Dott.ssa Paola Tonussi, Lei è autrice della biografia di Emily Brontë, edita da Salerno. Al di là dal mito letterario costruito dopo la sua morte, chi era davvero Emily Brontë?
Emily Brontë, Paola TonussiEmily Brontë è stata prima una bambina dalla sensibilità acuta, toccata precocemente dalla perdita della madre Maria e soprattutto delle due sorelle più grandi. In particolare Emily era molto legata alla maggiore, Maria.

È diventata quindi un’adolescente e giovane donna silenziosa e forte, amante della solitudine e degli animali, innamorata del paesaggio selvaggio dei moors dietro casa: là ha imparato presto a vagare da bambina, accompagnata da fratelli, e più tardi ad andarci da sola, con ogni tempo e in ogni stagione dell’anno.

Dalle camminate sulla brughiera Emily tornava a casa come da un altro mondo, spesso con qualche animale ferito sotto il mantello, che curava alla canonica e poi liberava.

Da un punto di vista letterario, il paesaggio che circondava la sua casa ha preso a fondersi, mano a mano che Emily cresceva, con il proprio paesaggio interiore, in una commistione straordinaria tra realtà vissuta, osservata, e dimensione di sogno: sia in Wuthering Heights sia nei versi, e prima ancora nella saga immaginaria di Gondal inventata con la sorella minore Anne, i personaggi sono l’ambiente in cui vivono, sono figli diretti di quel paesaggio, ne assumono caratteristiche morali che derivano da quelle fisiche. Così Heathcliff, ad esempio, è “un arido deserto”, è “duro come basalto”, Catherine è “una pianticella maligna”.

Emily ha imparato a strappare racconto da quanto vedeva intorno a sé sulla brughiera: dall’erica che era il suo fiore preferito, dal vento, le nuvole e i ruscelli e – vorrei ripeterlo perché non lo si sottolinea mai abbastanza – anche moltissimo dagli animali di brughiera. In effetti la metafora animale applicata ai personaggi è molto presente nelle sue pagine e nelle liriche.

Nell’ultima parte della sua vita Emily ‘assesta’ per così dire, ‘stabilizza’ e afferma apertamente in casa tutte le qualità che le erano proprie: la forza d’animo, ma anche la forza fisica, il coraggio, la fierezza. Di pari passo, la sua solitudine si fa più ampia. Da un certo punto in avanti non lascia più la canonica, decide di badare alla conduzione familiare e, soprattutto, scrive: il romanzo e molte liriche splendide.

La vera Emily è infine, sì, l’autrice di un romanzo “terribile” (la definizione è di Charlotte) come Wuthering Heitghs, ma è anche colei che cucina il pane e i dolci in casa e sostiene moralmente tutti i fratelli, che in momenti diversi lasciano la canonica per lavoro.

È la giovane che assiste il padre Patrick quando lui si ammala agli occhi e diventa quasi cieco, tiene per lui la corrispondenza, gli legge giornali e libri, ma è anche l’amante degli animali, che tiene in stuolo alla canonica – il suo ferocissimo Keeper, mezzo mastino mezzo bulldog, delle oche e svariati scoiattoli ritrovati feriti sulle colline o il falco merlino, Nero. Il rapporto con Nero è così forte che Emily gli dedica una tra le sue liriche più struggenti, “Come me solo”, unendo i loro destini nella speranza di una futura libertà per entrambi – un volo comune che coincide però con la morte:

E come me solo completamente solo
vede del giorno il lungo risplendere
e come me effonde il suo lamento
in inesausto dolore
rivolgo alle colline la nostra uguale preghiera
alle colline ventose della terra e al mare azzurro del cielo
Non chiedo nient’altro quaggiù
che il mio cuore e la libertà
[…] Domani entrambi ci slanceremo in volo
eternamente interamente liberi

Questa è la passione che Emily rivolgeva al mondo naturale e ai suoi abitanti.

Emily Brontë è infine la stoica che conclude la sua vita con fermezza e coraggio abissali, rifiutando ogni cura, non concedendo alla morte che un involucro mentre custodisce selvaggiamente il proprio spirito, incrollabile fino alla fine. Charlotte non poteva definirla meglio: “Più forte di un uomo, più semplice di un bambino”.

Che intreccio esiste tra vicenda biografica e l’opera letteraria di Emily?
L‘intreccio tra biografia e opera in quest’autrice è sottile: Emily non ha mai conosciuto Heathcliff o un amore reale, come invece è successo a Charlotte, a Branwell e, in parte almeno, anche ad Anne. Ha fatto – però – anche di più: l’ha inventato. Ha espresso con Catherine e Heathcliff pulsioni e desideri eterni nell’essere umano, ha dato loro un volto e una voce che viene con il soffio del vento nella notte o nella tempesta. Ha reso l’orizzonte materia narrativa e l’orizzonte è imprendibile, per definizione. Perciò il suo romanzo è unico: senza uguali né paragoni.

Se proprio vogliamo parlare di intreccio biografico preferirei parlare di biografia come letture, come modelli letterari: Byron – e quindi i suoi eroi – erano una vera passione per Emily e i fratelli, o Shelley e Milton, o ancora Walter Scott, gli autori che lei amava e leggeva con tale impeto d’immedesimazione da non distinguerli quasi più dal mondo reale.

Qualcosa degli eroi byroniani e del fratello Branwell è entrato in Heathcliff quando, dopo una serie di tentativi falliti e un amore impossibile, Branwell ha iniziato a ubriacarsi e ad assumere l’oppio, a tornare a casa a tarda notte imprecando e maledicendo il mondo, la donna che lo aveva fatto impazzire, il destino che li aveva separati.

Ma credo che ricercare a tutti i costi gli “indizi terrestri” in un’opera non sia sempre adeguato, tanto più che di ‘fatti’ reali nella vita di Emily Brontë non ce ne sono stati poi tantissimi, e spesso il biografo deve inseguire la sua figura come un fuggitivo e non reperisce che orme, tracce labili. C’è un punto in cui, con un autore che si ama molto com’è il mio caso per Emily Brontë, in cui bisogna fermarsi e lasciare il mistero dov’è, non agitare più domande ma arrendersi al silenzio.

L’esperienza concreta di Emily è parca, la sua vera vita era la fantasia, quello sì era il suo amore, “vieni, mio amore incantato” la invoca in una lirica. Altrove chiama l’immaginazione “il mio Dio delle visioni”: nel romanzo entra tutta la sua capacità visionaria, la sua passione, il suo amore infinito per la brughiera. La natura era per lei la vera madre di ogni uomo e il suo romanzo “sa di erica”, è una creatura della brughiera. Anche da piccoli Catherine e Heathcliff vogliono fuggire sulla brughiera e alla brughiera, alla terra madre, alla fine faranno ritorno. E solo allora sono in pace.

Quali vicende segnarono la vita di Emily Brontë?
Come dicevo la morte della madre e forse, anche di più – Emily all’epoca era più grande e quindi più in grado di capire e soffrire – la morte delle sorelle Maria ed Elizabeth. La prima in particolare i fratelli la chiamavano “la piccola mamma’, perché dopo la scomparsa della madre si era amorevolmente presa cura dei più piccoli: giocava con loro, li accompagnava sulle colline, leggeva loro storie. Per Emily è stato il primo vero incontro con la morte. Charlotte le ha reso un commosso tributo nel personaggio di Helen Burns, in Jane Eyre.

Poi i suoi due – brevi – periodi scolastici: il primo alla Scuola per Figlie di curati poveri di Cowan Bridge, a quasi sei anni, l’altro alla Scuola di Miss Wooler a Roe Head, sedicenne e con Charlotte. Roe Head era più una casa privata che una scuola, ma entrambi i tentativi si rivelarono un disastro: la nostalgia di casa, della brughiera e della libertà la costrinsero a tornare a casa. Emily non resisteva fuori Haworth, un poco alla volta questo fu evidente alla famiglia.

Al ritorno da Cowan Bridge, però, la bambina trova in casa la domestica Tabitha Aycroyd, che in casa avrebbero chiamato affettuosamente Tabby: sarà la sua compagna più fedele, quasi una seconda madre, il trait-d’union tra lei e il villaggio. Tabby regala infatti a lei e agli altri bambini affetto spontaneo e racconta il folklore, le leggende della brughiera e del villaggio, che in futuro Emily immetterà nel romanzo.

La sua unica esperienza d’insegnamento durata pochi mesi fu un altro naufragio della serenità, per cui su istanza di Charlotte Emily venne richiamata a casa dal padre e dalla zia, che temevano potesse ammalarsi di nuovo. Con ciò il suo rapporto con l’esterno era quasi terminato: per accondiscendere al desiderio di Charlotte di completare la loro istruzione (il progetto era aprire una scuola loro alla canonica), Emily la seguì a Bruxelles per imparare francese e tedesco.

A Bruxelles lavorò sodo e si applicò con costanza, ma fu felice solo quando poté tornare in Inghilterra. A richiamare entrambe sopravvenne la morte della zia: Emily allora non si fece smuovere: aveva deciso di restare a casa. E questa volta per sempre. Avrebbe affiancato Tabby nei lavori domestici ma non intendeva lasciare mai più Haworth e casa sua.

Che rapporto esisteva tra le sorelle Brontë?
Tra loro esisteva un rapporto strettissimo, quasi simbiotico, pur nelle differenze di carattere. D’altronde una biografia non è solo storia di un destino individuale, ma è anche cronaca di voci, suoni e linguaggi vicini, consonanze e dissonanze.

Emily è stata un poco il ‘perno’ della famiglia, intorno al quale hanno ruotato, alternativamente, i fratelli. Da piccola pareva infatti più legata a Charlotte, per vicinanza di età e perché dopo la morte di Maria ed Elizabeth Charlotte – rimasta la più grande – si era legata molto a lei.

Tuttavia, con l’andare del tempo Charlotte si avvicinò a Branwell – veementi e volubili entrambi – mentre Emily si sentiva più attratta dalla pacifica bontà della minore Anne. Le due si somigliavano di più: nella timidezza e l’amore del silenzio, Anne per delicatezza, Emily per riserbo. Quando venne a stare qualche giorno con loro alla canonica, l’amica di Charlotte Ellen le vide come “due gemelle”, “due statue unite della forza e dell’umiltà”.

Si vennero formando così due coppie: Charlotte e Branwell inventarono la saga di Angria, Emily ed Anne la saga di Gondal. I fratelli lavoravano insieme: le trame degli uni erano note agli altri e in nuce, se vogliamo, ci si trovavano temi e personaggi che i ragazzi avrebbero elaborato nei lavori adulti. Le due saghe mostrano infatti la diversità di indole, aspettative, visione del mondo e futuri sviluppi letterari: mentre Angria è ambientata al sole cocente dell’Africa e vede un susseguirsi di battaglie sanguinarie e intrecci politici e amorosi di corte, Gondal è ambientata in un paese nordico molto simile allo Yorkshire di casa o alla Scozia, e tratteggia personaggi che si sarebbero potuti incontrare in un romanzo di Walter Scott o al villaggio di Haworth. Sin da subito ha, in sostanza, quella visione realista che Emily regalerà al romanzo e ai suoi personaggi, e che ne costituisce una delle innovazioni più ardite, come l’inserimento del dialetto o la descrizione di crudezze che non avrebbero trovato collocazione in romanzi coevi.

In che modo Emily Brontë, con la sua umanità, parla ai nostri giorni?
Emily Brontë parla ai nostri giorni e a distanza di secoli continuerà a farlo perché la sua opera e i suoi personaggi, la sua stessa vita sussurrano al nostro orecchio di uomini e donne contemporanei paure, desideri, aspirazioni di felicità che sono sempre gli stessi, dall’antichità a oggi, da Omero e Saffo fino a noi. Scrivendo, leggendo, amando la natura, amando gli animali, Emily ha cercato di riempire il vuoto e la paura del caos con i suoi sogni, e ha fatto di tutto per cercare di rendere la luce di quei sogni un poco più stabile, un poco più durevole.

È significativo in questo senso che, al contrario di Charlotte, la quale scrive un ‘addio’ formale alla saga infantile – e quindi anche a tutto il patrimonio comune d’invenzione – Emily non abbandoni mai Gondal. Anne chiaramente non ne sarà più così entusiasta – lo sappiamo da uno dei fogli di compleanno che le due ragazze scrivevano insieme – ma Emily no, Emily porta avanti quel suo mondo fantastico di eroi fino alla fine.

Emily Brontë è una giovane donna di grande modernità: per tutta la vita lei non solo insegue caparbia i propri sogni, ma ambisce ad affermare se stessa, ad essere se stessa in una visione del femminile deviante rispetto all’atteggiamento vittoriano verso bambine e fanciulle, ancora di più nel caso della figlia di un curato.

Ma qui abbiamo di fronte una ragazza che si metteva stivali e mantello e vagava per le colline come i pastori, andava a recuperare il fratello ubriaco alla taverna vicino casa, aveva imparato dal padre a sparare al bersaglio, non badava molto ai suoi abiti (per cui a scuola la prendevano in giro) né a tenere molto in ordine i capelli, che ricadevano scomposti come veniva sulle spalle. Insomma era l’opposto della convenzionale damina vittoriana consegnataci dalla tradizione, e anche per questo il suo romanzo sembra scritto ieri: tempestoso è l’aggettivo che lo descrive. Tempestoso è il luogo in cui è ambientato, tempestoso era il paesaggio interiore di Emily Brontë.

Emily Brontë è infine moderna nella sua lingua concisa e stringata, una lingua inventata da lei per esprimere proprio quel mondo interiore, una scrittura che si evolve in metafore continue e in osmosi permanente tra paesaggio e natura, invenzione, anima.

Paola Tonussi si occupa di letteratura inglese e americana dell’Ottocento e Novecento. È membro della Brontë Society e contribuisce a «Brontë Studies», rivista internazionale di studi brontëani.

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