Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica, Enrico FaccoProf. Enrico Facco, Lei è autore del libro Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica pubblicato dalle Edizioni Altravista: innanzitutto, cosa si intende per Near Death Experiences, o NDE?
Le esperienze di premorte (Near-Death Experiences nella letteratura internazionale, NDE) sono esperienze soggettive intense e profonde. Avvengono in condizioni critiche con pericolo di vita, o emotivamente percepito come tale: il termine semanticamente indica la consapevolezza o la sensazione dell’imminente fine della propria vita. Esistono inoltre delle esperienze simil-premorte (NDE-like) che possono avvenire in condizioni del tutto fisiologiche, spesso in condizioni esistenziali critiche, come ad es. le transizioni di ruolo.

È possibile tracciare una storia delle NDE?
Le esperienze straordinarie, inspiegabili e gli incontri con lo “Sconosciuto” hanno da sempre affascinato filosofi, artisti, scienziati, sacerdoti, medici e la gente con profonde implicazioni in tutta la storia dell’umanità. Le NDE sono descritte in tutte le culture fin dalla preistoria, perché il senso della vita e il mistero della morte costituiscono il più grande e irrisolto mistero filosofico-religioso ed esistenziale.

Un ampio corpo filosofico e letterario contempla il momento del trapasso e il periodo immediatamente successivo con alcuni elementi che ricordano quelli oggi ben descritti nella letteratura scientifica sulle NDE. Nella cultura egizia antica è già presente una chiara visione della morte come transizione e non semplice annichilamento, quindi l’idea di una continuazione della vita dopo la morte biologica. Nella tradizione buddhista il Bardo Throtol, il Libro Tibetano dei Morti, descrive il processo del morire, nel quale la coscienza grossolana muore insieme al cervello (in accordo con la visione scientifica occidentale), mentre l’energia-mente estremamente sottile sopravvive ed entra nel bardo, lo stato intermedio di transizione tra una reincarnazione e l’altra (dal tibetano “bar”, che significa “tra”, e “do”, che significa “isola” o “punto”, ossia la transizione tra due condizioni) o verso la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni mediante realizzazione dell’illuminazione. Vi sono descritti alcuni elementi delle NDE – quali la luce, le immagini e le esperienze di uscita dal corpo (Out-of-Body Experiences, OBE) – ma anche istruzioni utili a riconoscere le proprie proiezioni mentali e gestirle per superare la paura, la confusione e la labile percezione della realtà della coscienza ordinaria. Questo rende il Bardo Throtol sia un testo sul processo del morire sia una preziosa metafora psicoterapeutica: dunque esso riguarda inscindibilmente l’aldilà e l’aldiquà e, anche se scritto per i morti, in realtà è utile ai vivi per affrontare i grandi cambiamenti, le grandi crisi della vita – tutte bardo in quanto transizioni – in cui bisogna abbandonare le cose cui si è attaccati e procedere oltre nella via della consapevolezza senza essere bloccati dagli attaccamenti e ricadere quindi nella regressione e nell’errore.

Anche nella cultura occidentale sono presenti riferimenti ad elementi delle NDE, soprattutto la visione della luce, in un arco di quasi tre millenni. Omero nell’Iliade riporta così la preghiera di Ajace «Giove padre… rendi agli occhi il vedere; e, poiché spenti ne vuoi, ci spegni nella luce almeno» (Iliade, XVII, v. 809-12). Il concetto di illuminazione, ossia la sapienza, la conoscenza oltre il velo dell’illusione della coscienza ordinaria, è chiaramente presente nella cultura greca, dall’epopteía di Aristotele ai riti di iniziazione dei Misteri Eleusini, in cui veniva sperimentata la discesa agli inferi (katábasis) e la risalita (anábasis) che dava accesso alle visioni. Ancora Omero nell’Inno a Demetra afferma (480-4): “Felice tra gli uomini che vivono sulla terra colui ch’è stato ammesso al rito! Ma chi non è iniziato ai misteri, chi ne è escluso, giammai avrà simile destino, nemmeno dopo la morte, laggiù nella squallida tenebra”. È dunque evidente come la filosofia e soprattutto la via della sapienza dell’antica Grecia, della quale abbiamo disgraziatamente perso il significato, siano inscindibilmente associate ai Misteri e alle espressioni non-ordinarie della mente (Non-Ordinary Mental Expressions, NOME) come fonte di autentica conoscenza.

Un’esperienza più direttamente paragonabile alle NDE è dettagliatamente descritta da Platone nel mito di Er, un soldato ucciso in battaglia e tornato a vivere dopo 12 giorni (Repubblica, X, 614-621), il quale racconta tutto quanto ha visto durante la fase di morte apparente.

Nella letteratura occidentale moderna è segnalare Charles Dickens in Le Due Città, dove riporta il momento della morte come segue: «Tutto questo fu veduto in un istante, come la visione di chi, sul punto d’annegare o in altro pericolo mortale, concentra il mondo in un attimo». Anche Milan Kundera ne L’identità cita il “tunnel di luce”, mentre Scabia nell’Opera della Notte descrive la morte così: “… La signorina Morte sorride nell’aria/… Penso al reticolato della mente/dove vibrano le visioni: a cui traverso/cerchiamo risalire l’abisso della notte/cucendo il buio con aghi di luce”.

Quali elementi caratterizzano le NDE?
Le NDE sono esperienze complesse di tonalità trascendente, di intensità e ricchezza di elementi variabili ma quantitativamente stimabili con la Scala di Greyson. Si tratta di esperienze relativamente frequenti, con un’incidenza che nella letteratura scientifica oscilla tra il 5 e il 18% dei pazienti in arresto cardiaco. Alcuni elementi sono più frequenti e caratteristici e, essendo stati riportati in tutte le culture, sono da considerare universali, si potrebbe dire archetipiche, per usare un termine junghiano. Essi sono: a) Percezione di una luce e/o di una voce con caratteristiche non naturali; b)Sensazione di grande pace e tranquillità; c) Attraversamento di un tunnel, con o senza luce alla sua fine; d) Fuoriuscita dal proprio corpo (OBE), spesso associata alla visione dall’esterno del proprio corpo sottoposto alle manovre di rianimazione; e) Incontro di persone care decedute o Entità spesso indefinite con cui si comunica in modo non ordinario; f) Revisione panoramica della propria vita; g) Percezione di un limite e necessità di rientrare nel proprio corpo; h) Sentimento di disagio alla ripresa della coscienza ordinaria e non di rado rimpianto per la condizione di grande serenità durante la NDE.

Cosa misura la scala di Greyson?
La scala di Greyson è lo strumento più utilizzato nella letteratura internazionale per la quantificazione di queste esperienze; essa si compone di un questionario di 16 domande relative ai diversi elementi dell’esperienza di premorte, ciascuna con tre possibili risposte (di punteggio variabile da 0 a 2) ed un punteggio totale da 0 a un massimo di 32. La scala comprende domande sui diversi elementi delle NDE, quali la visione del tunnel, della luce e delle entità, le OBE, le modificazioni della percezione del tempo, la revisione panoramica della vita, le sensazioni riportate e il ritorno alla realtà ordinaria. Convenzionalmente si considera come valore soglia delle NDE un punteggio superiore a 7.

Cosa rivela l’analisi dei dati relativi alle esperienze di premorte?
Il loro carattere trascendente fornisce suggestioni di una sopravvivenza della coscienza alla morte fisica, di una possibile vita ultraterrena o della reincarnazione, ma non dimostrano nulla sulla loro ipotetica realtà. In ogni caso si tratta di materie apparentemente incompatibili con l’orizzonte delle scienze positive, fatto che ha portato la scienza medica, dominata dalla visione monista materialista e dall’approccio riduzionista, a rifiutarle a priori per decenni o a considerarle come espressione di allucinazioni o delirium, mera conseguenza di un disordine cerebrale organico in condizioni critiche. Le NDE sono invece un fenomeno clinico certo, con una chiara fenomenologia ed epidemiologia, e come tale studiabile scientificamente. Dopo gli studi pionieristici di Raymond Moody Jr. e di Elisabeth Kubler-Ross, alla fine del secolo scorso si è destato un crescente interesse per le NDE nella letteratura scientifica internazionale ed oggi è ormai disponibile una vasta mole di dati assieme a diverse interpretazioni scientifiche sulla loro origine e natura.

Quali effetti a lungo termine producono le NDE?
Le NDE inducono spesso un processo di trasformazione dei valori personali e della visione del mondo. Questo potenziale trasformativo delle NDE porta a un miglioramento della resilienza, comprendente il superamento della paura della morte e una profonda riconsiderazione dei valori della vita in una più ampia prospettiva filosofica rispetto alle limitate convenzioni e relazioni sociali ordinarie quali l’attaccamento al denaro e alla carriera, che si rivelano valori più illusori rispetto a quanto ritenuto prima. È un aspetto questo che non può essere ridotto a mero epifenomeno dell’attività di circuiti cerebrali disfunzionanti, come le interpretazioni di matrice riduzionista sono portate a fare.

Si verificano NDE nei bambini?
Sì, anche i bambini, che non hanno ancora idee chiare sulla morte né elaborato credenze filosofico-religiose complesse, riportano le NDE, anche in età prescolare. Le loro esperienze hanno alcuni elementi diversi da quelle degli adulti, come ad esempio la descrizione di figure vestite di bianco invece che entità o esseri di luce. Tuttavia, se sono rimasti orfani, durante la NDE possono anche loro, come gli adulti, incontrare i genitori deceduti.

Quali aspetti transculturali sono degni di nota?
Le NDE includono sia elementi transculturali, come ad es. le OBE, sia elementi etnici, sia elementi individuali, in relazione alle personali convinzioni e credenze. Tra gli Hawaiani e i Mapuche del Sud America ad esempio sono spesso rappresentati vulcani, mentre sembrano assenti o poco rappresentate la visione della luce e la revisione della propria vita. Negli indiani sembra più elevata la presenza di figure religiose con riferimenti al Karma e alla reincarnazione ed alcuni casi hanno riferito un sentimento di preoccupazione per la possibilità di influenzare negativamente il periodo del bardo.

Quali aspetti neurochimici vanno considerati in relazione alle NDE?
Esistono circa una decina di ipotesi scientifiche di matrice riduzionista che tentano di individuare alcuni meccanismi cerebrali all’origine delle NDE. Tuttavia si tratta di ipotesi senza alcuna dimostrazione, le quali, nel migliore dei casi, possono identificare possibili trigger di singoli elementi delle esperienze più che spiegarne la natura, mentre alcune di esse sono malfondate anche come ipotesi e confutabili sulla base di altri fatti noti. Questo vale ad es. per l’ipotesi di una relazione tra NDE e rilascio incontrollato di oppioidi o altri neuromediatori endogeni; è a questo proposito utile sottolineare che non esiste alcuna sostanza esogena o endogena in grado di indurre esperienze monomorfe costanti con le caratteristiche delle NDE, ma il loro contenuto dipende da diversi fattori, quali personalità, contesto, scopi dell’assunzione, dose e controllo rituale. Vi sono diversi trait d’union tra NDE, OBE, esperienze mistiche, iniziatiche e da allucinogeni. Esse non sono il semplice effetto di specifici neurotrasmettitori ma originano nel mondo della mente e dei suoi significati e possono anche dare origine a importanti sviluppi cognitivi metacognitivi: il ruolo delle alterazioni neurochimiche non è quello di essere artefici tout court delle esperienze, ma di comportarsi semmai come grimaldelli in grado di aprire la porta di alcune stanze della mente fisiologiche ma ancora poco conosciute e comprese.

Quali teorie psicologiche e trascendentali offrono una spiegazione delle NDE?
Se si considerano le NDE come parte del capitolo più ampio delle NOME, il problema si rivela molto complesso e dotato di profonde implicazioni epistemologiche, non comunque correttamente interpretabile da una limitata prospettiva materialista-riduzionista. È dunque indispensabile un approccio neurofenomenologico – che riunisca e tenga in dovuta considerazione sia i dati obiettivi sia le esperienze soggettive con i loro significati – e, come accennato sopra, si estenda a una prospettiva metafilosofica e metascientifica; infatti, come dimostrato dal Teorema di Incompletezza di Gödel, nessuna disciplina (a partire dalla matematica) è autosufficiente, ossia al suo interno rimangono proposizioni di cui non è possibile stabilire la verità o la falsità.

Tra le interpretazioni delle NDE sono state formulate ipotesi di matrice psicanalitica che le mettono in relazione con l’aspettativa di una vita ultraterrena e il rifiuto psicologico dell’idea della morte: questo favorirebbe la comparsa di NDE come meccanismo di difesa utile a rendere il trapasso meno angoscioso, come proiezione dei propri desideri di sopravvivenza e di riunione con i propri cari defunti. Tuttavia queste ipotesi sono facilmente smentibili per diverse ragioni: nell’arresto cardiaco l’istantanea perdita di coscienza è incompatibile con il tempo necessario per elaborare una risposta psicologica di questo genere e, in ogni caso, la visione di esseri superiori dovrebbe corrispondere alla religione di appartenenza, mentre la stragrande maggioranza dei soggetti religiosi riferisce entità superiori non meglio definite, le quali sono riportate anche dagli atei. Il problema dunque non è risolvibile con ipotesi psicologiche prêt-à-porter, ma affonda nelle ancora misteriose relazioni mente-cervello-mondo e vita-morte con le sue enormi implicazioni filosofiche e non solo scientifiche.

Alla luce del Suo studio, quale riflessione critica sulle NDE è possibile trarre?
Le NDE e tutte le NOME sono fenomeni non patologici che sfidano il paradigma meccanicista-riduzionista dominante in medicina; come tali, esse sono dotate di ineludibili quanto profonde implicazioni metafisiche ed epistemologiche. Alcuni rari ma ben documentati casi riportati in studi scientifici rigorosi hanno sorprendentemente testimoniato quanto avvenuto durante la fase di arresto cardiaco (durante il quale il paziente è privo di coscienza e con EEG piatto); in uno di questi casi, recentemente riportato nello studio AWARE, è stato possibile stimare la persistenza della coscienza in stato di OBE e di una corretta percezione dei fatti accaduti per almeno tre minuti durante la fibrillazione ventricolare. Dunque ci sono fatti che sembrano contraddire le conoscenze di neurofisiologia acquisite e che richiedono di essere correttamente spiegati. Ma questo è parte dell’essenza dell’evoluzione scientifica: come afferma Antiseri, la scienza è una meravigliosa storia di teorie fatte saltare in aria da fatti contrari.

Per quanto riguarda le NOME, vale la pena di concludere con la saggia affermazione di William James uno dei grandi padri della psicologia moderna: ““La nostra coscienza ordinaria non è altro che un tipo particolare di coscienza… mentre tutto ciò che la riguarda comprende forme potenziali di coscienza interamente differenti. Noi possiamo passare la vita senza nemmeno sospettare la loro esistenza; ma applicate lo stimolo necessario, e in un attimo essi sono lì nella loro completezza, tipi definiti di mente che probabilmente hanno da qualche parte il loro campo di applicazione e adattamento. Nessun resoconto dell’universo nella sua totalità può essere definitivo se non considera queste altre forme di coscienza”.

Enrico Facco è professore di Anestesiologia e Rianimazione, studioso senior presso il Dip. di Neuroscienze e dell’Università degli Studi di Padova. È autore di oltre 350 articoli scientifici. Ha scritto i libri: Esperienze di premorte. Scienza e coscienza ai confini tra fisica e metafisica (Ed. Altravista, 2010); Meditazione e Ipnosi tra neuroscienze, filosofia e pregiudizio (Ed. Altravista (2014); L’enigma della coscienza (con F. Fracas, Mondadori Università, 2018); Ritornare a Ippocrate. Riflessioni sulla medicina di oggi (con S. Tagliagambe, Mondadori Università, 2020)

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