“Eridu, Enki e l’ordine del mondo” di Marco Ramazzotti

Prof. Marco Ramazzotti, Lei è autore del libro Eridu, Enki e l’ordine del mondo edito da Le Monnier Università: quale importanza riveste, nella storia della Mesopotamia antica, la città di Eridu?
Eridu, Enki e l'ordine del mondo, Marco RamazzottiEridu è ancor oggi, dopo le poche e intense campagne di scavo archeologico che ne rivelarono, già alla metà del secolo scorso, i sui oltre settemila anni di vita, unanimemente riconosciuta come una delle più importanti capitali sante della Mesopotamia antica, come il luogo abitato dal dio della creazione Enki e come la sede, prediletta dagli dei, su cui, secondo il testo cardine della più arcaica storiografia vicino-orientale, la Lista Reale Sumerica, sarebbe discesa, prima del diluvio, la regalità in terra. Ecco se volessimo rappresentare l’importanza di Eridu potremmo dire appunto che il suo luogo di culto maggiore, la Casa dell’Oceano Primordiale, ebbe una vita di settemila anni che a noi moderni sembra un’eternità quando ad esempio la confrontiamo con i cinquecento anni circa che ci separano dall’inizio dei lavori per San Pietro in Vaticano, la più grande delle basiliche papali di Roma iniziata nel 1506 da papa Giulio II.

Quali vicende hanno segnato la storia della città?
Sin dai primi dell’Ottocento, Eridu, venne riconosciuta come l’epicentro del mondo sumerico: il luogo santo del maggiore tempio dedicato al dio della creazione Enki, la prima sede della regalità data dagli dei all’uomo e l’area culturale che avrebbe ispirato la storia biblica del Giardino dell’Eden. Il territorio di Eridu si configura come un’importante settore geo-politico, che sin dalla fine del VI millennio a.C. fu certamente cuore del Paese di Sumer e costituì il principale crocevia in Eurasia del contatto culturale ed economico tra la valle dell’Indo e la Penisola Arabica. Nelle fonti letterarie, storiche e religiose della Babilonia il dio Enki di Eridu, colui al quale ‘appartiene il fabbricare’, è ideatore dell’umanità e del suo destino, la proteggerà infatti dal castigo del diluvio, rivelando al suo devoto Ziusudra il segreto della vita eterna; il tempio di Enki ad Eridu fu per almeno cinquemila anni, continuativamente, la residenza del dio nell’Oceano Primordiale e divenne meta di pellegrinaggi rivolti al capo del pantheon sumerico, padre di Marduk, il dio poliade di Babilonia; nella Lista Reale Sumerica, un prezioso documento lasciato in numerose copie, che annovera meticolosamente il succedersi delle dinastie in Mesopotamia sin dagli inizi della creazione, Eridu è ricordata come il primo centro regale, e dal quale la regalità mosse per la prima volta nella storia; inoltre, i capitoli 2 e 3 del Genesi che riferiscono la creazione del Giardino dell’Eden, certo redatti in un contesto intellettuale ben informato sui più arcaici e pervasivi miti della Babilonia, potrebbero aver avuto come riferimento gli antichissimi mitologemi del Paese di Sumer. Tra questi, deve essere ricordato proprio quello del divieto da parte di un dio a mangiare frutti che avrebbero dato l’immortalità; un tema che accomuna la scelta del saggio Adapa di Eridu, altro figlio di Enki, a quella di Adamo nel Giardino dell’Eden; scelta simile, sulla base della quale, è stata anche ipotizzata un’analogia letteraria tra il mito di Adapa e la storia biblica di Adamo, e una relazione topologica tra il Giardino dell’Eden e il paesaggio mitopoietico di Eridu.

Come si sono articolate le campagne di scavo archeologico nell’area?
La storia dell’esplorazione archeologica di Eridu inizia nel pieno dell’era coloniale, e precisamente nel 1855 grazie ad un primo intervento sul sito di due settimane, suggerito da Sir. Henri Rawlinson, l’indiscusso padre dell’Assiriologia, realizzato da John George Taylor, agente della Compagnia delle Indie Orientali e Vice-Console di Bassora, nel sud dell’Iraq. Dopo questo periodo, le ricerche sul sito vennero abbandonate per ben sessantaquattro anni e riprese solo nel 1918 quando il maggiore Reginald Campbell Thompson venne dislocato sull’area di Eridu per iniziare una nuova esplorazione archeologica; per tre settimane, dal 10 aprile all’8 maggio, l’archeologo Campbell Thompson intraprese un intenso lavoro sul campo, che impegnò diversi prigionieri di guerra turchi come manodopera per lo scavo stratigrafico di alcune trincee, poi documentate in modo molto particolareggiato. L’approccio cambiò radicalmente l’anno successivo, nel 1919, quando gli scavi di Abu Shahrein vennero ripresi dall’egittologo H. R. Hall che cercò di individuare edifici monumentali, come quelli che contemporaneamente emergevano dagli scavi archeologici nella vicinissima Ur diretti da Leonard Woolley, nominato Sir per la scoperta del tesoro conservato tra i corredi del celeberrimo Cimitero Reale. Sebbene queste ricerche, come le precedenti, si concentrarono solo in Abu Shahrein, fu da questo momento in poi che si concretizzò l’immagine del sito come una ‘cattedrale nel deserto’, abbandonata poi alla fine del terzo millennio a.C. Immagine che venne confermata, in parte, dall’unica vera ricerca sistematica che ebbe il sito nella sua interezza, quella che fu ottenuta dagli scavi iracheni diretti da Fuad Safar con il supporto tecnico dell’archeologo britannico Seton Howard Frederick Lloyd tra il 1946 e il 1949, ricerche pubblicate a Baghdad nel 1981. Se le ricerche sul campo non continuarono, dunque, dopo il 1949, lo studio dei materiali ceramici di Eridu condotto da Joan Oates nel 1960 dimostrò però la peculiare rilevanza del sito come centro originario della cultura sumerica, e le indagini territoriali condotte ai margini del Paese di Sumer da Henri Wright, pubblicate nel 1981 da Robert McC Adams, interpretarono la regione compresa tra Ur ed Eridu come un settore strategico destinato all’analisi socio-economica della rivoluzione urbana mesopotamica, un settore nel quale la ricerca avrebbe potuto esplorare le prime forme organizzative della complessità sociale e le radici politiche quanto antropologiche ed economiche del primo urbanesimo.

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  • Ramazzotti, Marco (Autore)

Qual era la struttura urbanistica della città e cosa ne rimane?
La città di Eridu si estende, come tutte le le più antiche città della Mesopotamia meridionale, su una superficie molto estesa che Safar e Lloyd inserirono all’interno di un’area topografica quadrata estesa 5 chilometri per lato. Si tratta di un sito enorme le cui dimensioni non è ancor oggi facile stabilire perché si dispone su diverse colline antropiche, ravvicinate ed emergenti all’interno di una zona paludosa, solo in minima parte esplorate con ricognizioni di superficie e piccoli sondaggi. Questa morfologia insediamentale è la peculiare struttura urbanistica di insediamenti che si sono adattati alla palude e che orbitano intorno alla collina antropica più grande, spesso anche la più importante. Per dare solo un’idea di questo mitico sito, i cui ultimi scavi risalgono alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso e vennero pubblicati parzialmente nel 1981, è bene ricordare che nella collina più grande delle sette individuate e riconosciute da Safar e Lloyd, in Abu Shahrein sotto l’imponente Ziqqurat della fine del III millennio a.C. è stata rinvenuta la spettacolare sequenza architettonica del tempio del dio Enki; a poca distanza, fuori da un possente recinto sacro, è collocata una delle aree cimiteriali tra le più antiche e grandi di tutta l’Asia occidentale, un’area occupata da un migliaio di tombe databili, in massima parte, alla fine del V millennio a.C., infine, a poche centinaia di metri da Abu Shahrein venne edificato, ed è ancora visibile in rovine, uno dei più importanti Palazzi Reali della seconda metà del III millennio a.C., sede ricchissima di una potente dinastia locale.

Quale dibattito ha animato la riflessione storica e archeologia su Eridu e il suo ruolo nel racconto mitico della creazione e del buon governo?
Il legame indissolubile tra la città santa di Eridu e il dio della creazione Enki è documentato sia nei testi più antichi della Babilonia che dalle evidenze archeologiche, e costituisce uno dei nuclei concettuali più forti del pensiero creatore di miti mesopotamico. Questo nucleo che definisce il principale costrutto intellettuale dell’identità sumerica si fonda su un sistema di relazioni molteplici, diversificate e complementari condivise, tradotte per migliaia di anni e trasmesse sul piano figurativo e letterario. In tutti i periodi della lunga storia orientale antica sarà riconoscibile il ruolo di Enki come dio della creazione per eccellenza, l’identificazione di Eridu come la prima città a ricevere l’istituzione regale, e – inoltre – la centralità del suo tempio maggiore, la «Casa dell’Apsû», come fondazione cosmica che ha stabilito l’ordine del mondo e che costudisce i sacri destini dell’uomo. «Eridu, Enki e l’ordine del mondo» possono essere allora considerati tre corollari, tre distinti sistemi semiologici su cui è poggiata la mitopoiesi della creazione più antica ad oggi conosciuta e la prima esegesi delle istituzioni politiche di governo intese – de facto – come la suprema espressione di un giusto ordine.

Marco Ramazzotti insegna Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente antico nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma. Nel Dipartimento di Scienze dell’Antichità dirige il Laboratorio di Archeologia Analitica e Sistemi Artificiali Adattivi, è responsabile scientifico dell’Atlante del Vicino Oriente antico e condirettore di un grande scavo di ateneo in Oman. È stato membro della Missione Archeologica dell’Università di Roma ad Ebla (Siria) ed ha partecipato a numerose campagne di scavo, di restauro e di ricognizione archeologica nel Vicino Oriente.

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