Dott. Ernesto Ferrero, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
È semplicemente una necessità, come l’aria che respiro, o l’acqua che bevo. Sono troppe le cose che non so, non capisco e che vorrei approfondire. Il campo dello scibile è il paese delle meraviglie, non capisco come si possa vivere senza provare la voglia di esplorarlo.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
È nato in casa. Mio padre aveva una industria di vermouth, liquori e sciroppi. Durante la guerra il lavoro era diminuito, lui faceva lunghe visite in una libreria amica, e comperava molto e bene. Quei libri mi hanno incuriosito, ho cominciato a leggerli senza che mio padre mi sollecitasse. Ma è difficile che nascano dei lettori in una casa senza libri.

Come si diventa scrittori?
Come per la musica o la pittura, credo esista un talento naturale, un’inclinazione o predisposizione che va affinata e coltivata con lo studio, l’esercizio, la determinazione la pazienza. Ci vuole un lavoro quotidiano mai soddisfatto di se stesso, che dura tutta la vita. Nessuno può dire di essere arrivato.

Viene prima la passione per la lettura o quella per la scrittura?
Come si fa a scrivere senza sapere cos’ha scritto chi è venuto prima di te? Ogni scrittore è figlio di molti padri, l’ultimo anello di una lunga catena.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Credo capiti a tutti, è fisiologico. Il problema è il tempo, oggi drasticamente ridotto dall’uso intensivo e smodato che facciano dei gadgets digitali, alle cui seduzioni è difficile resistere.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
È un problema di civiltà, di educazione mancata, di governi che non vogliono capire che la formazione di cittadini informati e consapevoli è il primo compito di una democrazia che voglia essere tale. Ma forse lo hanno capito benissimo. A loro conviene continuare a manipolare a piacimento masse di ignoranti e creduloni.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Sarebbe come spiegare che autoamputarsi non conviene. Perché rinunciare a capire qualcosa di se stessi e del mondo, a crescere, a vivere molte vite, a conoscere mondi ignoti?

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
È un lavoro di lungo periodo che dovrebbe coinvolgere le famiglie e la scuola, e prevedere l’intervento attivo e illuminato dei governi per la scuola stessa, le librerie le le biblioteche. Ma tutto deve partire dalla famiglia, dall’abitudine di leggere ad altra voce ai bambini. Prima si comincia, meglio è. È lì che si crea la passione per il racconto, e che si rende più intenso il rapporto tra genitori e figli. Ma ancora una volta: chi educherà gli educatori? Chi spiegherà ai genitori l’importanza e la delicatezza del loro ruolo? Purtroppo non ci vuole una patente per fare il mestiere di genitore, e i risultati si vedono. L’inciviltà dilaga.

Lei è stato direttore del Salone del libro di Torino per quasi vent’anni anni: quale futuro per la kermesse torinese?
Il Salone è ben saldo nell’adesione degli editori e nell’entusiasmo dei visitatori. Proprio per questo è potuto sopravvivere a difficoltà molto gravi. Il suo futuro resta nelle mani degli azionisti di maggioranza, la Regione Piemonte e il Comune di Torino, i veri responsabili della crisi finanziaria che ha suscitato tanti problemi. Spero per tutti si comportino più responsabilmente di quello che hanno fatto sin qui.

Lei è membro del Comitato direttivo del premio Strega, oltre ad averlo vinto nel 2000 con N.: quale ruolo possono avere, nel panorama editoriale e culturale italiano, i premi letterari?
I premi letterari sono un’occasione piacevole e gratificante per gli autori, e consentono di fare un gradevole turismo letterario, ma non incidono nel panorama complessivo dell’editoria. Solo lo Strega, e in minor misura il Campiello, possono dare una spinta decisiva al successo di un libro. Spesso sono i premiati che premiano le ambizioni di amministrazioni locali in cerca di visibilità.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Siamo abituati a vedere tutto in termini di scontro e conflitto, ma cartaceo e digitale possono benissimo convivere serenamente e collaborare. L’avanzata degli e-books, che doveva essere travolgente, si è fermata da tempo. Il cartaceo avrà ancora una vita lunga e felice, anche i giovani preferiscono leggere su cartaceo. Il problema non sono i supporti su cui leggere, il problema sono i lettori, la formazione di nuovi lettori.

Quali provvedimenti andrebbero a Suo avviso adottati per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Una serie molto complessa di provvedimenti: educazione delle famiglie, detrazione fiscale per gli acquisti di libri, riforma della scuola e riqualificazione dei docenti, biblioteche scolastiche, sostegno alle librerie e alle biblioteche, e già in generale tutto quello che può favorire l’istruzione e la ricerca. Un Paese vale per quello che sa, e noi valiamo sempre meno, nell’indifferenza generale che ci condanna diventare una colonia della Cina.

Ernesto Ferrero ha lavorato a lungo in editoria e diretto per quasi vent’anni il Salone del libro di Torino. Oggi è presidente del Centro internazionale di studi Primo Levi.
Tra i suoi libri, i romanzi
N. (Premio Strega 2000), L’anno dell’Indiano (2001), Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari (Premio Selezione Campiello 2011), Storia di Quirina, di una talpa e di un orto di montagna (2014), tutti pubblicati da Einaudi, insieme a una guida alla lettura di Primo Levi, a una biografia di Barbablù e a Amarcord bianconero.
Presso Mondadori le
Lezioni napoleoniche (2002) e presso Feltrinelli le memorie einaudiane I migliori anni della nostra vita (2005). A settembre in libreria per Einaudi il suo nuovo romanzo, Francesco e il Sultano. Traduttore di Flaubert, Céline e Perec, collabora a “La Stampa” e a “Il Sole24Ore”.