi Medi-Migrazioni nel Mediterraneo di Genova. È autore di numerosi libri, tra i quali Sociologia delle migrazioni (il Mulino, 2011) e Immigrazione irregolare e welfare invisibile (il Mulino, 2013).