Esperti. Come studiarli e perché, Davide CaselliDott. Davide Caselli, Lei è autore del libro Esperti. Come studiarli e perché edito dal Mulino: qual è la natura sociale della conoscenza e del suo impiego?
Si tratta di domande molto ampie che rimandano a un grande tema di fondo: la conoscenza che noi abbiamo del mondo prende forma all’interno di quello stesso mondo che vogliamo conoscere, e dunque ne incorpora inevitabilmente le caratteristiche, i rapporti di forza e le contraddizioni.

Tuttavia come questa incorporazione avviene e con quali risultati, è qualcosa che va sempre approfondito e studiato in base ai contesti storici e sociali.

Il tema è chiaramente molto vasto e non certo nuovo ed è infatti stato studiato dalle scienze sociali da diversi punti di vista. Nel libro ho scelto due strade e ho provato ad intrecciarle: da un lato un itinerario all’interno di questo corpus di conoscenza consolidata; dall’altro una ricostruzione della mia esperienza di ricerca sulla forma che questo problema prende in un settore specifico, quello dei servizi di welfare.

Come è nata la sua ricerca?
Ho iniziato questa ricerca dopo aver lavorato per una decina d’anni come operatore sociale e quello che più mi interessava era riflettere sulla mia esperienza di lavoro passata, un’esperienza in cui era molto chiaro che il potere di definire una situazione (per esempio: la povertà) e gli strumenti adatti per migliorarla (per esempio: le politiche sociali di un quartiere o di una città) è distribuito in modo diseguale nella città. Per iniziare: chi ha il potere di definire la realtà? Si tratta di un potere molto importante perché ad esso è connesso il potere di agire su quella realtà. Attraverso quali processi si arriva a questa definizione? Chi vi partecipa? La risposta non è scontata. Si tratta di processi che possono coinvolgere (o escludere) politici, accademici, consulenti, cittadini singoli e organizzati, forze economiche, sindacali, della società civile, ecc. E poi c’è il problema dei rapporti di forza che esistono tra i diversi attori che vi partecipano. Coloro che sono riconosciuti come esperti hanno il potere sia di orientare questa definizione sia di stabilire chi altro sia legittimato a prendere parte alla sua elaborazione. Le soluzioni che saranno adottate, le politiche, dicevamo, discendono da questa definizione. Molto spesso diamo per scontate le categorie di pensiero e di azione che risultano da questi processi e ci limitiamo a valutare “se gli obiettivi sono stati raggiunti”. La scienza sociale critica ci aiuta invece a risalire a monte per capire “in che modo gli obiettivi sono stati definiti”.

Che potere è quello degli «esperti»?
Innanzitutto bisogna fare una precisazione di termini e dunque di concetti. In questi mesi di pandemia abbiamo sentito spesso usare la parola esperti come sinonimo di scienziati. È invece importante sottolineare la differenza tra le due figure: lo scienziato lavora all’interno di una comunità di pari ben definita con sue proprie regole (compresi i tempi necessari a validare una certa conoscenza); l’esperto al contrario lavora in una terra di confine e agisce secondo una logica che differisce sia da quella della comunità scientifica sia da quella della società nel suo complesso. A differenza dello scienziato lavora rispondendo a domande che non si è posto ma gli sono state poste da un committente, per esempio l’autorità politica, secondo tempi altrettanto etero-diretti; a differenza dei comuni cittadini agisce sulla base di un corpus di conoscenze più o meno consolidate all’interno del mondo scientifico.

Si tratta certamente di una distinzione concettuale che nella realtà si può presentare in modo meno netto che sulla carta, ma nondimeno è un aspetto molto importante da tenere presente per evitare di chiedere tanto agli scienziati, quanto agli esperti cose che non possono dare.

Detto questo, occorre poi subito precisare che anche all’interno dell’universo degli esperti, ci sono diversi modi di concepire e di praticare il proprio ruolo.

Semplificando: si può pensare che si è tanto più esperti di una certa situazione quanto più si è lontani dalle persone che vi sono immerse; oppure si può pensare che si diventa esperti costruendo delle relazioni e uno scambio continuo con quelle stesse persone.

Si può pensare che essere esperti significhi possedere delle informazioni oggettive e neutrali da elaborare e condividere con le istituzioni politiche e amministrative; oppure si può pensare che il proprio sapere si costruisce all’interno delle contraddizioni della società (prima di tutto quella che deriva dalla struttura delle diseguaglianze di classe, di genere, di razza) e che dunque il proprio lavoro non solo descrive la realtà ma contribuisce a ridefinirla, rafforzando o contestando quelle stesse contraddizioni.

Dunque il potere degli esperti dipende molto da quale di queste concezioni e pratiche sono all’opera: ciascuna di esse comporta un modo diverso di concepire e di praticare il potere che deriva dal ruolo che si ricopre nella società. Ciascuna di esse è anche stata studiata dalle scienze sociali, talvolta con un intento descrittivo o analitico, talvolta con un approccio critico e normativo, ovvero teso a definire e sostenere “un modo giusto” di interpretare quel ruolo.

Nel libro distinguo, con qualche inevitabile semplificazione, tre approcci che nelle scienze sociali hanno studiato e alimentato queste diverse concezioni. In primo luogo l’approccio funzionalista alle professioni che ha teso a presentare i professionisti (soprattutto, negli studi classici, gli avvocati e i medici, ovvero una particolare categoria di esperti) come soggetti sociali particolari, caratterizzati da un rapporto distante e asimmetrico con i non-esperti e dal relativo distacco e disinteresse verso gli interessi di parte da cui la società è percorsa. In secondo luogo un approccio critico che ha insistito sui problemi legati alla relazione asimmetrica tra esperti e non-esperti e ha negato il loro distacco e disinteresse, ricollocandoli invece pienamente all’interno della società, dei suoi conflitti e delle sue diseguaglianze. Sono state così messe sotto osservazione le “strategie di potere” che gli esperti mettono in atto e che contribuiscono a naturalizzare e rendere invisibili sia le diseguaglianze strutturali che percorrono la società sia il potere degli esperti stessi nei confronti dei loro interlocutori “non-esperti”. Da questo approccio si sono anche sviluppate delle esperienze molto importanti di collaborazione tra esperti e non-esperti in diversi settori: nel libro accenno all’esperienza straordinaria della chiusura dei manicomi e della reinvenzione delle istituzioni psichiatriche in Italia a partire dal lavoro di Franco Basaglia e della sua equipe negli anni ‘60, e a quella altrettanto straordinaria, e coeva, delle “comunità scientifiche allargate” composte da operai, medici e ricercatori che hanno ridefinito il concetto e la pratica della tutela della salute nei luoghi di lavoro, mettendo al centro il punto di vista dei lavoratori. Infine, in terzo luogo, l’approccio della co-produzione, che richiama per molti versi queste ultime esperienze cui ho fatto riferimento e insiste sull’interazione tra esperti e non-esperti e su un’idea diversa di costruzione e diffusione della conoscenza, mostrandone soprattutto la fluidità e insistendo sui processi di cambiamento della conoscenza innescati dall’ampliamento dei soggetti coinvolti nella sua produzione. Qua, tra i tantissimi esempi, si può richiamare, nel campo degli studi ambientali, la parabola che hanno avuto posizioni inizialmente marginali, sostenute da una minoranza di attivisti e ora diventate dogma (almeno formale) della politica globale grazie a un lavoro che connetteva ricerca scientifica e rivendicazione politica, così come, in campo medico, il modo in cui l’interazione tra contesti istituzionali e genitori dei bambini autistici ha contribuito in maniera decisiva alla costruzione di nuove diagnosi e cure della malattia.

Nel libro si parla di esperti e di expertise. Cosa si intende con questi due diversi termini?
Anche qua c’è un salto di parole che è anche un salto concettuale e occorre allora fare un’altra distinzione. Abbiamo già visto quella tra esperti e scienziati: vediamo ora quella tra esperti ed expertise, almeno nella prospettiva degli studi sociali sulla scienza e la tecnologia, che adotto in alcuni capitoli del libro. Per l’essenziale, gli esperti sono le persone in carne ed ossa (cosa li renda poi socialmente riconosciuti come esperti e come essi decidano di impiegare questo riconoscimento è – come ho accennato – un problema più vasto e complesso), mentre con l’espressione expertise ci si riferisce a un insieme più vasto di soggetti di cui gli esperti fanno parte assieme ad altri attori non-esperti (società civile, istituzioni politiche, ecc.), ai concetti che creano e usano e agli strumenti che inventano e di cui si servono e di cui sono al tempo stesso – per così dire – padroni e servi. Questa letteratura infatti amplia il concetto di attore sociale anche a oggetti inanimati, quelli che chiama “attanti”, entità non-umane che non di meno esercitano una forma di azione. Si tratta di una forma particolare di ciò che nelle scienze sociali si intende per istituzione sociale, ovvero “classificazioni operanti nelle pratiche sociali”: categorie di pensiero ma anche strumenti di lavoro e strutture fisiche (la scuola, il carcere, gli uffici pubblici, ma per stare all’attualità: le piattaforme di comunicazione) che rendono possibile il nostro pensare e agire sociali e al tempo stesso lo limitano, incanalandolo in percorsi il più possibile prevedibili.

Si può parlare di egemonia degli esperti e dell’expertise? In che senso?
Chiarita questa distinzione concettuale tra esperti ed expertise, la questione della loro egemonia si può distinguere in almeno due livelli: Da una parte l’egemonia che alcuni particolari esperti e reti di expertise esercitano nella società, a partire dalle sue diseguaglianze strutturali di classe, razza e genere, cui ho accennato sopra.

Dall’altra parte l’egemonia che gli esperti giocano rispetto al campo politico, o meglio: l’egemonia che gli esperti, o le retoriche che si richiamano alla scienza e alla conoscenza, assumono rispetto ad attori e retoriche che si richiamano alla politica come arte del possibile. Qui si tratta allora di richiamare, e anche di mostrare limiti, contraddizioni, parzialità, delle forme di discorso e di governo che si sostengono non sulla base di ragioni di giustizia e libera scelta (“decido questo piuttosto che quest’altro perché penso sia giusto”) ma sulla base di ragioni di verità e di necessità (“decido questo perché è l’unica decisione che risponde alla verità oggettiva delle cose”). A sostegno di questa seconda impostazione sono molto spesso mobilitati dati e numeri che vengono presentati come prove inconfutabili delle scelte prese: pensiamo alle politiche in campo economico e finanziario implementate a livello europeo negli ultimi decenni. Si tratta di un fenomeno che è stato studiato da molti autori in diversi campi delle scienze sociali e può essere definito come l’instaurazione di un “governo attraverso i numeri” (per citare un importante libro dello studioso del diritto francese Alain Supiot) o come la sostituzione della fiducia nelle persone con la “fiducia nei numeri” (per citare invece un altrettanto importante libro dello storico americano Ted Porter). A questi temi e ai moltissimi filoni di ricerca che sono stati loro dedicati dedico gli ultimi due capitoli del libro: sociologia dell’azione pubblica, studi sui processi di attribuzione del valore (valuation) sociologia della quantificazione, studio critico delle istituzioni.

Come gli esperti agiscono sulle rappresentazioni e sulle organizzazioni sociali?
I modi in cui questa azione si compie sono diverse e complesse e avvengono su livelli di esperienza e su scale territoriali diverse. Avvengono su livelli di esperienza diversi nel senso che, prendendo per esempio la mia ricerca sulle politiche di welfare, il lavoro degli esperti svolge un ruolo importante nella fase di elaborazione di una determinata rappresentazione dei problemi sociali, ma anche nei processi di traduzione di queste rappresentazioni in politiche ai diversi livelli istituzionali e territoriali: stati, regioni, comuni, ecc. E poi deve essere tradotto ulteriormente nella relazione con gli operatori sociali, assistenti sociali ed educatori. Questi a loro volta la ritraducono nella relazione con i cittadini cui il loro lavoro è rivolto. È attraverso l’intreccio di questi livelli e processi – secondo uno schema non lineare che può variare molto di caso in caso – che quell’idea si trasforma e si intreccia sempre più con la società, quella che siamo abituati a concepire come la “realtà oggettiva”.

Così, per esempio, parlando di politiche per la riduzione della povertà, c’è un dibattito sull’idea che si debba o meno prevedere forme di sostegno economico per poveri, e quanto questo sostegno debba essere “generoso” per essere efficace. Dalla risposta a queste domande discendono scelte politiche, strumenti d’azione particolare (reddito incondizionato, sussidio in cambio di lavoro, sussidio in cambio di formazione, ecc.). Questi strumenti a loro volta non sono neutrali ma determinano il tipo di relazione che si creerà tra operatori sociali e cittadini e tra cittadini (fiducia, diffidenza, controllo, collaborazione, ecc.).

In questo processo però le idee – piuttosto che descrivere o rispecchiare una realtà già esistente – finiscono per modificarla in una specifica direzione: spesso i politici e gli operatori agiranno in una maniera che tenderà a confermare l’idea di partenza e dunque produrranno proprio quegli effetti che la teoria iniziale suggeriva: finiranno così per “provarne” la veridicità e confermare l’idea di partenza. Si tratta di un fenomeno conosciuto nelle scienze sociali da decenni come “causalità circolare” o “profezia che si auto-avvera”. In questa prospettiva, la realtà è una costruzione sociale, o meglio ancora, una costruzione istituzionale: è il modo in cui siamo spinti dalle strutture sociali in cui cresciamo a guardarla, che finisce per influenzarla, rafforzandone le caratteristiche strutturali. Tuttavia non è un percorso obbligato: si possono infatti sviluppare forme di resistenza culturale e politica alle idee dominanti e allora l’egemonia delle classi dominanti entra in crisi e vengono gettate le basi per il suo superamento.

In entrambi i casi vediamo bene come si saldano i nessi tra conoscenza e realtà da un lato e tra sapere e potere dall’altro: il modo in cui noi percepiamo la realtà contribuisce in modo decisivo a modificarla, ma si tratta di un modo socialmente costruito, su cui influiscono le strutture di potere all’opera nella società.

Così si arriva al tema del ruolo degli esperti nelle crisi, cui è dedicato un capitolo del libro…
Esatto. Possiamo fare un piccolo esempio di questo meccanismo pensando alla pandemia in corso: pensiamo a come siamo stati abituati a concepire la gerarchia tra le diverse professioni e ad accettare, per esempio, che un broker finanziario o il presidente di una grande azienda guadagni migliaia di volte più di un infermiere o di un insegnante. Questa nostra accettazione – spesso costruita e sostenuta dai più importanti centri di ricerca globali che hanno stretti legami con il mondo della grande impresa e della finanza – rende possibile questa realtà e la rafforza. La crisi pandemica ha per un attimo sospeso e rimesso in discussione la “normalità” e la “realtà” di questa gerarchia. Ma si tratta di una fase e non è necessariamente vero che questa gerarchia sarà stabilmente rimessa in discussione e modificata: si apre una fase di incertezza in cui i diversi soggetti sociali, con diverso potere di parola, combatteranno, con le armi del discorso e delle alleanze politiche, per stabilire come dovremo uscire dalla crisi e se alla fine le gerarchie esistenti saranno rafforzate, indebolite o rovesciate. In questo senso sono interessanti le analisi, che richiamo nel libro, svolte da due sociologi, Ngai Li-Sum e Bob Jessop che – combinando il pensiero di Foucault, Gramsci e Marx – sostengono che ogni crisi sia composta di tre momenti: un primo di grande incertezza, caratterizzato dalla crisi degli assetti sociali e delle rappresentazioni culturali esistenti: in queste fasi si assiste a una proliferazione di interpretazioni della situazione e proposte per la sua soluzione. È la fase in cui il sapere conta di più. Ad essa segue una seconda fase, di progressiva selezione delle soluzioni proposte: qui accanto al sapere conta molto la dimensione del potere, perché la selezione si basa non solo sul valore delle idee ma anche sul sostegno sociale (nel campo politico ed economico, campi che come ci hanno insegnato gli studi sul neoliberismo si sono molto intrecciati) che queste trovano. Infine c’è una fase di stabilizzazione, in cui solo le idee con il più potente sostegno sociale e politico si affermano e riescono ad influenzare (in modalità che a loro volta devono essere problematizzate e studiate) la sfera politica: questa è la fase in cui il peso del sapere e quello del potere si invertono e il secondo gioca un ruolo decisivo. Si tratta dunque di un processo complesso e senza fine e tutti, ciascuno all’interno dei contesti e delle istituzioni in cui è inserito, ha una grande responsabilità. Soprattutto è un processo in cui occorre costruire relazioni e reti per comprendere meglio e agire con più forza, lasciando cadere piccoli protagonismi personali: nel piccolo, il mio libro, come ogni libro, è il risultato di un dialogo con moltissime persone e gruppi diversi. Ma il problema è più generale e riguarda, di nuovo, il tipo di “esperti” che vogliamo essere, in rapporto con chi e con quali obiettivi.

Davide Caselli svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca

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