“Enea” di Mario Lentano

Prof. Mario Lentano, Lei è autore della biografia di Enea, edita da Salerno: in che misura e a quali condizioni è possibile fare biografia di un personaggio del mito?
Enea, Mario LentanoIn effetti, si tratta della prima questione che occorre porsi, specie quando un volume – come è il caso del mio saggio – appare in una collana che ha ospita sinora solo biografie di personaggi storici. In estrema sintesi, direi che a cambiare in modo determinante è l’approccio che occorre avere rispetto alle fonti. Di fronte a un personaggio storico occorre procedere per scarti, cercando di far emergere dalla pluralità di notizie o dalla molteplicità di documenti, magari contraddittori fra loro, la versione dei fatti che ha più chances di coincidere con quanto sia effettivamente accaduto. Al contrario, raccontare la vita di una figura del mito significa procedere per accumulo: le varianti che riguardano ogni aspetto di quella figura, dalla nascita alle imprese compiute in vita, dalla morte all’eventuale divinizzazione, vanno accolte integralmente, dal momento che nessuna di esse è necessariamente più vera delle altre. Diciamo che la biografia di un personaggio mitico è la somma di tutte le biografie che gli antichi hanno tramandato sul suo conto.

Quali caratteristiche aveva, nel mondo greco-romano, il racconto mitologico?
La risposta a questa domanda è strettamente legata a quella precedente. Che cosa sia un mito è una domanda alla quale persino studiosi che hanno dedicato a questo tema un’intera vita di ricerca avrebbero forse difficoltà a rispondere, se venisse rivolta loro su due piedi. Ma certo, se c’è un tratto che caratterizza il mito e lo distingue da ogni altro genere di racconto è proprio il fatto che si tratta di una storia fluida, che si mantiene sempre al di qua di una definitiva cristallizzazione. Pressoché tutti i miti elaborati dai Greci e dai Romani ci sono noti in una pluralità di varianti, che sarebbe difficile, e quasi sempre inutile, disporre in successione cronologica, magari cercando di scoprire quale sia la versione “originaria”, con il sottinteso che essa sia anche più “autentica” delle altre. Al contrario, il mutamento è il tratto costante di ogni mito. Con molto acume, il grande antropologo Claude Lévi-Strauss osservava che in fondo l’Edipo re di Sofocle e il ben noto complesso di Edipo di Freud, il quale si serviva dello stesso personaggio per descrivere un fenomeno che riteneva di aver identificato nella crescita psichica del bambino, non sono altro che due varianti del medesimo mito, due tappe della sua storia, ciascuna a suo modo, e nei rispettivi contesti culturali, perfettamente legittima e soprattutto altrettanto vera.

Quali circostanze caratterizzano specificamente il mito di Enea rendendolo del tutto peculiare?
Forse il fatto di essere stato un mito alla cui creazione Greci e Romani hanno concorso in egual misura, e questi ultimi forse persino in misura maggiore. Di solito la cultura romana eredita le storie sugli eroi e sugli dèi da quella greca; magari le sviluppa in modo originale, ne arricchisce la trama o i significati, ma l’origine ultima di quelle storie è pur sempre nello sterminato universo mitologico dei Greci. Per Enea questo è vero solo in parte. Certo, il personaggio fa la sua comparsa nell’Iliade di Omero e di lui parlano mitografi, drammaturghi e storici greci che scrivono in epoche nelle quali a Roma neppure esisteva una letteratura. Tuttavia, a partire dalla fine del III secolo a.C. i Romani si appropriano di Enea e legano il suo mito a quello dei fondatori Romolo e Remo, dei quali Enea finisce per diventare il capostipite più o meno diretto. Se poi guardiamo la cosa dal punto di vista della cultura successiva, quella europea degli ultimi due millenni, non c’è dubbio che l’Enea decisivo per la formazione di un immaginario condiviso sia stato quello di Virgilio e non quello di Omero: se non altro perché le opere di quest’ultimo sono state a lungo inaccessibili, laddove invece l’Eneide non ha mai smesso di essere letta.

Quali menzioni dell’eroe troiano troviamo nell’Iliade?
Nell’Iliade Enea compare a macchia di leopardo: ci sono libri, come il quinto e il ventesimo, nei quali è protagonista di episodi importanti, altri nei quali viene solo fugacemente menzionato, altri ancora nei quali non compare affatto. È un eroe di un certo peso, appartiene a un ramo cadetto della famiglia regnante troiana, ne vengono ricordati il valore guerriero e la devozione religiosa, ma non si può dire che sia un protagonista di primo piano. Di lui apprendiamo che era destinato a salvarsi dalla carneficina della guerra e a regnare sui Troiani superstiti, dando origine a una lunga dinastia; ma l’Iliade non sa ancora nulla di un arrivo di Enea in Italia e la prospettiva di Omero non va oltre la regione dell’Asia Minore nella quale sorge la città di Troia. Diciamo che difficilmente un contemporaneo di Omero avrebbe potuto prevedere la straordinaria fortuna letteraria che sarebbe toccata al personaggio nei secoli successivi.

Quali diverse vite di Enea ci racconta la tradizione antica?
Come dicevo, i miti antichi si caratterizzano per la pluralità delle loro varianti, irriducibili a una versione unitaria. Volendo semplificare, diciamo che nel caso di Enea le varianti più significative sono sostanzialmente tre. C’è un filone che nasce già nella Grecia del V secolo a.C. e giunge sino al tramonto del mondo antico, per poi tracimare nella letteratura medievale, secondo il quale Enea è un traditore: se si è salvato dalla guerra, ciò non è accaduto per volontà degli dèi, come raccontava Omero, e neppure perché i suoi nemici lo hanno risparmiato in ragione del suo valore, ma perché ha venduto la sua città agli Achei e nella notte maledetta del massacro ha aperto loro le porte di Troia. Secondo gli autori che scelgono questa versione, insomma, Enea è un rinnegato e i Romani, che da lui discendono, sono i figli di un traditore. Al polo opposto si colloca un’altra variante, secondo la quale Omero era un bugiardo compulsivo e un sistematico manipolatore della verità storica: la celebre guerra raccontata dall’Iliade era stata vinta in realtà dai Troiani, i quali, in seguito a questo strepitoso successo militare, erano sciamati in tutto il Mediterraneo. Era in tale contesto che quanti raccontavano questa versione dei fatti inserivano l’arrivo di Enea in Italia. La terza, infine, è quella che potremmo definire “canonica”, in quanto destinata ad affermarsi a scapito delle altre due.

Quale versione del mito di Enea ritroviamo nel capolavoro di Virgilio?
In Virgilio ritroviamo appunto la versione che ho definito “canonica”, non nel senso che sia più vera delle altre – abbiamo visto che a proposito del mito questa categoria non ha ragione di esistere –, ma per il fatto che l’enorme influenza dell’Eneide nella cultura dei due millenni successivi l’ha resa più familiare all’immaginario dell’Occidente. Qui Enea fugge da Troia dopo aver tentato un’ultima, disperata resistenza; a lui gli dèi affidano il compito di portare in salvo le divinità tutelari della città e di erigere per esse nuove mura in un luogo lontano, che poco alla volta nel corso del poema si capirà coincidere con il Lazio. Giunto in Italia, peraltro, Enea e i suoi dovranno affrontare una dura guerra per guadagnare il diritto di stanziarsi nel territorio assegnato loro dal destino: il racconto di questo conflitto occupa anzi per intero tutta la seconda metà del poema virgiliano. Enea fonderà la città di Lavinio, che i Romani considereranno sempre la loro madrepatria, suo figlio Ascanio, trent’anni più tardi, il centro di Alba Longa; infine, dopo tre secoli circa, da una sacerdotessa discendente di Enea e dal dio Marte nasceranno i gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma.

Quali diverse versioni della morte dell’eroe si tramandano?
Le versioni sulla morte di Enea rispecchiano inevitabilmente quelle sulla sua vita. Quanti fanno di lui un traditore gli attribuiscono una fine oscura e senza gloria, immaginando ad esempio che fosse scivolato in un fiume durante i combattimenti seguiti al suo arrivo in Italia o, peggio ancora, che si fosse dato alla fuga e avesse fatto perdere le sue tracce. Altri dicevano invece che fosse scomparso nel corso di una tempesta di chiara origine soprannaturale: un elemento che ritorna spesso nelle biografie di personaggi del mito e che allude di norma alla divinizzazione dell’eroe, sottratto al mondo degli uomini e passato a una nuova forma di esistenza nel mondo divino. Virgilio non si esprime al riguardo, ma in un paio di occasioni nel corso del poema dice che Enea è “destinato al cielo”, anche se le forme di questo transito dalla vita all’immortalità non vengono chiarite. Per un altro grande poeta latino, Ovidio, è sua madre Venere che trasfigura il corpo di Enea, ripulendolo dalle scorie mortali e trasferendolo in cielo.

Quale fortuna ha avuto il mito di Enea nelle epoche successive?
Questo sarebbe l’argomento di un libro che non è ancora stato scritto. Procedendo anche qui per scorci rapidi, per una parte della cultura medievale Enea è il «giusto figliuol d’Anchise» di cui parla Dante, la cui missione è stata voluta da Dio per fondare l’impero di Roma e dare così origine al contesto nel quale sarebbe nato il salvatore: non dimentichiamo che Augusto, l’imperatore regnante al momento dell’incarnazione del Cristo, era un discendente di Enea. Inoltre, il ruolo dell’eroe come capostipite dei Romani ha fatto da modello per i miti delle origini di altri popoli europei, come i Franchi o i Britanni, o di famiglie regnanti come gli Estensi o gli Asburgo: in tutti questi casi furono elaborati racconti che li connettevano a questo o quell’antenato troiano, in modo da attribuire loro una nobiltà analoga, se non superiore, a quella dei Romani. In tempi più vicini a noi, peraltro, la vicenda di Enea non è affatto scomparsa dal discorso pubblico: in molte riletture contemporanee, ad esempio, l’eroe troiano è diventato la controfigura del profugo, del migrante, dell’uomo che fugge da una guerra alla ricerca di migliori condizioni di vita per sé e per i suoi e a questo scopo deve affrontare non solo un duro viaggio per mare, ma anche la resistenza di quanti vorrebbero ricacciarlo indietro e si rifiutano di dargli accoglienza. Ancora una volta, la cultura occidentale ricorre alle figure del mito antico per esprimere e mettere a fuoco le grandi questioni che attraversano la sua storia.

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