Fame di guerra. L'occupazione italiana della Grecia (1941- 43), Paolo FonziDott. Paolo Fonzi, Lei è autore del libro Fame di guerra. L’occupazione italiana della Grecia (1941- 43) edito da Carocci: quali vicende condussero, nel 1941, all’occupazione italiana della Grecia?
L’occupazione della Grecia fu il risultato della scelta italiana di attaccare il paese mediterraneo il 28 ottobre 1940 per rompere quello che Mussolini definiva l'”accerchiamento” dell’Italia da parte delle potenze plutocratiche. Questa scelta era legata ad una strategia mirante a scalzare l’egemonia francese e britannica nei Balcani e nel Mediterraneo e costruire un’area di influenza italiana, con stati vassalli orientati verso Roma. Alla vigilia della seconda guerra mondiale l’Italia aveva sviluppato vaghi progetti per la creazione di un’area di influenza imperiale nel Mediterraneo che includeva le colonie africane, l’Adriatico e i Balcani. La Grecia era considerata parte di quest’area, anche se gli obiettivi privilegiati dell’imperialismo italiano erano la Jugoslavia, verso la quale si praticò una politica molto aggressiva nel periodo tra le due guerre, e l’Albania, che fu invasa nell’aprile del 1939 e divenne una sorta di modello dell’imperialismo fascista. Per quanto riguarda la Grecia, anche se non furono mai stesi piani dettagliati per integrare questo paese nell’area imperiale italiana, vi erano alcune chiare intenzioni delineate in documenti segreti. La prima era quella di annettere la zona settentrionale dell’Epiro all’Albania. S’intendeva poi incorporare direttamente le isole Ionie, che sarebbero divenute una nuova provincia italiana, come si fece per la provincia di Lubiana nel 1941. Infine si pensava di unire alcune isole egee, come le Cicladi e le Sporadi settentrionali, al Possedimento italiano del Dodecaneso, che come abbiamo detto era italiano dal 1912.

Per comprendere le ragioni dell’attacco del 28 ottobre 1940 è necessaria una breve premessa che spieghi quali furono le relazioni tra l’Italia e la Grecia negli anni precedenti. Negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, i rapporti tra i due Paesi attraversarono fasi alterne. Oltre al generale timore nei confronti della politica fascista nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, che nella seconda metà degli anni Trenta si fece molto aggressiva, vi erano due punti di attrito decisivi: il Dodecaneso e la questione albanese. L’arcipelago del Dodecaneso, parte dell’Impero Ottomano, fu occupato dall’Italia nel 1912, durante la guerra italo-turca. Inizialmente Roma si impegnò a cedere le isole alla Grecia ma poi venne meno al trattato e ne fece una sorta di colonia tenendole fino alla fine della seconda guerra mondiale. Un secondo terreno di conflitto era la regione al confine tra Grecia e Albania. Negli anni tra le due guerre, l’Italia fece dell’Albania un protettorato informale e, poiché le aree di confine tra Albania e Grecia erano oggetto di disputa tra i due paesi, supportò le rivendicazioni albanesi. In tal modo la politica fascista venne vista dai greci come una potenziale fonte di pericolo per la propria integrità territoriale. Sebbene queste questioni di fondo rimanessero irrisolte, come dicevo, i rapporti tra i due stati attraversarono fasi alterne. Vi furono momenti di tensione, culminati nell’invasione italiana dell’isola di Corfù nel 1923, ma anche fasi di distensione come quella avvenuta durante l’ultimo governo dello statista greco Elefterios Venizelos tra il 1928 e il 1932. Negli anni di governo del dittatore Ioannis Metaxas, tra il 1936 e il 1941, i rapporti tra i due paesi furono discreti, poiché Metaxas guardava ai regimi fascisti, in verità più a quello tedesco che a quello italiano, come ad un modello da importare in Grecia.

Sebbene la Grecia fosse già nel mirino dell’imperialismo fascista, il motivo immediato per cui si decise di attaccare questo paese il 28 ottobre 1940 fu il conflitto con la Germania nazionalsocialista. L’Italia si era legata alla Germania nel 1936, con la creazione dell’Asse, ma permanevano nell’alleanza forti attriti. Uno di essi era proprio relativo ai Balcani, che entrambi i regimi fascisti vedevano come propria area di espansione. Tra il 1934 e il 1939 il Terzo Reich riuscì a stabilire una forte egemonia culturale ed economica in questa regione, sfruttando la leva della politica commerciale. Nell’estate del 1940 la Germania hitleriana, invadendo la Francia, divenne il punto di riferimento di molti regimi autoritari dell’Europa sud-orientale. Mussolini avvertiva in questa posizione una minaccia per l’espansionismo fascista. Pertanto nell’ottobre del 1940 andò su tutte le furie quando seppe che unità della Wehrmacht erano state inviate in Romania senza prima avvertirlo. Questa mossa indusse il duce a sferrare l’attacco alla Grecia dopo poche settimane, affidandosi solo alle truppe italiane stanziate in Albania e senza preparare adeguatamente il paese. Per tutti questi motivi l’attacco alla Grecia, che doveva essere una trionfale “marcia su Atene”, si rivelò una catastrofe per l’Italia. I greci, inferiori per numero e equipaggiamento ma motivati dall’idea di combattere una guerra nazionale – sia per la difesa dei confini sia per l’ampliamento del proprio territorio a spese dell’Albania -, costrinsero gli italiani a ritirarsi e condurre una lunga guerra di logoramento. Fu solo grazie all’intervento tedesco in supporto dell’alleato che nell’aprile del 1941 si giunse ad un armistizio. Il gabinetto greco in carica fuggì e si formò un governo collaborazionista ad Atene capeggiato dal generale greco Georgios Tsolakoglu. Il paese fu sottoposto ad un regime di occupazione militare: sebbene mantenesse istituzioni formalmente indipendenti, l’esecutivo greco fu di fatto sottoposto alle direttive degli occupanti.

Quali strategie politiche e repressive adottarono gli occupanti?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo ricordare una cosa spesso dimenticata: in Grecia ci furono contemporaneamente tre occupazioni, quella italiana, quella tedesca e quella bulgara. La maggior parte delle pubblicazioni, ancora oggi, si concentra quasi esclusivamente l’occupazione nazista. Questo non deve stupire. Dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia rese noto l’armistizio con gli Alleati, i tedeschi occuparono anche l’area italiana e condussero una feroce repressione nel tentativo di annientare il movimento partigiano con massacri di civili di notevole estensione, che coinvolsero anche donne e bambini. Anche l’esercito italiano praticò una dura controguerriglia nel 1942-43, nell’ambito della quale furono uccisi molti civili. I crimini italiani furono però di dimensioni minori e la loro occupazione terminò un anno prima della liberazione del paese. Fu proprio in quest’ultimo periodo che la Grecia fu attraversata dai più violenti conflitti intestini che sfociarono, dopo fine della guerra, nella guerra civile del 1946-1949.

Per tutti questi motivi l’occupazione tedesca ha lasciato un’impronta più profonda delle altre due sulla memoria collettiva dei greci. Per capire la storia dell’occupazione della Grecia però è importante tener conto della “tripla occupazione”. Tra il 1941 e il 1943 le truppe italiane presidiarono quasi metà del paese, mentre i tedeschi, che avevano uno scarso interesse per la Grecia e intendevano stazionarvi il minor numero possibile di truppe, ebbero solo una parte della Macedonia centrale, con la città di Salonicco, tre quarti dell’isola di Creta e alcune altre piccole aree. La Bulgaria aveva mire di lungo periodo sulla Macedonia e la Tracia, due regioni che la Grecia aveva incorporato nel 1913 e del 1919. Quando, nell’aprile del 1941, le potenze dell’Asse si spartirono la Grecia, queste due regioni furono assegnate alla Bulgaria, in cambio della sua disponibilità a fare passare truppe tedesche sul proprio territorio. Il governo di Sofia decise di annetterle e fin da subito praticò una violenta politica di bulgarizzazione ai danni della popolazione greca. Si inviarono coloni dalla madrepatria, si impose l’acquisizione della cittadinanza bulgara a tutti gli abitanti e vi fu una politica di violenta repressione di ogni forma di dissenso. Ciò produsse un grosso movimento di rifugiati, ca. 170.000, dall’area bulgara alle altre aree di occupazione e fenomeni molto precoci di violenza contro i civili.

L’Italia, come abbiamo detto, entrava in Grecia con mire annessionistiche e con la ferma risoluzione di rendere il paese uno stato vassallo, parte del proprio “spazio vitale”. Nel corso dell’occupazione fu costretta a mettere da parte molte delle proprie rivendicazioni. Ciò fu dovuto in primo luogo all’intervento dei tedeschi. Il primo ministro Tsolakoglou annunciò che sarebbe rimasto in carica solo se si fosse garantita l’unità del paese. Perciò Berlino, che voleva assolutamente che vi fosse un esecutivo greco, impose agli italiani di ritirare le proprie richieste di annessione. Questi ultimi dovettero accettare la volontà dell’alleato ma decisero di imporre le loro rivendicazioni in modo silenzioso, cioè insediando commissari civili italiani con il compito di preparare l’annessione. Presto, però, scontratesi con l’instabilità del territorio da amministrare, le stesse autorità italiane ad Atene rimandarono alcune di queste misure alla fine della guerra. Si rinunciò, ad esempio, all’insediamento di un commissario italiano nell’Epiro del nord, una regione abitata da una cospicua minoranza musulmano-albanese, in cui la violenza interetnica fu subito molto pronunciata. Gli italiani temevano che l’insediamento di un commissario civile avrebbe fatto esplodere un’insurrezione della componente greca e non ritenevano di avere forze sufficienti per sedarla. Più che le autorità civili erano quelle militari a guardare con molta preoccupazione ai conflitti interetnici perché avevano di fronte gli esempi negativi della Croazia e del Montenegro, dove nell’estate del 1941 la violenza era divenuta incontrollabile. Si preferì, quindi, rimandare l’insediamento del commissario civile in quest’area. Solo nelle isole Ionie i progetti italiani giunsero a maturazione. Non ci fu un’annessione formale ma si insediò un Ufficio affari civili diretto da Piero Parini, un fascista della prima ora, che praticò una politica di snazionalizzazione, preparando concretamente l’annessione. La gendarmeria greca fu abolita e i carabinieri assunsero i compiti di polizia. Fu introdotta una nuova moneta, la dracma ionica, per separare economicamente le isole dal resto del paese. Anche qui però l’imperialismo italiano si scontrò con forti limiti. Non essendo possibile inviare molto personale dalla madrepatria, la burocrazia rimase in mano a funzionari greci e questo diede molti problemi a Parini e ai suoi uomini.

Questi esempi fanno capire che, in effetti, la storia della Grecia occupata può essere capita solo se si guarda alle politiche di tutti gli occupanti, all’interazione tra di essi, e ai loro rapporti con le istituzioni e con la società greche. È interessante notare come, sebbene fossero formalmente alleati, i conflitti tra gli occupanti spesso prevalessero sulla cooperazione. Ad esempio, la Macedonia occidentale occupata dagli italiani ospitava cospicue minoranze di slavofoni. Le autorità bulgare cercarono in tutti i modi di guadagnarle alla loro causa inviando loro cibo e ergendosi a loro protettori contro gli abusi delle autorità greche. Come ben compresero gli italiani, in tal modo Sofia cercava di mettere radici nell’area dell’alleato per rivendicarne l’annessione a guerra finita, una politica che causò aspri conflitti tra autorità italiane e bulgare. Le autorità greche parteciparono a questo complesso gioco di forze. Esse vedevano nell’imperialismo bulgaro una minaccia all’integrità nazionale maggiore di quella degli italiani che, pur avendo mire annessionistiche, le misero da parte perché temevano che la regione diventasse ingovernabile. Lo stesso si può dire dei tedeschi che non manifestarono mire espansionistiche ai danni della Grecia. Pertanto a livello locale si creò, almeno inizialmente, una sorta di alleanza tra autorità greche e italiane per frenare l’espansionismo bulgaro. Questo “rovesciamento di alleanze” vi fu anche in altri territori occupati dagli italiani, come la Croazia, e mostra come l’occupazione fosse spesso determinata più da fattori contingenti che da ideologie e progetti politici.

I metodi repressivi degli italiani non diedero luogo, nel primo anno di occupazione, a efferate violenze verso i civili. Con ciò intendo, ovviamente, che non vi furono uccisioni di civili e non che gli italiani non reprimessero gli oppositori. Si trattò però di una violenza molto “selettiva” che si estrinsecò soprattutto nella forma dell’internamento. Furono costruiti dei campi d’internamento, il maggiore dei quali era a Larissa in Tessaglia e aveva una capienza di ca. 2.000 persone. I prigionieri di questi campi furono sottoposti a condizioni di vita molto dure. L’obiettivo delle autorità non era lo sterminio degli internati ma le loro pessime condizioni di vita furono notate addirittura dai tedeschi. Non abbiamo notizie dirette ma fonti greche del dopoguerra ci dicono che il numero di vittime fu elevato.

Questa situazione di relativa calma cambiò nell’estate del 1942. Dal settembre di quell’anno la resistenza iniziò a sfidare militarmente gli occupanti con attacchi a unità e sabotaggi. La risposta italiana fu una controguerriglia molto violenta che colpì sempre di più anche civili. Nel febbraio del 1943 il villaggio di Domeniko in Tessaglia fu vittima di una strage efferata. Più di 140 persone furono uccise nel corso di una rappresaglia per un attacco partigiano a un convoglio italiano, che aveva causato 9 morti. La maggior parte di costoro fu uccisa “a freddo”, parecchie ore dopo l’attacco e su ordine del comando di divisione. In quei mesi la strategia italiana si spostò sempre più verso una strategia di “terra bruciata”. Per distruggere l’ambiente di vita del movimento partigiano gli italiani incendiavano interi villaggi e risorse alimentari per non farle cadere in mano ai partigiani. Tale violenza non derivava da una particolare identificazione dei soldati con gli obiettivi della guerra fascista quanto da una strategia pianificata a tavolino dai quadri superiori ed eseguita dai ranghi più bassi.

Quali trasformazioni causò la crisi alimentare nella società greca?
Nel mio libro dedico molto spazio alla crisi alimentare greca perché ebbe notevoli ripercussioni politiche. Si può dire che la carestia fece dell’accesso al cibo una “questione politica” di primaria importanza. Nel primo anno di occupazione la penuria alimentare colpì soprattutto le grandi città, Atene e Salonicco. Le campagne ebbero una sorte diversa. Regioni con notevole produzione agricola, come la Tessaglia, ne furono sostanzialmente esentate. La penuria alimentare si fece sentire anche qui ma i suoi effetti non furono così violenti come nelle grandi città. Soffrirono molto le aree di montagna, dedite ad un’agricoltura di sussistenza ma anche in questo caso alcuni villaggi seppero sfruttare la situazione aumentando il coltivato. Furono colpite con violenza molte isole egee, dove vi furono tassi di mortalità simili a quelli di Atene. Ciò fu in grossa parte responsabilità degli italiani che bloccarono gli scambi tra queste isole e il continente. Questa scelta, unita alla crisi della navigazione dei cui proventi molti abitanti vivevano, fu fatale.

Gli individui rispondono alla carestia attuando strategie di sopravvivenza. In primo luogo i greci fecero ricorso al mercato nero sia di grosse dimensioni – commercianti che importavano grossi quantitativi di alimenti dalle campagne e li vendevano negli epicentri della crisi – sia di piccolo cabotaggio – ad esempio viaggi nelle campagne organizzati da gruppi di persone per procurarsi alimenti. La mobilità fu una risposta generalizzata alla crisi. Recarsi ogni giorno in campagna o in regioni lontane per procurarsi beni scarsi divenne una pratica comune. La mobilità stagionale in cerca di migliori condizioni di lavoro o maggior accesso al cibo fu un’ulteriore diffusa pratica. Dalle isole egee un grosso numero di persone cercò di raggiungere con imbarcazioni di fortuna le coste della Turchia, un fenomeno che ricorda i viaggi disperati che avvengono oggi in direzione inversa.

Dall’estate del 1942 questa situazione cambiò notevolmente. Gli Alleati e le potenze dell’Asse, con la mediazione della Croce Rossa Internazionale, si accordarono per realizzare un’operazione di soccorso alla Grecia nel corso della quale furono trasportate ogni mese in Grecia 15.000 tonnellate di grano canadese. Quest’operazione stabilizzò la situazione alimentare nelle grandi città, ma raggiunse le aree periferiche solo con molto ritardo.

I principali effetti della crisi alimentare, dicevo, furono politici. Il potere dello stato greco ne risultò indebolito enormemente per diversi motivi. Prima di tutto gli stessi impiegati dello stato, i rappresentanti del potere centrale a livello locale, persero potere d’acquisto a causa dell’inflazione e soffrirono della crisi alimentare. Questo aprì le porte a corruzione e inefficienza nella macchina amministrativa greca. Soprattutto la gendarmeria, i cui membri vivevano spesso ai margini della sopravvivenza, si rivelò un mezzo di controllo inefficiente. Si diffuse inoltre il brigantaggio in molte aree montuose e nelle città vi fu un generale aumento della criminalità. La crisi alimentare portò, poi, a un deficit di legittimità simbolica delle istituzioni. Insomma, vi fu un collasso generale delle istituzioni che rese molto difficile governare il paese.

Quali furono le origini sociali della resistenza armata greca?
La resistenza greca fu un movimento molto di massa che coinvolse ampi settori della popolazione. L’EAM, la maggiore organizzazione politica aveva nel 1944 più di un milione di aderenti. L’ELAS, l’esercito armato che combatteva contro gli occupanti, poteva contare su 25.000 uomini, più di 50.000 “riserve” e liberò grosse aree della Grecia centrale creandovi istituzioni di democrazia diretta, quella che in greco viene detta laokratìa. Negli ultimi anni i fattori che condussero queste organizzazioni, dominate dal Partito Comunista di Grecia, a una tale espansione sono stati molto discussi. Nel dibattito pubblico si confrontano studiosi che sostengono come l’EAM/ELAS fosse diretta espressione del desiderio popolare di opporsi all’invasore e storici “neo-revisionisti” che invece sottolineano come i comunisti siano riusciti ad imporsi soprattutto con spregiudicatezza nei metodi politici e violenza. Nel mio libro cerco di offrire una spiegazione differente che consideri i fattori sociali che portarono all’espansione della resistenza.

Lo sviluppo della resistenza armata – questa la mia argomentazione – derivò proprio dalla crisi dell’integrazione delle aree periferiche nello stato greco. Essa fu, in altre parole, l’altra faccia di quel collasso delle istituzioni di cui parlavo sopra. Due sono gli elementi maggiormente significativi in questo senso. In primo luogo vi furono i conflitti per il raccolto. Le autorità dello stato e degli occupanti cercarono nell’estate del 1942 di imporre alle campagne l’ammasso del raccolto con la violenza. Ciò indusse molta parte del mondo contadino a supportare la resistenza che si fece interprete del loro malcontento, organizzando una vera e propria campagna di “difesa del raccolto”. In secondo luogo, nel mio volume sottolineo come la resistenza seppe riempire il vuoto lasciato dal crollo delle istituzioni dello stato. Ad esempio, quando la resistenza armata raggiunse una certa estensione essa cominciò ad attaccare le bande di briganti, disperdendole e costringendo i loro membri a unirsi all’ELAS. Questa capacità di riportare ordine in una società sconvolta dalla crisi fu un fattore importante che contribuì al successo dell’ELAS. Sono, quindi, convinto che vi sia una terza via tra coloro che sostengono che la resistenza fosse l’espressione “naturale” del popolo e coloro che la vedono come una mera cospirazione comunista. Per percorrere questa via ritengo che non si debba considerare la resistenza come un risultato scontato e naturale ma indagare quali processi indussero donne e uomini a supportarla. In tali processi interessi materiali ebbero un peso spesso maggiore delle ideologie.

Come si giunse alla fine dell’occupazione italiana?
Gli eventi che portarono l’Italia ad abbandonare l’alleanza con il Terzo Reich concludendo un armistizio con gli Alleati sono molto noti. In Italia se ne sono occupati molti storici e, pertanto, nel mio libro non mi soffermo molto su di essi. Fin dalla fine del 1942 i tedeschi vedevano nell’Italia l'”anello debole” dell’Asse. Quando gli Alleati invasero l’Africa settentrionale nel novembre del 1942, i tedeschi cominciarono a accrescere la loro influenza nei Balcani dove si temeva sarebbe avvenuto uno sbarco. Considerando la debolezza degli italiani nel combattere la resistenza – che fino all’armistizio si sviluppò quasi esclusivamente nella loro area di occupazione – i tedeschi temevano che essi non avrebbero saputo resistere al nemico. Dopo la caduta del fascismo in Italia il 25 luglio 1943, le autorità del Reich si prepararono materialmente all’abbandono da parte dell’Italia della guerra fascista. Al contrario gli italiani affrontarono quegli eventi nella più ingenua impreparazione. Pertanto quando l’8 settembre si diede notizia dell’armistizio i tedeschi ebbero facile gioco a disarmare gli italiani e a deportarne un gran numero in Germania. Pochi cercarono di resistere. Tra costoro i più noti sono i soldati della Divisione Acqui, stanziata a Cefalonia e Corfù, che ingaggiarono una battaglia con i tedeschi e furono in seguito trucidati in massa da costoro. Nel mio volume cerco di dare risalto a eventi meno noti come quello della Divisione Pinerolo che strinse un accordo di cobelligeranza con il comando partigiano. I soldati della divisione combatterono per alcune settimane al fianco dei partigiani contro i tedeschi ma furono successivamente disarmati da questi ultimi e internati. I partigiani avevano poca fiducia negli italiani sia perché fino a poco tempo prima questi stessi erano stati i loro nemici, sia perché temevano che le truppe del Regio Esercito finissero per supportare il rivale movimento nazionalista dell’EDES. Oltre a costoro un numero difficilmente quantificabile di italiani si nascose sulle montagne in attesa della liberazione. Infine, parecchi soldati, in particolare le unità della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale inquadrate nell’esercito, scelsero invece di collaborare con i tedeschi sia come lavoratori che in veste di truppe combattenti. È difficile dare dati sul numero di coloro che appartenevano a queste categorie anche perché questi numeri variarono molto nel corso del tempo. Nell’ottobre del 1944, al momento della liberazione, vi erano in Grecia 7.000 italiani combattenti nella Wehrmacht – inclusi quelli del genio – e un numero pressappoco simile di italiani impiegati dai tedeschi come lavoratori.

Paolo Fonzi è ricercatore presso l’Università von Humboldt di Berlino. È autore di La moneta nel grande spazio. La pianificazione nazionalsocialista dell’integrazione monetaria europea 1939-1945 (Unicopli, 2011)

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