Energia, cultura e comunicazione. Storia e politica dell’Eni fra stampa e televisione (1955-1976), Elio FrescaniProf. Elio Frescani, Lei è autore del libro Energia, cultura e comunicazione. Storia e politica dell’Eni fra stampa e televisione (1955-1976) edito da Mimesis: quale legame esistette tra le attività dell’Eni negli anni a cavallo del boom economico e la società italiana dell’epoca?
L’Ente nazionale idrocarburi è stato uno dei pilastri di quello che gli storici chiamano il “miracolo economico”. Con la scoperta del metano prima e il suo conseguente utilizzo al posto del carbone, più costoso, e la scoperta del petrolio dopo nel sottosuolo italiano (poco, è vero) e i suoi mille utilizzi, l’Eni ha permesso all’industria italiana di avere fonti di energia a basso costo. Grazie al lavoro di Mattei e dell’Agip prima, e delle aziende entrate sotto il controllo dell’Eni dopo (dal 1953), nel giro di un decennio l’Italia diventò così uno dei paesi più industrializzati al mondo, quando fino a pochi anni prima era stato un paese dove il settore primario contava più occupati in assoluto. Le fonti di energia a basso costo, quindi, sono state la base per lo sviluppo economico dell’Italia.

L’Eni rappresenta la speranza per la rinascita di un Paese che è uscito distrutto, materialmente e moralmente, dalla seconda guerra mondiale. Gli uomini che lavorano per l’industria di Stato sono orgogliosi di far parte della “grande famiglia” dell’Eni, come amava definirla Enrico Mattei, il suo fondatore e primo presidente. Il legame dell’industria petrolifera con la società dell’epoca, in particolare dalla metà degli anni Cinquanta alla metà del decennio successivo, è stato molto forte. L’Eni è presente sulle strade e autostrade italiane con le sue stazioni di rifornimento Agip, tutte uguali, riconoscibili con il logo del cane nero a sei zampe (che in seguito diventerà il logo unico dell’Eni); con le bombole di gas per uso domestico che arriva in molte case; con gli impianti petrolchimici di Ravenna e Gela; con i pozzi petroliferi sparsi sul territorio della pianura Padana, prima, e in seguito in Sicilia e in Basilicata; con i metanodotti (aerei o interrati) che attraversano tutta la pianura Padana, per poi estendersi progressivamente in molte zone del Paese. Una presenza, insomma, molto forte e soprattutto visibile. I dipendenti delle società che appartenevano al gruppo Eni nel corso degli anni aumentarono di numero e sempre più si sentirono partecipi di un grande progetto di rinascita. Questo grazie a un’attenta campagna di comunicazione aziendale sia verso l’interno sia verso l’esterno.

Quale strategia politica della comunicazione adottò l’Ente nazionale idrocarburi guidato da Enrico Mattei?
La presenza dell’Eni, in particolare delle sue molteplici attività, nella società italiana dell’epoca è sottolineata da una precisa politica comunicativa, che prende a modello quella delle grandi compagnie americane. Mattei guarda con ammirazione agli aspetti propagandistici delle “Sette sorelle”, anche se non ne condivide la politica economica, e invita i manager aziendali al continuo aggiornamento, allo studio costante e ai viaggi all’estero, al fine di portare anche dalle nostre parti i migliori e più moderni metodi di comunicazione (lo stesso discorso vale per la tecnologia petrolifera). Mattei è consapevole che la comunicazione sia un aspetto fondamentale per la difesa del suo operato – come avviene in politica, che ha lasciato per dedicarsi esclusivamente a quello che sa fare meglio – e non lesina risorse ai settori aziendali che se ne occupano: ufficio cinema, ufficio rapporti con la stampa, ufficio pubblicità. Chiede ai suoi collaboratori di avere sempre il meglio che si possa trovare sul mercato in fatto di aziende di consulenza o professionisti.

Le principali direttive comunicative sono prima di tutto rivolte ai lavoratori stessi delle aziende del gruppo Eni, che sono i primi destinatari delle pubblicazioni interne aziendali e dei prodotti documentari cinematografici. I film documentari vengono proiettati, infatti, ai dipendenti come ausili didattici per i neo assunti (quelli più specificamente tecnici)m mentre quelli prettamente pubblicitari, destinati alle sale cinematografiche, sono visti in occasioni delle numerose manifestazioni che l’ente organizza (feste di pensionamento, mostre, congressi, cantieri nazionali ed esteri, fiere).

Quali strumenti di comunicazione adottò l’Eni?
La strategia complessiva prevedeva l’utilizzo a tutto campo dei mezzi di comunicazione di massa disponibili all’epoca, che veicolavano in simultanea lo stesso messaggio. Abbiamo allora i cartelloni sulle strade, i giochi a concorso per la fidelizzazione del cliente, i gadget, i documentari cinematografici, i caroselli televisivi, la pubblicità sulla stampa quotidiana e periodica, oltre alla fondazione di un proprio giornale (Il Giorno). Un unicum nel panorama italiano, poi, è la raccolta di articoli apparsi sulla stampa italiana e straniera che attaccavano l’Eni e il suo presidente. Articoli ai quali Mattei non risponderà mai, lasciando che siano i fatti a parlare per lui. Fa eccezione la risposta data ai cinque articoli di Montanelli apparsi nel luglio del 1962, cui replicò con una lunga lettera inviata al “Corriere della Sera”. Alla sua morte erano stati stampati 35 volumi, che amava inviare ai suoi amici e dirigenti delle sue aziende.

Quale immagine emerge dalle interviste alla Rai del presidente Enrico Mattei?
Dalle poche interviste televisive conservate negli archivi Rai viene fuori l’immagine di un uomo schivo, non avvezzo a parlare davanti alle telecamere. Molti di coloro che lo hanno conosciuto parlano anche di una certa timidezza, e forse era anche così. Certo è che Mattei quando discute del suo operato e di quello che è riuscito a fare, o ha intenzione di fare, si mostra un uomo deciso, un manager di lunghe vedute che antepone l’interesse collettivo a quello personale. Sua intenzione, infatti, era quella di lasciare la sua creatura al compimento dei sessanta anni, dopo averla avviata e resa forte e autonoma. Quando viene attaccato dai giornalisti per le sue operazioni “spericolate” (contratti petroliferi con la Russia e con la Cina) Mattei mostra un carattere forte e combattivo. La sua difesa si basa sui vantaggi che derivano all’Italia da quelle operazioni, sottolineando che il suo unico scopo è dare al Paese fonti di energia a basso costo, che sono alla base della sua indipendenza economica e di conseguenza anche politica. Da mettere in risalto la sua predilezione per i giovani laureati, in particolare gli ingegneri, che considerava i professionisti più preparati per quel tipo di lavoro. Narrano i suoi collaboratori che il titolo a cui teneva di più era proprio quello di “Ingegnere” (in antagonismo con l’Avvocato per antonomasia dell’epoca), avuto grazie alle numerose lauree honoris causa ricevute nel corso della sua presidenza.

L’immagine complessiva di Enrico Mattei che viene fuori dalle nuove ricerche mostra un personaggio dal carattere forte e deciso per quanto riguarda la sua conduzione dell’Eni. Quello che colpisce maggiormente è l’apertura mentale di un uomo nato all’inizio del Novecento, capace di avere progetti di lunga durata e ampie vedute. Ne sono testimonianza prima di tutto le sue vicende personali: l’industriale che si è fatto da sé, il matrimonio con una ballerina austriaca, la partecipazione alla Resistenza dopo l’8 settembre 1943, la cattura e la fuga dal carcere, il ritorno in clandestinità per continuare a combattere per la nuova Italia. E poi la battaglia contro le Sette sorelle, contro i nemici dell’industria privata e contro i politici avversi. Una vita in continuo contrasto contro qualcuno o qualcosa per far prevalere le sue idee e le sue speranze di dare un contributo concreto alla rinascita del suo Paese. Di fondamentale importanza risultano i suoi progetti che guardavano al futuro e non all’immediato: operazioni di lunga durata i cui frutti sono riscontrabili ancora oggi.

In che modo la politica comunicativa dell’Eni fu capace di riflettere l’immaginario di un’epoca e di essere in sintonia con l’evoluzione sociale del Paese?
Proprio la notevole diffusione della pubblicità aziendale su tutti i mezzi disponibili all’epoca, permette di studiare un complesso ventaglio di fonti (audiovisive e cartacee) da un punto di vista nuovo, che da pochi decenni sta arricchendo le indagini storiche: di storia propriamente detta, di storia dell’industria, di storia del cinema, di storia della comunicazione e di storia della pubblicità, solo per citarne alcune. L’analisi delle opere e il loro confronto permette di cogliere gli aspetti che colpiscono e influiscono sull’immaginario collettivo dell’epoca, a volte anche modificandolo o creandolo di sana pianta. L’evoluzione delle forme di comunicazione, i loro contenuti e le loro correlazioni fanno comprendere meglio le strategie comunicative aziendali, che sono sempre in sintonia con l’evoluzione sociale del paese, i quanto riflettono i gusti e le aspirazioni dell’italiano medio. Le pubblicità televisive, ad esempio, sono il riflesso di quanto nella società del miracolo economico sta cambiando le abitudini degli italiani, sta facendo nascere dei nuovi desideri e aspirazioni (di consumi, in particolare). Ma vi possiamo leggere anche i cambiamenti del costume e l’emancipazione femminile. Nei documentari cinematografici è molto forte il messaggio di fondo dell’epoca che vede l’industria accolta, specie negli strati sociali più bassi, come l’unica speranza di una vita migliore. Sono gli anni in cui anche la letteratura cammina a braccetto con l’industria per esaltarne la modernità e il portato di ricchezza (anche se sarà una breve stagione). Ne sono testimonianza anche le prime due riviste aziendali – house organ diremmo oggi – nate sull’esempio di quanto facevano le altre compagnie petrolifere.

La prima fu “Il Gatto Selvatico”, mensile diretto dal poeta Attilio Bertolucci, che univa in modo armonioso aspetti tecnici e umanistici di notevole pregio. Nata nel 1955, divenne un punto di riferimento culturale di notevole spessore per l’azienda, che la utilizzava anche come organo di relazioni pubbliche con l’estero. A essa collaborarono molti dei più importanti uomini di cultura dell’epoca (Giorgio Caproni, Alfonso Gatto, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Filiberto Menna, Natalia Ginzburg, Anna Banti e tanti altri) e la sua diffusione fu molto ampia per una rivista aziendale, raggiungendo le sessantamila copie. L’avventura di Bertolucci terminò con la morte di Mattei nel 1962, anche se il mensile chiuse definitivamente solo nel 1965. La seconda avventura editoriale si chiamava semplicemente “Eni” e vide la luce dal 1968 al 1972. Pochi, ma intensi anni, che la videro essere ancora una volta al passo con i tempi, trattando temi molto attuali e anche stavolta in essa si trovano i fermenti di quegli anni.

La vita di Enrico Mattei e la storia dell’Eni restano indissolubilmente legate alla storia del nostro Paese, in quanto le loro strade si sono intrecciate a fondo – e continuano a farlo – in una persistente simbiosi/interferenza che ha attraversato diverse stagioni. La storia dell’Eni è storia dell’Italia, non solo nel nostro paese, ma anche in alcune parti del mondo dove l’Eni operava e opera, perché, come amava dire Mattei, “all’estero l’Italia siamo noi”.

Elio Frescani è professore a contratto di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Salerno e Responsabile tecnico del Laboratorio Interdipartimentale Storia e Media Audiovisivi. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla propaganda fascista alla società italiana degli anni del miracolo economico, dal rapporto tra audiovisivi e storia nel XX secolo, dalla pubblicità alla televisione. È autore di numerosi articoli e saggi pubblicati su riviste scientifiche e volumi collettanei. È autore del libro Il cane a sei zampe sullo schermo. La produzione cinematografica dell’Eni di Enrico Mattei.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link