Proff. Gabriele Balbi e Paolo Magaudda, Voi siete i curatori del libro Fallimenti digitali. Un’archeologia dei ‘nuovi’ media edito da Unicopli: qual è il lato poco noto della digitalizzazione?
Fallimenti digitali. Un'archeologia dei 'nuovi' media, Gabriele Balbi, Paolo MagauddaCon questo libro abbiamo voluto far emergere un aspetto del digitale che non viene raccontato spesso e che fa parte della retorica che sostiene oggigiorno l’innovazione digitale. È sicuramente poco studiato il fatto che anche il digitale possa avere problemi o non funzionare, che la digitalizzazione non sia una forza irresistibile e sempre orientata al successo, al futuro, alla prosperità. La visione dominante della digitalizzazione è prevalentemente positiva, ma negli ultimi anni la ricerca accademica si sta sempre più concentrando sul suo lato oscuro, sulle cose che non funzionano, sui problemi e le incertezze. Vi facciamo due esempi. La digitalizzazione porta con sé problemi di sorveglianza, nel senso che siamo sempre più tracciabili e tracciati nelle nostre attività quotidiane, in cui lasciamo tracce digitali. Che impatto può avere sulla nostra libertà e sulla nostra privacy? Un secondo esempio riguarda la dimensione ecologica. Molte retoriche politiche si concentrano sul fatto che il digitale sia “pulito” e che favorisca la riduzione di inquinamento. Anche in questo caso studi recenti ci dimostrano il contrario e la digitalizzazione è ritenuta sempre più inquinante e, più in generale, lascia scarti dietro di sé: il cosiddetto “e-waste” (spazzatura digitale). Pensiamo a tutti gli oggetti digitali di cui siamo circondati, che invecchiano in fretta e che sostituiamo. Dove va a finire tutto questo scarto? Ecco alcuni lati poco noti del digitale che stanno emergendo. Si tratta delle conseguenze negative della digitalizzazione. Nel nostro libro adottiamo una prospettiva storica e ci concentriamo su  alcuni media digitali che non hanno funzionato, sono falliti o stanno avendo problemi.

Cosa si intende per fallimento nell’universo digitale?
Nel nostro libro si intende in particolare il fatto che anche i media digitali non abbiano un futuro di successo già scritto. Pensiamo al CD-ROM. È un mezzo digitale e per certi versi era visto come l’emblema della digitalizzazione appena due decenni fa. Ma oggi non c’è niente di più vecchio. Certo, se ne trovano ancora in giro, è ancora usato, non è quindi strettamente un fallimento. Ma è un ottimo esempio di come i media digitali, che sono accolti sempre con un’aura di novità e di progresso, sono invece destinati ad invecchiare velocemenre e scomparire. Più in generale, infatti, idee degli anni ’80 o ’90 del Novecento sono fallite o stanno scomparendo precocemente e quindi il fallimento nell’universo digitale è anche un fallimento di immaginazione.Venti o trenta anni fa si pensava che, grazie alla convergenza dei media, avremmo tutti a breve usato un unico device, un unico oggetto di comunicazione. Oggi, al contrario, usiamo una miriade di oggetti digitali. Oltre a tecnologie e idee, possono anche fallire visioni del futuro. La storia della digitalizzazione è piena di idee sul futuro obbligato e inevitabile che poi non si sono realizzate, molti vicoli ciechi anche in mezzi così vicini a noi.

Quali sono i principali fallimenti descritti nel vostro libro?
La rilevanza di questo libro, secondo noi, è il fatto di raccogliere molti casi di studio in diversi paesi e in diversi momenti storici. Il volume è organizzato in tre distinte sezioni. La prima è dedicata alla dialettica tra analogico e digitale e raccoglie quattro studi di caso che si concentrano su epoche storiche e media diversi: la fotografia, la stampa, la radio e la televisione. Il capitolo di apertura di Sergio Minniti, per esempio, analizza le strategie poi rivelatesi fallimentari di due colossi della fotografia analogica, Kodak e Polaroid, nel tentativo di mantenere la propria posizione dominante anche nel mondo digitale attraverso delle soluzioni “ibride” analogico/digitale. Il secondo contributo di Elena Valentini si focalizza, invece, sul settore della stampa e sulla ricerca di nuovi modelli di business digitali. Il fallimento del primo giornale quotidiano pensato appositamente per essere letto sui tablet digitali, The Daily, lanciato nel 2011 e chiuso nel 2012, mette in luce la tortuosità del processo di digitalizzazione della stampa periodica e le difficoltà attraverso cui, ancora oggi, il mondo del giornalismo è alla ricerca di rinnovati modelli editoriali.

Un’altra parte è invece dedicata alle reti e a internet con tre contributi sul fallimento nell’universo del web. Paolo Bory ha ricostruito la traiettoria del primo progetto organico per la costruzione di una rete a banda larga in Italia (il cosiddetto piano “Socrate”), avviato dalla monopolista Telecom nel 1995. Francesca Musiani affronta il servizio peer-to-peer Wuala, che nel 2011 decise di passare da un’architettura di cloud storage decentralizzata a un modello centralizzato. Elisabetta Locatelli e Nicoletta Vittadini ricostruiscono una tassonomia dei cosiddetti epic fails sui social network.

L’ultima parte del libro raccoglie, infine, tre capitoli che si concentrano su diversi settori (intelligenza artificiale, videogiochi e audiovisivi) ma che sono unificati da un tema comune: il fatto che il fallimento nei media digitali sia spesso transitorio. L’intelligenza artificiale, secondo Simone Natale e Andrea Ballatore, alterna periodi di grande riconoscibilità ad altri di crisi. Andrea Miconi e Nicola Pentecoste si concentrano sul fallimento dell’integrazione tra diversi tipi di dispositivi di videogaming: dalla sala giochi, alle console, ai giochi on line. Simone Arcagni fa una serie di esempi sulla transitorietà del successo e del fallimento (analizzati simmetricamente) nel digital video. Insomma, nel libro si affrontano differenti settori e differenti casi, tutti accomunati dalla necessità di mettere in luce traiettorie problematiche e fallimentari dei media digitali.

Uno dei temi portanti del vostro libro è che i ‘nuovi’ media spesso non sono totalmente ‘nuovi’.
Questo è un tema che abbiamo trattato in maniera ancor più approfondita in Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità, uscito per Laterza nel 2014 e che ora stiamo pubblicando in una versione completamente rivista e aggiornata in inglese con il titolo History of Digital Media. An Intermedia and Global Perspective. L’idea fondamentale è che i mezzi di comunicazioni digitali, spesso visti come rivoluzionari e del tutto distinti da quelli analogici e precedenti, siano in realtà in continuità con questi ultimi. Il computer è un erede delle macchine da calcolo e delle calcolatrici e in continuità con esse. Internet è erede sia delle biblioteche, sia delle reti telefoniche, sia di modalità di comunicazione interpersonali precedenti. Il telefono mobile è, in realtà, un’idea di fine Ottocento e ha subito una sorta di “rinascita” a fine del Novecento. D’altra parte sappiamo che, al contempo, molte cose stanno cambiando e sono cambiate, anche in fretta. Basti vedere quanto queste tecnologie stanno modificando la nostra realtà quotidiana e quanto siano diventate centrali per le nostre vite. Ma pensiamo anche alla scala di persone che possono accedere a forme di comunicazione prima riservate a pochi: siamo in un momento storico in cui, per la prima volta nella storia, ci sono tanti telefoni mobili quanti abitanti sulla terra (circa 7 miliardi di telefoni per 7 miliardi di abitanti), in cui possiamo fruire una quantità sterminata di informazione in maniera gratuita, in cui molti aspetti della vita quotidiana ruotano attorno a tecnologie quali WhatsApp e Facebook. I nuovi media non sono nuovi, quindi, ma sicuramente le società contemporanee stanno cambiando anche perché a contatto con queste forme di comunicazione.

In che modo i fallimenti da voi descritti hanno contribuito allo sviluppo tecnologico?
Sempre nell’introduzione, proponiamo quattro tesi sul fallimento. La prima è che il fallimento sia transitorio e che quindi si possa prima o poi trasformare in un successo. La seconda tesi postula che anche il successo possa essere transitorio e trasformarsi in fallimento o essere via via dimenticato e rilegato in un angolo (si pensi all’esempio precedente del Cd ROM). Diciamo poi, in una terza tesi, che il fallimento è sempre spiegabile, che cioè non cade dall’alto, ma che è spesso frutto di scelte plausibili nel momento in cui vengono compiute e che paiono miopi o stupide solo con il senno del poi. Infine, la quarta tesi è quella che più ha a che fare con la domanda: diciamo infatti che il fallimento è produttivo. Nella storia dei media digitali, i passi falsi e i fallimenti determinano l’evoluzione di un mezzo di comunicazione tanto quanto i suoi successi. Alcuni fallimenti, infatti, si sono rivelati talmente influenti da indirizzare l’evoluzione dei media e da rappresentare delle “scelte costitutive in negativo” nello sviluppo del mezzo. La storia di un fallimento, infatti, viene talvolta ricordata come un esempio emblematico da non seguire e, così facendo, contribuisce a limitare le scelte compiute successivamente. Inoltre, se visto in ottica sistemica ed “ecologica”, il fallimento è uno snodo di un processo che può risultare generativo di altri percorsi: aziende che falliscono si riadattano, ma anche tecnologie che falliscono lasciano spazio ad altri percorsi d’innovazione e di sviluppo.