“Elsa Morante. Mito e letteratura” a cura di Lucia Dell’Aia

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Dott.ssa Lucia Dell’Aia, Lei ha curato l’edizione del libro Elsa Morante. Mito e letteratura pubblicato da Ledizioni: quale importanza riveste il mito nell’esperienza complessiva di scrittura di Elsa Morante?
Elsa Morante. Mito e letteratura, Lucia Dell'AiaTalvolta sotto la veste della fiaba o della leggenda o dell’epopea, il mito riveste nella narrazione morantiana una fondamentale importanza. Se diamo al termine mythos l’accezione generale di nucleo narrativo soggetto ad una continua variazione, la scrittura di Morante nasce da una simile ispirazione originaria genealogica. Lei stessa ha parlato in un suo saggio del 1950, I personaggi, sulla natura di questi rispetto al loro rapporto con la realtà, di tre modelli originari: Achille, il Greco dell’età felice (a cui la realtà appare sotto una veste naturale, vivace e spontanea); don Chisciotte (che non è soddisfatto della realtà che lo circonda e quindi si rifugia nella finzione); Amleto (a cui pure la realtà ispira ripugnanza, ma non trovando salvezza nemmeno nella finzione, sceglie di non essere). Partendo da questi archetipi, secondo la scrittrice, ogni personaggio romanzesco è un ibrido, ovvero una combinazione, un innesto o una variazione di questi tre tipi di atteggiamenti umani. Tale tensione narrativa mitica è volta nella pratica della scrittura e nelle intenzioni dell’autrice a scoprire, con i mezzi della finzione, la varietà contraddittoria e complessa del reale. Il termine finzione, pertanto, nell’accezione di qualcosa che si modella, che si plasma, a partire da un nucleo originario, è quanto di più vicino ci sia in Elsa Morante all’idea di mito, così come sto cercando di definirlo nella sua scrittura. È evidente, però che se si parla per Morante di mito e di finzione nell’accezione della combinazione e della variazione, siamo lontanissimi dal gioco dell’arte combinatoria così come lo conosciamo in Queneau o in Calvino. L’idea di gioco e di scherzo è anche ripresa esplicitamente nella terminologia poetica morantiana, ma per alludere a quanto da sempre il poeta ha fatto nella scrittura che instaura un dialogo con la natura profonda delle cose, da Omero che si lasciava ispirare dalla Musa Calliope fino a San Francesco che sapeva interpretare il canto degli uccelli. È il poeta che costruisce la realtà con le sue parole e, come ella scrive nel risvolto di sovraccoperta dell’edizione del 1963 dello Scialle andaluso, «si può scoprire curiosamente che, mentre si credeva ancora ignorante del proprio destino umano, lui [il poeta], fino dai primi scritti, ne andava già raccontando tutta la storia». Al poeta è quindi riservato tale singolare destino: «Credeva di correre per una regione fantastica; e invece esplorava l’unica e originale realtà: dove il passato e il futuro sono contemporanei e ogni evento è naturale». Credo che se si parla di mito in Elsa Morante a dover essere presa in esame sia questa compresenza, nella sua scrittura, di ispirazione, di concentrazione temporale di passato e di futuro e di senso profondo della varietà contraddittoria del reale. I miei studi sul mito in Elsa Morante procedono da diversi anni e sono il frutto di progressive acquisizioni: l’idea, nata in seno al Gruppo di studio Harpocrates, di dedicare a questo tema prima un convegno e poi un volume nasce dal bisogno di confrontarsi con altri studiosi su un tema tanto importante e dall’incontro è nato un universo mosso di interpretazioni.

Quale funzione svolge l’uso morantiano di «simboli narrativi» nell’ambito della finzione poetica?
A parlare di «simboli narrativi» in relazione alla finzione poetica degli scrittori è la stessa Morante in un saggio importantissimo del 1959, intitolato Sul romanzo. L’enorme rilevanza di questo scritto, nonostante sia molto citato, è a mio avviso ancora tutta da ripensare e non soltanto in relazione alle creazioni morantiane, ma in generale rispetto ad una riflessione sul significato più profondo della scrittura, dato che assai interessanti risultano le sue interpretazioni dei grandi classici della letteratura mondiale. Per lei ogni poeta, intendendo per poeta anche i grandi romanzieri, ha una idea del mondo che si organizza in una originale e bella architettura artistica in grado di restituire attraverso la finzione una verità reale sotto forma di simboli narrativi. Il poeta è sempre un intellettuale, un uomo che esercita con sensibilità e con intelligenza le sue risorse interiori e psicologiche per donare all’umanità un simbolo narrativo che nasconde una verità universale. Per tale ragione, Dante che fa uso della finzione del viaggio oltremondano e che scrive di esseri incorporei non è meno realista di Verga che proietta il suo sentimento dell’esistenza sui Malavoglia, suoi simboli narrativi. La bellezza porta dentro di sé un’opera di pensiero e per tale ragione ella rifiuta l’idea che la finzione e l’immaginazione esercitate dai poeti abbiano a che fare con l’evasione dalla realtà. Anzi, per lei opere di evasione, di non-realismo e di non-impegno, sono solo quelle brutte, non riuscite, come lo sono alcuni prodotti del cosiddetto realismo socialista o del neo-realismo. Pur essendo una grande opera sempre la proiezione psicologica di un autore grazie ai simboli narrativi da lui creati, Morante riconosce, come nella grande lezione dell’amatissima Simone Weil, che le pagine più belle sono sempre quelle nelle quali la presenza dell’autore si avverte meno, quasi che ciò che è rappresentato si esprima da sé, come se fosse una proprietà delle cose stesse. In questa bellezza impersonale la ragione si confonde con la grazia producendo dei capolavori di pura rappresentazione. Come aveva intuito con estrema acutezza Giorgio Agamben in una lettera all’autrice del 1° ottobre 1974, all’indomani dell’uscita del romanzo La Storia, ogni obiezione rispetto alla realtà e all’autenticità dei personaggi di questo romanzo risultava stolta, dato che ciò che egli riconosceva di “unico” e di “miracoloso” era che «in esso è stata compiuta una discesa nel mondo delle creature, di cui non c’è esempio nella letteratura di questo secolo».

Di quali tradizioni e figure mitologiche si serve maggiormente la Morante?
Se si consulta la biblioteca personale della scrittrice, i cui volumi sono oggi conservati alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, insieme ai suoi manoscritti e a molti suoi oggetti e mobili, gli interessi di Morante per le narrazioni mitiche antiche, anche delle culture orientali e amerindie, sono ampiamente documentati. A questo suo interesse va anche aggiunta la passione per gli scritti di Simone Weil nei quali la scrittrice ha trovato una prospettiva originalissima di interpretazione comparata dei miti e delle figure del Nuovo Testamento che spaziava dalle fonti antiche greche fino a quelle sanscrite. Grande estimatrice delle tradizioni e dei culti popolari che conservano memoria di antichi miti, Morante mescola nei suoi scritti sia la tradizione culturale del mito che si condensa nella fiaba, nella leggenda, nei rituali popolari che quella giunta fino a noi per il tramite delle fonti letterarie, filosofiche e pittoriche. Tali miti emergono come memoria ancestrale dei comportamenti umani dei suoi personaggi, i quali sono sempre immaginari, ma per lei profondamente vivi, proprio perché antichi e contemporanei insieme. Nel volume da me curato, ad esempio, emergono soprattutto come oggetto di studio le figure mitiche del materno, in tutte le sue forme, il mito antico dell’Arcadia, il mito del paradiso perduto, il mito di Kronos e di Gea. Moltissime altre suggestioni mitiche si possono ricordare, se pensiamo anche alla esplicita riscrittura del mito di Edipo e di Antigone contenuta nel Mondo salvato dai ragazzini o se pensiamo al riferimento al mito di Ulisse evocato, sia pure anche qui in chiave parodica, nel viaggio di Manuel in Aracoeli, definito dalla stessa una sorta di finto Ulisse di terra. Il termine parodia, infatti, designa un concetto chiave del lessico morantiano rispetto al ritorno delle figure del mito nella sua scrittura. Fra i miti fondativi della sua ispirazione vi sono senz’altro quello del puer, a cui ho avuto modo di dedicare un volume alcuni anni fa, e quello di Narciso, in riferimento ai tanti amori infelici e non corrisposti posti sotto il segno della Venere morantiana, da noi evocata nella copertina del volume grazie ad un misterioso e incantevole dipinto di Monica Ferrando. In tale universo di suggestioni non bisogna dimenticare, infine, lo stretto legame di queste figure create dall’autrice, memori del mito, con l’universo naturale: si pensi soprattutto al mito lunare celato al fondo del personaggio di Anna in Menzogna e sortilegio e a quello delle stelle nascosto dietro la Costellazione del Cugino, sempre nello stesso romanzo, oltre che dietro il personaggio di Arturo il cui nome evoca anche una stella.

Quale interpretazione è possibile fornire della scelta realistica e insieme mitica delle creazioni della grande scrittrice?
Per comprendere l’idea di realismo di Elsa Morante e lo stretto legame che esso intrattiene con il mito si deve sempre rammentare la sua critica dissacrante dell’identificazione del realismo in letteratura con la descrizione maniacale dei particolari che trasforma lo sguardo umano in un dispositivo ottico, come ad esempio, a suo avviso, aveva fatto la cosiddetta école du regard. D’altra parte, per lei, anche certe forme di neorealismo rappresentano questa deriva, come ha modo di riflettere in una recensione cinematografica del 1950 nella quale, interrogando i diversi generi di film che può toccare in sorte di analizzare, definisce ironicamente il genere neorealista fra quelli in cui «fin l’ultimo dente tremolante del nonno ubriacone non viene risparmiato dalla macchina da presa. La quale ce lo descrive ingigantito, in tutte le sue cavità misere e dolenti, convinta con ciò di svelarvi la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità». Da grande estimatrice di Verga e, fra i suoi contemporanei, di Luchino Visconti, Elsa Morante identifica il realismo con la capacità intellettuale e poetica insieme di restituire una visione unitaria dell’uomo. Per tale ragione, come scrive nel saggio del 1957 Il poeta di tutta la vita, dedicato a Umberto Saba, il poeta è colui che, come i personaggi dei miti, delle favole e dei misteri, «deve attraversare la prova della realtà e dell’angoscia, fino alla limpidezza della parola che lo libera, e libera anche il mondo dai suoi mostri irreali». Sempre nello stesso scritto, ella afferma che La Divina Commedia o Il flauto magico di Mozart o La Recherche di Proust o il Canzoniere di Saba sono da considerarsi dei poemi epici e lirici della sorte umana. I grandi poeti, infatti, a suo avviso, come avviene nei versi di Saba intitolati Canto a tre voci, si esprimono con le varie voci che dialogano dentro di loro: quella della simpatia per la realtà, che è la sostanza di ogni scrittura; quella della solitudine della mente, che si nutre di sé stessa; quella della ispirazione poetica che, «allo specchio, come Narciso, crede forse d’innamorarsi di sé, mentre poi ama, in se stessa, i colori e il fuoco delle diverse vite, che in lei vengono a riflettersi, e che si rendono, attraverso di lei, pure luci». Anche Elsa Morante, come nella più grande tradizione poetica realistica, è il poeta di tutta la vita, cioè quella voce che riesce a cantare la vicenda umana tutta intera perché le creature che immagina sono delle stratificazioni mitiche in cui si incarnano le vicende della storia dell’uomo da tempo immemorabile.

Lucia Dell’Aia è abilitata alle funzioni di professore associato di Letteratura Italiana. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Italianistica presso l’Università di Bari, dove è stata assegnista e docente a contratto. Fa parte del gruppo di ricerca internazionale “Harpocrates” e del comitato editoriale della rivista “Enthymema”. Ha studiato questioni relative ai generi letterari, alla ricerca delle fonti, al rapporto fra mito e letteratura e ha pubblicato vari saggi, curatele e volumi su Morante, Ariosto e Agamben.

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