Erudizione e Bellezza. Le epigrafi del prefetto Giovanni Galbiati nella Pinacoteca Ambrosiana, Federico GalloMons. Federico Gallo, Lei è autore del libro Erudizione e Bellezza. Le epigrafi del prefetto Giovanni Galbiati nella Pinacoteca Ambrosiana edito da Bulzoni: quale straordinaria figura di erudito ha incarnato Giovanni Galbiati?
Giovanni Galbiati è una figura gigantesca, quasi romanzesca. Erudito sin dall’adolescenza, fu versato nella filologia classica come nell’arabo, nella storia dell’arte come nella letteratura tedesca. Conosceva a memoria la Divina Commedia e componeva regolarmente in latino con grande abilità. A lui dobbiamo un’impronta indelebile data all’Ambrosiana. Se la Biblioteca e la Pinacoteca oggi sono tanto belle ed eleganti lo si deve alla sua opera di ristrutturazione e di arredo. Giovanni Galbiati era nato nel 1881 e già in seminario si era distinto per le sue doti eccezionali nello studio. Ancora studente ginnasiale aveva scritto all’allora Prefetto dell’Ambrosiana Antonio Maria Ceriani – un altro gigante per erudizione – una lettera in latino con la quale chiedeva consigli per procurarsi validi dizionari e grammatiche di ebraico, aramaico, siriaco, sanscrito. Chiamato da giovane in Ambrosiana come Dottore, ne divenne Prefetto nel 1924 e restò in carica sino al 1951, al compimento del settantesimo anno di età; morì nel 1966, circondato dall’onore e dalla stima da parte di tutti i dotti del tempo. La figura di erudito da lui incarnata è quella dell’uomo di studio profondamente versato in molte culture e rapito dalla contemplazione del vero e del bello: il sapiente che colloquia con i grandi del passato e li imita attraverso una vita di studio, di conoscenza e di grandezza d’animo. In lui si ritrovano insieme la sensibilità romantica dell’eroe che si innalza rigettando le mediocrità umane, la profonda erudizione ottocentesca e l’estetismo di epoca dannunziana; in molte delle scelte artistiche di Galbiati si avverte un sapore che ricorda la sua amicizia con il Vate.

Di quale vasta produzione fu autore Giovanni Galbiati nella sua veste di epigrafista?
La composizione epigrafica fu una delle attività forse marginali di Galbiati, dal punto di vista dello studio e dell’impegno alla direzione dell’Ambrosiana, ma lo fece conoscere dappertutto e gli permise di infondere la sua straordinaria erudizione nelle diverse occasioni per le quali era richiesta la sua perizia. Ben tre sono i volumi che raccolgono le sue epigrafi. Vi si trovano iscrizioni celebrative di personaggi e di avvenimenti, commemorazioni storiche, dediche, epigrafi per chiese, biblioteche, istituti, monumenti, statue, campane e medaglie, iscrizioni per frontespizi di libri, epigrafi sepolcrali e funebri. Spiccano per importanza le epigrafi composte per i portali del Duomo di Milano e per la Stazione Centrale di Milano. Galbiati era molto vicino alle alte sfere ecclesiastiche, alla nobiltà milanese e alla casa reale; non dimentichiamo che egli, in quanto Prefetto dell’Ambrosiana, era successore del papa di allora, Pio XI, ed aveva accesso diretto a lui. Un capitolo a sé tra le moltissime epigrafi è rappresentato da quelle destinate all’Ambrosiana: accanto ad iscrizioni appositamente composte da Galbiati per ricordare e celebrare eventi e personaggi, sono molte le citazioni di grandi autori, soprattutto della classicità, che accompagnano il visitatore della Pinacoteca nel suo percorso.

Quali valori ispirarono l’allestimento museale dell’Ambrosiana rinnovata nell’occasione del terzo centenario della morte di Federico Borromeo?
I valori che ispirarono il nuovo allestimento museale, condotto tra il 1927 ed il 1932, sono ben espressi dal binomio «Erudizione e Bellezza», come già aveva notato in passato Alessandro Rovetta e come denuncia il titolo del mio libro. Giovanni Galbiati riusciva a combinare in sé queste due caratteristiche. Egli era un uomo erudito, straordinariamente versato negli studi, poliglotta, che manteneva contatti con i maggiori studiosi dell’epoca. Severa era stata la sua formazione filologica presso l’Accademia Scientifico-Letteraria di Milano – l’istituto che divenne nel 1924 la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano – con maestri del calibro di Remigio Sabbadini. Questa erudizione, mantenuta ed accresciuta nel corso dell’intera esistenza di studioso e di Prefetto, Galbiati voleva che fosse celebrata anche nella Pinacoteca, perché il percorso del visitatore potesse diventare una vera esperienza di conoscenza e di crescita. Imbattersi in frasi di Platone o di Seneca nelle sale dei dipinti, per esempio, era un modo, nella visione di Galbiati, per consentire un’esperienza sensoriale ed intellettuale completa. Il secondo termine, bellezza, rimanda invece al forte senso estetico di Galbiati. Egli godeva della bellezza in tutte le sue forme e fu capace di intuizioni straordinarie che ancor oggi rendono le sale dell’Ambrosiana un gioiello di eleganza. La Pinacoteca è il luogo privilegiato nel quale la bellezza si mostra e deve accompagnarsi all’erudizione. L’Ambrosiana è infatti anzitutto una Biblioteca, come recita il suo nome, un luogo di ricerca nel quale non soltanto convengono gli studiosi esterni, bensì vive un ‘collegio’ di Dottori che si dedicano a tempo pieno allo studio. La duplice natura dell’Ambrosiana, ossia di Biblioteca e di Pinacoteca, si riassume dunque nel binomio «Erudizione e Bellezza» e Galbiati volle darne prova concreta nel nuovo allestimento museale. Basti un esempio tra i tanti. Nel 1930 ricorreva il bimillenario della nascita di Virgilio; Galbiati volle che una delle sale della Pinacoteca divenisse il ‘Salone Virgiliano’. Volle che – oltre a citazioni del poeta mantovano e a statue che celebrano la stirpe latina – il Salone presentasse un’esedra, sulla quale fece riprodurre in mosaico parte della miniatura allegorica di soggetto virgiliano che Simone Martini dipinse sul manoscritto contenente le opere di Virgilio posseduto e postillato dal Petrarca. Volle cioè che la miniatura contenuta in quel codice preziosissimo, ancora oggi gioiello e simbolo della Biblioteca Ambrosiana, fosse raffigurata sulla parete dell’esedra, richiamando così visivamente l’unità tra Pinacoteca e Biblioteca. Ancor di più: prima della seconda guerra mondiale, al centro del salone una vetrina conteneva il celeberrimo manoscritto virgiliano del Petrarca. Erudizione e Bellezza in unità. Mi piace ricordare che di quel codice fu pubblicato nel medesimo 1930 uno splendido facsimile dall’editore Ulrico Hoepli, amico di Galbiati, che aveva composto per lui il motto della casa editrice; il facsimile Hoepli dell’epoca Galbiati è ancor oggi un punto di riferimento fondamentale per gli studiosi.

Quali epigrafi scelse il Prefetto per l’Ambrosiana?
Per l’Ambrosiana rinnovata Giovanni Galbiati scelse due tipologie di epigrafi. La prima tipologia è costituita da iscrizioni da lui composte per celebrare personaggi o avvenimenti. Ad esempio, nella sala che era stata un tempo abitata dal Prefetto Achille Ratti, più tardi papa Pio XI, Galbiati compose e fece apporre un’iscrizione latina di contenuto memoriale e celebrativo, oltre ad una citazione di Goethe che invitava a venerare i luoghi abitati dagli antenati illustri. Sull’abside dell’antica chiesa di San Sepolcro – che nel 1928 divenne parte del complesso dell’Ambrosiana – Galbiati fece apporre nel 1931 una lunga epigrafe latina per l’inaugurazione dell’Ambrosiana rinnovata, nel terzo centenario della morte del fondatore Federico Borromeo. La seconda tipologia di epigrafi, la più interessante, è invece costituita da citazioni di autori classici o moderni, generalmente ritoccate e adattate secondo il gusto di Galbiati. Si leggono oggi citazioni di Dante, Virgilio, Platone, Petrarca, Seneca, Foscolo, Parini, Ausonio, Pindaro, Cicerone, Ovidio; vi erano un tempo anche altre epigrafi con citazioni di autori classici ed italiani, oltre a quella di Goethe già menzionata, tutte perdute nel corso della guerra oppure dei riallestimenti di fine Novecento. Due esempi illustrano bene questa tipologia. Sul pavimento di accesso alle nuove sale della Pinacoteca, Galbiati fece scrivere «Rinnovellata di novella fronda»; egli intendeva affermare che l’Ambrosiana veniva ‘rinnovellata’, rinnovata, con una nuova ‘fronda’, una nuova serie di saloni espositivi. Ebbene: gli ultimi versi del Purgatorio recitano «Io ritornai da la santissima onda | rifatto sì come piante novelle | rinnovellate di novella fronda | puro e disposto a salire alle stelle». Galbiati non cita Dante in modo letterale e puntuale come faremmo noi; egli piega il dettato dantesco in base alle sue esigenze: quel «rinnovellate» plurale, riferito alle piante novelle della Commedia, diventa «rinnovellata» al singolare perché riferito all’Ambrosiana. Nella Sala della Medusa una lunga citazione dal Fedone di Platone, in eleganti caratteri greci, corre sotto il lacunare delle pareti; essa in italiano significa «Allora l’anima starà indipendente e nel corso della nostra vita saremo più vicini al sapere, se ci occupiamo il meno possibile del corpo e non abbiamo a che fare con esso, tranne il puro necessario, e non ci lasciamo contaminare dalla sua natura, ma ci purifichiamo da esso, e così puri, liberi dalla stoltezza della carne, conosceremo da noi stessi tutto ciò che è chiaro genuino assoluto, e questa è la verità». Il testo platonico originale è stato modificato da Galbiati con l’omissione degli incisi e delle parole meno essenziali per il senso complessivo del brano. Noi oggi consideriamo ‘sacri’ e intoccabili i testi letterari e, se dobbiamo citarli, stiamo ben attenti ad essere filologicamente impeccabili; la libertà di Galbiati di fronte a questi testi, invece, mostra a mio modesto parere la disinvoltura di chi si sentiva a buon diritto erede di una tradizione ininterrotta e dunque poteva plasmare quei brani quasi per possederli meglio, per adattarli al presente in modo consapevole e partecipe, senza contare che la forte consuetudine alla composizione latina rendeva naturale il rapporto con le lingue classiche.

Oltre che della Biblioteca Ambrosiana, Lei è anche direttore della Classe di Studi Greci e Latini dell’Accademia Ambrosiana: in che modo il motto Singuli singula ispira l’attività di ricerca dell’Accademia?
Il motto Singuli singula, che noi traduciamo «a ciascun Dottore la sua disciplina», fu coniato dal nostro fondatore, il cardinale Federico Borromeo. Egli volle che il Collegio dei Dottori dell’Ambrosiana fosse composto da ecclesiastici che a tempo pieno e con animo libero si potessero consacrare allo studio, alla ricerca, all’assistenza dei lettori, alla corrispondenza con gli studiosi, alla pubblicazione dei frutti del proprio lavoro scientifico. Poiché è difficile eccellere in campi diversi, il saggio invito del cardinale è quello di concentrarsi su un solo campo del sapere al fine di diventarne esperti. Soltanto personalità eccezionali come Galbiati – e prima di lui Muratori, Mai, Ratti ed altri tra i Dottori dell’Ambrosiana – si possono permettere di spaziare da una disciplina all’altra mantenendo un livello sommo. L’indicazione del motto è rafforzata oggi dall’esistenza dell’Accademia; essa conta attualmente otto ‘classi’, ossia sezioni, ossia le Classi di Italianistica, Studi Greci e Latini, Slavistica, Studi Ambrosiani, Studi Borromaici, Studi sul Vicino Oriente, Studi sull’Estremo Oriente, Africanistica. Ogni Dottore è Direttore di una o due Classi dell’Accademia, e in questo modo si specializza in un campo del sapere, o in due campi contigui. Gli Accademici di ciascuna Classe – docenti universitari provenienti da tutto il mondo – lavorano in sintonia con il proprio Direttore e promuovono ricerche sul patrimonio culturale dell’Ambrosiana, convegni, conferenze, pubblicazioni. La Classe di Studi Greci e Latini è privilegiata perché si dedica ai manoscritti in lingua greca e in lingua latina, che sono la parte più consistente della collezione ambrosiana. Siamo grati al nostro fondatore, che ci ha donato un numero così ingente di codici di grande livello, importanza ed interesse, e ci ‘divertiamo’ a navigare in questo mare infinito, per scoprire a fondo il quale occorreranno ancora secoli di studi e di ricerche: se si vuole andare in profondità, occorre immergersi il più possibile con pazienza e costanza, non allontanarsi qua e là sulla superficie delle onde.

Federico Gallo (Milano, 1973) è Dottore Ordinario della Biblioteca Ambrosiana, Direttore della Biblioteca e Direttore della Classe di Studi Greci e Latini dell’Accademia Ambrosiana. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Lettere e i diplomi di Paleografo e Archivista e di Paleografia greca. È docente di Paleografia presso la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Milano, Segretario dell’ABEI e Consigliere dell’AIPSC. Le ricerche e le pubblicazioni riguardano soprattutto il patrimonio manoscritto dell’Ambrosiana.

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