Prof. Alberto Clò, Lei è autore del libro Energia e clima. L’altra faccia della medaglia edito dal Mulino. L’ambientalismo pare aver trionfato, imponendosi nelle agende politiche di governi e istituzioni: è davvero così?
Energia e clima. L'altra faccia della medaglia, Alberto ClòLa questione ambientale prende ad essere affrontata in Occidente dalla seconda metà dell’Ottocento sul piano scientifico per affiorare nella politica, quella americana, dall’inizio del Novecento e porsi all’attenzione della comunità internazionale nel 1972 con l’United Nations Conference on the Human Environment di Stoccolma e soprattutto nel 1992 con l’United Nations Conference on Environment and Development (UNCED), l’Earth Summit di Rio de Janeiro che portò alla firma da parte di 154 Stati poi saliti a 165 della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (UNFCCC) che fissava la prima struttura legale multilaterale per “la stabilizzazione della concentrazione di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da prevenire le dannose interferenze antropogeniche sul sistema climatico”. La premessa da cui partirono 22 Conferenze delle Parti (COP) delle Nazioni Unite con la 21° tenutasi a Parigi nel dicembre 2015 che ha portato alla firma dell’Accordo di Parigi sottoscritto dall’universo mondo con l’obiettivo di contenere il riscaldamento del Pianeta entro, almeno, i 2°C.

Nel Suo libro Lei analizza i cicli di sostituzione delle fonti energetiche: cosa ci insegna la storia?
Per comprendere la fattibilità, gli ostacoli, le condizioni per realizzare una nuova grande ‘transizione energetica’ al dopo-fossili – sostituire cioè le fonti fossili con le nuove rinnovabili (sole e vento in primis) – è necessario collocare in una dimensione storica le grandi transizioni che si sono succedute nel tempo – dalla legna al carbone e da questo al petrolio – raccordandole alla moltitudine di relazioni causali, economiche, politiche, industriali, sociali, istituzionali, che vi hanno contribuito. La storia non preordina puntualmente il futuro ma è comunque l’unico spazio di osservazione da cui trarne insegnamenti per il futuro. Al passato è necessario quindi riandare per comprendere le determinanti dei processi di sostituzione delle fonti; le costanti di tempo che ne hanno segnato il succedersi; le ragioni del dominio in ogni fase di una fonte sulle altre (prima la legna, poi il carbone, poi il petrolio); l’influenza delle politiche pubbliche; le interdipendenze energia/sviluppo. Non ultimo: lo stock di capitale dal lato della offerta e della domanda di energia su cui è strutturato il mix delle fonti di energia che si impiegano. La tesi che sostengo nel libro è che gli scenari energetici almeno nell’arco della prossima generazione possono dirsi sostanzialmente predeterminati dalla path dependence energetica – le scelte future dipendono da quelle passate – sul versante sia dell’offerta che della domanda che impone tempi lunghi e imprevedibili per scardinare gli attuali sistemi energetici. Al carbone necessitò intorno a un secolo per scalzare la legna, similmente al petrolio per detronizzare il carbone, mentre il gas naturale impiegò mezzo secolo dal 1900 al 1950 per guadagnare un decimo dei consumi e 85 anni per salire a un quinto. Che le nuove rinnovabili – che hanno raggiunto l’1% nel 2008 dopo tre decenni dalle loro prime applicazioni – possano divenire dominanti in tempi brevi è in teoria possibile, ma ritengo altamente improbabile.

Una società zero-carbon è utopistica?
Più che utopica è – allo stato delle conoscenze – è impossibile tecnicamente ed economicamente. Può essere al massimo un ideale di riferimento ma non è tra i traguardi conseguibili. Sostenere il contrario, facendo balenare la possibilità che nel giro di pochi decenni – un tempo breve dati i tempi degli investimenti – tutte le risorse fossili possano essere sostituite, solo volendolo, è del tutto illusorio, specie se non si indicano le condizioni necessarie. A partire dai costi e da chi li sostiene.

A due anni dalla sua approvazione, che ne è oggi dell’Accordo di Parigi?
L’Accordo di Parigi potrebbe costituire un’utile cornice politica per un’azione congiunta e individuale degli Stati nella lotta ai cambiamenti climatici, nonostante faccia affidamento solo sulla loro buona volontà e sulla riprovazione pubblica per il mancato rispetto degli impegni assunti. Quello che gli Stati hanno realmente fatto in questi due anni è tuttavia niente rispetto a quel che sarebbe stato necessario fare col rischio che Parigi non sia stata la ‘svolta storica’ che si acclama ma solo vacue ‘parole al vento’. Molti incontri e poche azioni. Che il termine energia nemmeno compaia nel testo dell’Accordo, pur essendo la prima causa delle variazioni climatiche, ne è la più evidente conferma. Checché se ne dica le cose non sono andate come promesso e necessario. Dopo Parigi non vi è stata infatti alcuna accelerazione nelle politiche di singoli Stati o loro aggregazioni. Anzi. Alla prova dei fatti business as usual sembra essere l’attitudine generale. Da questa atrofia decisionale non è esente l’Unione Europea che pur si vanta di essere leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici: “the greenest of the class” come è stata ironicamente definita. Non vi è documento economico di Bruxelles o degli Stati membri sottoposto al suo esame in cui la questione climatica, e quindi le risorse da destinarvi, sia ritenuta prioritaria rispetto a qualsiasi altro tema a partire da quello maniacale del disavanzo di bilancio. Poco o nulla di incrementale vi è stato destinato nel dopo-Parigi e non bastano certo le recenti mille pagine di proposte della Commissione sotto il roboante titolo “Clean Energy for All Europeans”, tese vi si legge, a “guidare la transizione energetica pulita”, per colmare un vuoto di azioni che perdura da circa tre anni.

Che nesso esiste tra clima, energia e povertà?
L’energia è vita. Senza, non vi è acqua, non vi è nutrizione, non vi è benessere. Vi è solo miseria. La quantità di beni e servizi a disposizione dell’uomo – per vivere, crescere, produrre ricchezza – è strettamente legata alla disponibilità e all’impiego dell’energia. Se confrontiamo la qualità della vita di chi, nei paesi ricchi, ne dispone pienamente e chi, in quelli poveri, ne è privo – 2,4 miliardi di persone – abbiamo visivamente conto delle disuguaglianze che attraversano il mondo moderno e di cosa significasse, significhi, vivere nell’era pre-moderna. Rimpiangere quei tempi è rimpiangere la miseria, le carestie, la sporcizia, le epidemie, l’elevata mortalità, peggiori condizioni dell’ambiente. La necessità di miliardi di persone di raccogliere qualsiasi cosa possa servirgli per riscaldarsi, cucinare, porta ad una progressiva deforestazione e desertificazione di grandi territori specie in Africa. Quel che contribuisce a peggiorare le condizioni climatiche

Le fonti rinnovabili sono la soluzione?
È fuor di dubbio che le nuove rinnovabili, escludendovi grande idroelettrica e le tradizionali biomasse cui ricorrono massicciamente i paesi poveri, costituiscano un’opzione tecnologica in grado di fornire un determinante contributo alla lotta ai cambiamenti climatici. Lo è altrettanto il fatto che la loro attuale configurazione tecnologica non è tuttavia in grado di conseguire gli obiettivi attesi. Continuare comunque a sussidiarle tal quali con un onere crescente per i consumatori – per un montante dal 2008 di 800 miliardi dollari su scala mondiale – non può ritenersi il modo più efficace ed efficiente per allocare le risorse disponibili. L’innovazione tecnologica può consentire di superare i limiti che le penalizzano, ma questo non potrà che avvenire in un futuro al momento indeterminabile. Gli attuali economics nelle aree che non sono caratterizzate da favorevoli condizioni metereologiche restano infatti ancora incerti e tali da non motivare gli investimenti se non supportati da una regolazione incentivante che dovrebbe comunque attenuarsi col calo dei loro costi. All’aumentare della loro penetrazione si riduce poi il tasso di utilizzo delle centrali convenzionali che li supportano al calare del sole o del vento, generando incertezza e rischi sulla possibilità di realizzarne di nuove. Un giro vizioso che potrà interrompersi solo quando l’intermittenza sarà definitivamente superata. Fino ad allora vecchio e nuovo dovranno necessariamente coesistere con politiche che non penalizzino il primo a vantaggio del secondo. E non dimenticando il dato fondamentale: le nuove rinnovabili hanno rappresentato nel 2016 intorno al 3% dell’insieme delle fonti di energia consumate nel mondo contro una quota delle fonti fossili prossimo all’86%. Per ribaltare questo rapporto di circa 1 a 30 necessitano tempi lunghissimi, considerando che negli ultimi venti anni la quota delle fossili si è ridotta di appena 1,4 punti percentuali.

Quali sono i costi della transizione energetica?
Valutare il costo di Parigi è metodologicamente molto complesso dovendosi considerare solo le spese incrementali rispetto a quelle che si sarebbero comunque realizzate e alla luce dell’estrema frammentarietà degli interventi; della miriade di soggetti coinvolti; dell’orizzonte temporale considerato nel rapporto tra costi certi d’oggi e benefici incerti di un lontano domani; dell’incertezza delle variabili in gioco (crescita economica, costi investimento delle varie tecnologie e costi marginali degli impatti ambientali), prezzi dei combustibili. Di stime ne vengono sfornate di continuo ma fortemente disomogenee nelle loro assunzioni di base o perimetri delle attività considerate, poco chiare nelle modalità di calcolo, scarsamente significative sulla loro sostenibilità. Stime comprese come ordini di grandezza su scala mondiale tra i 1.000 e i 2.500 miliardi dollari costanti l’anno incrementali, per periodi peraltro molto differenziati, con una spesa totale di 50.000-100.000 miliardi dollari. Riguardo l’Unione Europea un recente dettagliato Piano di decarbonizzazione articolato in nove specifici azioni, ne quantifica il costo entro metà secolo in 250-500 miliardi euro costanti l’anno, pari 3% del prodotto interno lordo, per un totale compreso tra i 9.000 e i 18.000 miliardi. Possibilità direi alquanto remota.

Quale futuro dunque per un nuovo e sostenibile paradigma energetico?
La ‘transizione energetica’ è un percorso complesso, lungo, costoso che difficilmente potrà compiersi in tempi compatibili con gli obiettivi fissati a Parigi. La decarbonizzazione richiederà infatti la sostituzione dell’intero stock di capitale esistente dal lato sia dell’offerta che della domanda di energia. Illudersi del contrario è inutilmente auto-consolatorio e rallenta le azioni da intraprendere. Dire come stanno le cose, superando la visione moralizzatrice e manichea con cui si pongono, sostituendo alle emozioni l’analisi dei fatti ed  evitando di ‘farla facile’ è presupposto necessario per acquisire il necessario consenso nelle opinioni pubbliche su cui si riverseranno i costi della ‘transizione energetica’. Come il passato insegna, le rigidità che vincolano i processi di sostituzione delle fonti di energia non consentono se non nell’arco di molti decenni di sostituire le fonti dominanti – nel nostro tempo quelle fossili – in misura rilevante e duratura. Di esse rimarremo, volenti o meno, gioco forza ‘ostaggi’ ancora per lungo tempo anche se il loro ruolo è destinato gradualmente a ridursi. Da qui, la necessità di garantire un pieno equilibrio di lungo termine tra offerta e domanda di energia specie di quella proveniente dai paesi poveri. La lotta ai cambiamenti climatici non può porsi in contrapposizione – nell’impegno degli Stati, nell’allocazione delle risorse, nelle strategie delle industrie – con quella non meno urgente della lotta alla povertà energetica. Vincere la prima a discapito della seconda sarebbe ben effimera vittoria per l’umanità intera.