“«Falsum est, mihi crede!» Percorsi del falso letterario tra Antichità e Rinascimento” a cura di Simone Miolano, Cristina Montesano, Giuseppe La Bua e Luigi Silvano

Simone Miolano e Cristina Montesano, voi avete curato, insieme a Giuseppe La Bua e Luigi Silvano l’edizione del libro «Falsum est, mihi crede!» Percorsi del falso letterario tra Antichità e Rinascimento, pubblicato dalle Edizioni dell’Orso: che rilevanza assume, dall’antichità all’età moderna, il fenomeno della pseudepigrafia?
«Falsum est, mihi crede!» Percorsi del falso letterario tra Antichità e Rinascimento, Simone Miolano, Cristina Montesano, Giuseppe La Bua, Luigi SilvanoFalsi e pseudepigrafi attraversano da sempre la storia della letteratura, e almeno altrettanto quella della filologia, che sin dalle sue origini ha posto ogni sforzo nello smascheramento di falsificazioni ed attribuzioni fittizie. Il volume, che è provocatoriamente intitolato Falsum est, mihi crede! (‘credimi, è falso!’ – locuzione liberamente attinta da Cicerone, Lettere ai familiari, II 13), invita a superare una concezione puramente manichea dell’autenticità. Il contrafactum non è soltanto ciò che si contrappone al vero; è ciò che mette in crisi le categorie stesse di vero e falso, che costringe la filologia a interrogare i propri strumenti, che rende visibile la storicità dell’autore e della tradizione di un testo. In altre parole, anziché essere vista come un semplice accidente della trasmissione testuale, la falsificazione letteraria emerge, dall’antichità all’età moderna, come uno dei luoghi privilegiati in cui si ridefiniscono le nozioni di autorialità, identità, funzione dell’autore. I casi di studio proposti nel libro illustrano come il falso possa ammantarsi di veridicità attraverso strategie precise: tra le tante, per esempio, Donatella Manzoli individua – nell’esame della biografia di santa Radegonda composta da Agostino Lampugnani (XVI sec.) – il richiamo esplicito a fonti autorevoli o l’adozione di un lessico retorico conforme ai topoi del genere imitato e contraffatto. Il conteso dell’Umanesimo e del Rinascimento è in questo senso esemplare: testi autentici e pseudepigrafi convivono fianco a fianco nelle tante miscellanee manoscritte prodotte dai più illustri intellettuali del tempo. La panoramica sull’epistolografia quattrocentesca tracciata da Simone Miolano evidenzia come lettori, copisti, traduttori e falsari contribuissero a una circolazione erudita che non si limitava a trasmettere testi, ma li selezionava, li accorpava, li traduceva, li discuteva, talora li reinventava, senza che il criterio dell’autenticità costituisse un parametro esclusivo.

L’epistolario apocrifo tra Seneca e Paolo rappresenta uno dei casi più noti e fortunati di pseudepigrafia: in che modo, in questo caso, le dinamiche di trasmissione e ricezione si intrecciano profondamente?
Sull’epistolario tra Seneca e Paolo, così come sulla leggenda della conversione di Seneca al cristianesimo, la critica filologica è da tempo giunta a conclusioni sicure e oggi quasi nessuno mette in dubbio la natura apocrifa del carteggio. Tuttavia, il fenomeno della pseudepigrafia, lungi dall’essere unicamente un problema della filologia attributiva, si configura come un vero e proprio dispositivo culturale. L’indagine condotta da Cristina Montesano sui manoscritti di XIV e XV secolo conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana mostra come la storia della ricezione del testo abbia ancora molto da dire. La collocazione dell’opera all’interno di differenti contesti codicologici, gli accostamenti ad altri testi pseudo-senecani, la circolazione autonoma di un excerptum estratto dell’epistola XI e la presenza di varianti ricorrenti rivelano che i copisti non furono meri conservatori del testo, ma parteciparono attivamente alla sua rifunzionalizzazione. Le pratiche di copia, selezione e ricontestualizzazione mostrano come la trasmissione materiale rifletta le esigenze culturali dei nuovi lettori e contribuisca alla progressiva costruzione dell’immagine di un Seneca nuovo e cristiano. Secondo dinamiche simili – ha dimostrato Christoph Pieper – Antoine de la Sale nel Quattrocento attribuì a Cicerone frammenti spuri, immaginandolo come un autore cristiano, funzionale alle lotte politiche del tempo (e tali frammenti furono poi creduti tanto plausibili da essere inclusi nelle edizioni moderne!). La tradizione manoscritta si configura così non soltanto come veicolo di conservazione, ma come luogo di elaborazione del significato, nel quale ricezione e trasmissione sono strettamente interdipendenti. Questo conferma come il faso non debba essere studiato solo in rapporto a un criterio di autenticità storica, ma possa assumere valore in quanto produce cultura e identità.

Quali forme assume il contrafactum all’interno del genere epistolare di epoca medievale?
Il genere epistolare si è prestato sin dall’Antichità alla produzione di falsi sempre nuovi. La sua versatile brevità, il suo appiglio con la realtà storica, la sua funzione di chiave per accedere ai grandi personaggi in una dimensione più intima e personale hanno creato le condizioni perché un pubblico ampio fosse interessato a simili collezioni e disposto ad accoglierle come autentiche. La letteratura greca ci ha restituito così un gran numero di raccolte pseudepigrafe, la più celebre delle quali è quella attribuita al tiranno di Agrigento Falaride (di cui si è occupata Claire Rachel Jackson in questo volume), ma il genere non si è esaurito con la tarda Antichità. Nella letteratura medievale, per cui la nozione stessa di autorialità deve essere sfumata, la pseudepigrafia non può considerarsi una semplice contraffazione dell’autentico, ma diventa una modalità compositiva pienamente integrata nelle pratiche di scrittura. Attraverso lo studio del celebre Boncompagnus di Boncompagno da Signa (inizio XIII sec.), Paolo Garbini ha mostrato come in un manuale di composizione possano coesistere lettere autentiche, modelli verosimili, epistole attribuite a personaggi storici, testi pseudepigrafi tout court e invenzioni dichiaratamente fittizie. La finzione assume forme diverse, fino alla costruzione di veri e propri dispositivi narrativi fondati sull’inganno, come le lettere attribuite a retori inesistenti o al mago Bauguaro: qui il falso cessa di avere una funzione documentaria e diventa uno strumento letterario, capace di sorprendere il lettore. Si può dire allora che il falso, nell’epistolografia medievale, lungi dall’essere soltanto un accidente o una deviazione dalla norma, costituisce una componente strutturale e una delle principali risorse della sua sperimentazione narrativa.

Quali sviluppi innervano, tra Umanesimo e Rinascimento, la questione dell’autorialità?
La questione dell’autorialità si fa, tra Umanesimo e Rinascimento, ancora più complessa, poiché allora più che in precedenza la riscrittura del classico si intreccia con la costruzione di nuovi modelli politici e culturali. In questo senso, la pseudo-ciceroniana Oratio adversus Valerium composta nel XV sec. e studiata da Giuseppe La Bua rappresenta un caso esemplare di imitazione creativa, attraverso la quale i classici vengono non solo falsificati, ma anche rigenerati: il testo si presenta come esercizio retorico a integrazione della vicenda catilinaria; rileggendo l’oppositore Valerio come un redivivo Catilina, esso recupera l’antitesi tra vizio e virtù e tra nobiltà d’animo e degenerazione morale. La falsificazione testuale prende dunque forma a partire dalla straordinaria forza paradigmatica di un singolo – la figura politica di Cicerone – ma al tempo stesso si incardina nel dibattito politico contemporaneo sulle qualità morali del governante e dell’uomo di stato. Nel secolo dell’umanesimo, poi, quando il genere epistolare assume una rinnovata centralità, non si arresta la produzione di lettere pseudepigrafe, che anzi si innesta felicemente sul terreno vivacissimo di traduzioni e volgarizzamenti delle sillogi provenienti dall’Antichità. All’interno di questo filone, un caso di studio particolare, su cui si sono soffermati Valeria Cesaraccio e Luigi Silvano, è quello delle Epistulae Magni Turci (1473), singolare carteggio in cui Maometto il Conquistatore dialoga a distanza con regnanti, governi cittadini e nazioni le più disparate. La raccolta deve il suo enorme successo all’attualità della materia turchesca – era ancora recente la presa di Costantinopoli –, alla fruibilità delle brevi missive come elementari modelli di scrittura epistolare e non da ultimo all’affinità con altre raccolte del passato, come quella del già ricordato Falaride. Anche qui si vede, insomma, come il falso si innervi profondamente nel dibattito contemporaneo e occupi lacune, spazi di attesa di fronte ai quali il pubblico dei lettori era disposto a dare fiducia alla verosimiglianza dell’operazione letteraria.

In quali casi le strategie di dissimulazione della responsabilità autoriale accompagnano il falso fino a farne talvolta esercizio di potere simbolico?
Delle strategie di dissimulazione dell’autorialità si è occupata, in questo volume, soprattutto Susanna Gambino Longo, studiando le Lettere di molte valorose donne allestite nel 1548 da Ortensio Lando. Dietro una raccolta apparentemente composta da autentiche lettere di nobildonne si cela infatti una sofisticata costruzione autoriale: Lando moltiplica le voci, ne confonde l’identità e dissimula la propria presenza, trasformando l’epistolario in uno spazio di controllo del discorso. Attraverso interlocutrici fittizie, mette in scena il dibattito sull’eccellenza femminile, tra lettere parenetiche rivolte a un pubblico femminile ed esortazioni all’appropriazione di valori gravitanti attorno al maschile/virile. Potremmo dire che, in questo caso, il falso non serve a ingannare, bensì a costruire un dispositivo retorico che rende il testo un luogo di esercizio del potere culturale, dove l’autorialità (quella di Lando) si afferma proprio attraverso la sua apparente scomparsa (dietro alle maschere di cui di volta in volta si serve).

In che modo il falso continua a operare come testo significativo e funzionale anche dopo la messa in discussione della sua genuinità?
Si tocca qui uno dei nodi cruciali per lo studio della pseudepigrafia, poiché è evidente che lo smascheramento di un falso non implica necessariamente la sua scomparsa dal panorama culturale. Anche quando l’inautenticità è sospettata o discussa, i testi continuano spesso a operare come autorità significative e funzionali: come dimostrato da Lorenzo Paoli nel caso del celebre falsario Annio da Viterbo, un testo spurio, in tal senso, viene sempre integrato, negoziato e rielaborato dal lettore. Del resto, il falso emerge costantemente come strumento di legittimazione del discorso. L’attribuzione a un autore prestigioso – filosofo, oratore, santo – non costituisce un mero travestimento, ma un dispositivo capace di attivare un capitale simbolico: religioso, politico, pedagogico o letterario. E questo è vero tanto nell’età antica quanto in quella moderna. Si aggiunga, poi, che a volte è la filologia stessa a generare falsificazioni: la parabola del presunto opuscolo ciceroniano De virtutibus pubblicato da Knöllinger nella Bibliotheca Teubneriana all’inizio del XX sec. e ora studiato da Christoph Pieper è un caso esemplare: esso evidenzia come l’estrazione di frammenti da un testo quattrocentesco presentati come antichi e la loro improvvida canonizzazione editoriale, vale a dire un’operazione squisitamente filologica, possa portare tanto allo smascheramento quanto alla costruzione ex novo di una tradizione (del tutto fittizia)

I saggi qui raccolti restituiscono, in sintesi, una concezione dinamica dell’autorialità: l’autore non è mai una figura stabile e univoca, bensì una costruzione storicamente determinata. «La letteratura – scriveva Nabokov (e così inizia il percorso qui proposto da Paolo Garbini) – non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui». Falsum est: mihi crede! non è dunque un invito all’inganno, ma una provocazione critica. Credere al falso – o almeno prenderlo sul serio – significa riconoscerne la forza storica.

Simone Miolano è Dottore di ricerca in Filologia Umanistica presso l’Università di Firenze e la sua ricerca si occupa principalmente di epistolografia del XIV-XV secolo.

Cristina Montesano è Dottoranda in Antichità Classiche e Loro Fortuna presso l’Università di Roma Tor Vergata, dove sta lavorando sulla ricezione tardoantica e medievale del carteggio apocrifo tra Seneca e Paolo.