Era Mario Perniola. Storia di un’amicizia, Giuliano CompagnoGiuliano Compagno, Lei è autore del libro Era Mario Perniola. Storia di un’amicizia edito da Mimesis: a oltre un anno dalla sua morte, cosa ha significato per Lei e per tutti noi la scomparsa del prof. Perniola?
Il venir meno di un pensatore è sempre un fatto grave, non per il cosiddetto vuoto che lascia ma esattamente per il suo contrario, per quella Pienezza del pensare e del sentire che è difficilissimo risolvere con l’esercizio della memoria. Personalmente non ho dietro di me 35 anni di vita comune. Li ho dentro me stesso, tutti, e li voglio difendere condividendoli con chi sappia avvertire il rilievo sensibile di tale prossimità. Perniola è stato un protagonista pubblico della cultura italiana e internazionale e chiunque lo abbia conosciuto è in grado, oggi, di testimoniare la sua assenza. Una assenza che in questo periodo di volgarità e di violenza diffuse si avverte in tutta la sua durezza, dato che alcune sue riflessioni sono state dedicate a concetti esemplari di certi fenomeni attuali: quelli di Disgusto, di Transito, di Negativo, di Post-Umano, di Enigma e di Alienazione.

Quale importanza ha avuto il pensiero di Mario Perniola nella filosofia contemporanea?
Non è semplice rispondere perché non vi sono state nozioni a tal punto dominanti da definire il suo lavoro filosofico. Nell’ultimo periodo Perniola diceva che il titolo di Homme de Lettres lo sentiva a lui più vicino. Nel 1882 Guy de Maupassant aveva dedicato a questo prototipo intellettuale uno scritto appassionato. Un passo mi aveva colpito in particolare: “Egli osserva tutto, nota e conserva tutto, e ciò fa nonostante se stesso, perché egli è, sopra ogni cosa, un Uomo di Lettere; e perché la sua mente è costruita in modo tale che ogni ripercussione, rispetto a quel che vede e nota, determini in lui un effetto molto più vivace e più naturale del primo choc, ossia un’eco assai più potente del suono primitivo.” Se avessi letto a Mario questo brano, egli ci si sarebbe ritrovato appieno. Egli era un Homme de Pensées, e non per coincidenza uno dei suoi primi riferimenti fortissimi sarebbe stato Georges Bataille, che alla figura delineata da Maupassant aderirà in modo stupefacente. In questo senso il pensiero di Perniola mi sembra esemplare per quella sua capacità interpretativa, poetica e analitica che, coniugate insieme, gli hanno concesso di divenire un filosofo perpetuamente in divenire, non classificabile, verticale rispetto al tempo e ai suoi eventi.

Quando nacque la Sua amicizia con Mario Perniola?
Nacque sulla base di un riconoscimento reciproco e di una certa rassomiglianza. Il riconoscimento di magistero e di apprendistato non dipese né dall’ambizione dell’allievo né dalla vanagloria del maestro, bensì da un comune desiderio di liberarsi dal vincolo accademico. Perniola si mostrava sempre estraneo ai meccanismi di controllo dei poteri universitari; a mia volta io non sapevo partecipare ai riti ecumenici che venivano di continuo officiati nell’ateneo. A ripensarci con un pizzico di maturità, la nostra amicizia fu anche conseguenza del complice affrancamento da un destino che rischiava di essere per noi molto noioso. Ambedue eravamo epigoni di un dandismo al cui pioniere era riservata grande stima. Di conseguenza sdegnavamo ogni esercizio di snobismo. L’università non fu insomma il luogo del nostro incontro reale, ma tutto ciò che intorno a essa orbitava senza alcuna opportunità di attrazione o di collisione. Poi c’è l’amicizia concreta: incontrarsi, parlarsi, viaggiare, morire…

Quale ricordo, tra quelli narrati nel Suo libro, testimonia meglio, a Suo avviso, la personalità di Mario Perniola?
L’ultimo racconto di vita che volle regalarmi, stremato che era. In quella narrazione stavano la giovinezza, gli amori, le ingenuità e le paure di un uomo molto coraggioso. Per parte mia, ascoltavo il mio amico più grande che mi stava parlando e che si stava spegnendo. Ogni parola era un respiro di meno. È stata una delle esperienze più dure e più ricche della mia vita. Un dolore che però era alleviato da una strana forma di consolazione, come se vi fosse una presenza a unirci e a proteggerci. Non so se ciò sia valso quale testimonianza della sua personalità ma a me ha chiarito il senso profondo della sua libertà umana.

Come interpretava il professor Perniola l’insegnamento?
Una volta uno studente gli domandò di assegnargli una tesi. Mario, come al solito, si mostrò disponibile. Allora quello gli confidò che aveva fretta e che avrebbe desiderato laurearsi in sei mesi. Mario ci pensò su qualche secondo e disse, più o meno: «Mi ascolti. La tesi sarà uno dei rari periodi liberi e creativi del suo percorso studentesco. La sua foga finirà per annullare questo piacere e lo trasformerà in un dovere ennesimo. Io non mi sento di aiutarla nell’esercizio di un dovere. Ci pensi e mi dia una risposta.» Questi era il professor Mario Perniola.

Che rapporto lo legò a Guy Debord?
A Ivan Carozzi che nel corso di un’intervista gli chiede una definizione di Grande Stile, Perniola risponde testualmente così: «L’espressione viene da Nietzsche. Ha a che fare con il distacco, con la sospensione delle affezioni disordinate e dell’emozionalità immediata. Non deve tuttavia essere considerato come sinonimo di frigidità o di accademismo pedante. Per dominare le passioni, devono esserci passioni! Del resto, lo stile e la passione richiedono obbedienza e disciplina. Questo distacco, nel caso di Guy Debord, si manifesta come estraneità al mondo dell’università, dell’editoria, del giornalismo, della politica, dei media; nei confronti dell’establishment culturale, egli nutre un profondo disgusto. Non meno assoluta è la ripugnanza nei confronti della mondanità o della frivolezza snobistica che civetta con l’estremismo rivoluzionario. Tale sdegno non ha il conforto di nessun patrimonio ereditario: Debord si definisce nato virtualmente rovinato. La sua strategia fa leva sull’ammirazione di chi considera il potere politico e il denaro alla stregua di benefici secondari rispetto all’eccellenza. Come per gli stoici, per i quali la coerenza tra i principi e la condotta costituiva l’essenziale. Ma è nella tradizione della rivolta poetica e artistica che occorre cercare Debord. È per me fonte di grande felicità aver conosciuto l’uomo che nella seconda metà del Novecento è stato la personificazione del Grande Stile.»

Qual è l’eredità umana e filosofica di Mario Perniola?
L’eredità umana attiene ai comportamenti e alle attitudini. Su questo piano Mario ha saputo dominare quant’altri mai la comunicazione culturale, fino al punto di annichilirla. Inoltre è riuscito ad affrancarsi da ogni forma di commistione tra mondo politico e mondo intellettuale, Non ha mai asservito il suo Sapere a una falsa causa, né ha mai svenduto una vera causa al Potere. In ciò si è dimostrato totalmente stoico. L’eredità filosofica concerne gli effetti dei suoi studi. Dal pensiero di Perniola è conseguita una resistenza attiva della filosofia estetica nei confronti delle derive del pensiero debole, del minimalismo e di una post-modernità di retroguardia. Grazie alla sua inesausta curiosità verso le arti visive e performative, è stato possibile mantenere un collegamento autentico tra Estetica, Poetica e Critica, altrimenti polverizzate da certa ossessione per l’ermeneutica, da una filosofia goffamente attualizzata e dalle curatele condizionate dal mercato delle arti. Per tutte queste ragioni Mario Perniola è stato un filosofo di culto. Non un guru senza adepti ma un Maestro senza discepoli.

Fa molta differenza.