Elogio della città? Dal luogo delle paure alla comunità della gioia, Giovanni Maria FlickProf. Giovanni Maria Flick, Lei è autore del libro Elogio della città? Dal luogo delle paure alla comunità della gioia edito dalle Paoline: quale ruolo assume la città nello svolgersi della personalità e nell’educazione ai valori costituzionali?
La città svolge un ruolo fondamentale perché, come dice l’articolo 2 della Costituzione, “nelle formazioni sociali si svolge la personalità dell’uomo” e la città è la formazione sociale, a mio avviso, per eccellenza. La città non può essere intesa solo come una realtà di tipo giuridico, un’espressione della ripartizione dei poteri tra un centro e una serie di autonomie locali. È prima di tutto un luogo ove le persone si radunano, vivono, convivono, trovano la sicurezza, soddisfano i loro bisogni essenziali e sviluppano, come dice la Costituzione, la loro personalità. Quindi la città è fondamentale per l’educazione ai valori costituzionali. Aggiungo che questi valori costituzionali sono i valori che nascono dal personalismo sociale, cioè dal fatto l’uomo e la donna sono entità che vivono nella solidarietà in quanto vivono nel rapporto con gli altri e non come monadi isolate.

A differenza dei Suoi ultimi libri – Elogio della dignità (2015), Elogio del patrimonio (2016), Elogio della Costituzione (2018) – il titolo di questo nuovo libro contiene un punto interrogativo: per quale ragione?
Quando ho scritto l’Elogio della dignità, l’Elogio del patrimonio – patrimonio nel senso artistico, culturale, storico e ambientale – e soprattutto l’Elogio della Costituzione, ero convinto della validità, dell’importanza e del significato totalmente positivo di tutti quei concetti: il concetto di dignità; il concetto del rapporto tra cultura, memoria, passato – il nostro passato, con i suoi aspetti belli e i suoi aspetti negativi, e il progetto del nostro futuro; e la Costituzione, come fondamento del nostro vivere insieme, e “manuale di convivenza” soprattutto nelle formazioni sociali. Basti pensare che si calcola che, nel 2050, l’80 per cento delle persone vivranno nelle città: le campagne saranno delle realtà isolate, coltivate con le monocolture, non dico abbandonate, ma certamente la vita si svolgerà soprattutto nelle città.

Quei concetti sono tutti concetti con certezza positivi e non presentano profili dubbi o negativi nella loro sostanza. La città presenta invece anche tanti profili interrogativi e negativi: si pensi solo al discorso della ‘città della paura’ e al suo rapporto con la ‘città della gioia’ o la ‘città della sicurezza’. Non è detto che riusciremo ad arrivare a quest’ultimo traguardo: il rischio è che continuiamo a vivere in una città della paura, delle tante paure, e della conflittualità. In questo caso il punto interrogativo si spiega con la perplessità di rivolgere un elogio a una realtà che presenta tanti aspetti di ambiguità e di contraddizione. Cito fra tutti l’esempio di Gerusalemme tratto dalla Bibbia: la città celeste, il paradiso ma nello stesso tempo la città fustigata dai profeti perché luogo di corruzione, luogo di commistione tra traffici strani fra il tempio e il trono, luogo in cui non si rende giustizia alla vedova e all’orfano, allo straniero.

Questo discorso mi pare trovi un collegamento immediato con la necessità di valorizzare nella città gli aspetti positivi. Torno a Gerusalemme: è la città per eccellenza, la città nella quale il venerdì il muezzin chiama alla moschea i fedeli; il sabato nella sinagoga si chiamano altri fedeli; la domenica altri fedeli ancora vengono svegliati dal suono delle campane. Tutte realtà diverse e tutte realtà di pace che il lunedì si scontrano col fatto che la gente ricomincia a spararsi addosso. Questo vuol dire una situazione di contraddizione o quantomeno di complessità e di ambiguità che giustifica la perplessità sul futuro della città se non sapremo mettere l’uomo, la persona, al centro di quest’ultima.

La riflessione sulla centralità della città nella vita democratica richiama la lezione di Giorgio La Pira: in che modo il suo pensiero può essere ancora attuale?
Questo discorso si ricollega ad un altro tipo di interrogativo: è ancora attuale la Costituzione? Assistiamo a una serie di iniziative, di tentativi per rimuovere, per demolire, per modificare la Costituzione che viene giudicata del tutto inadatta ai tempi profondamente cambiati rispetto a quelli in cui essa venne promulgata ed elaborata. Io credo che sia fondamentale partire da una premessa: i valori che la Costituzione sviluppa e coltiva; i diritti e i doveri che la Costituzione fa derivare per tutti e per ciascuno di noi; l’impianto, l’organizzazione della cosa pubblica, della realtà della città, che da questi valori derivano; l’impianto dello Stato, della società, che la Costituzione delinea: sono più che mai attuali. Si tratterà di adeguarli; di tener conto del tempo passato rispetto al 1946-48 quando la Costituzione venne varata, ma la sostanza è sempre quella: l’eguaglianza, la libertà, la solidarietà, la pari dignità sociale, la laicità, il ripudio della guerra – come lo definisce la Costituzione – sono tutti valori che oggi valgono più che mai e che ci hanno assicurato, in un modo o nell’altro, settant’anni di ragionevole serenità e progresso.

Il problema è un altro: viene attuata la Costituzione? Io credo che c’è molto da fare per poterla attuare completamente, a cominciare dalla pari dignità sociale. Basterebbe pensare che oggi tre emblemi tipici della diversità, intesa come sopraffazione, come posizione non alla pari, sono quello della donna – al fondo della lotta della donna c’è il femminicidio: ‘non sei mia, non sarai di nessuno’; quello dell’ebreo e dell’antisemitismo che nasce dall’odio e rivive in un modo sconcertante, che fa paura, attraverso varie forme, l’ultima delle quali è il negazionismo; quello del migrante. Recentemente, nel nostro Paese, i provvedimenti in questa materia sono stati intitolati alla sicurezza e alla migrazione, quasi etichettando l’immigrazione come fattore di insicurezza per definizione: il che mi pare non corrisponda assolutamente alla realtà. Ci siamo dimenticati che quando anche noi eravamo migranti economici (nel 1947) riconoscemmo nella Costituzione il diritto all’accoglienza. In questo contesto, il discorso di La Pira, il discorso dell’umanesimo integrale, il discorso di Maritain e poi di tutta la filosofia del solidarismo sociale, è quello di rimettere al centro la persona. C’è voluta una sciagura come la seconda guerra mondiale con le armi di distruzione di massa, col genocidio, con il coinvolgimento delle popolazioni civili per farci capire che occorreva rimettere al centro la persona. La persona va anche rimessa al centro della città.

Io ho voluto dedicare una certa attenzione al percorso storico della città nella Bibbia perché la Bibbia da questo punto di vista ci insegna moltissimo. La prima città, Enoch, è la città della violenza però anche della sicurezza. La seconda città, Babele, è la città della presunzione: “facciamo una torre che arriva in cielo” e la punizione è la confusione delle lingue; a causa di essa siamo costretti disperderci e ad andare in giro per il mondo, il che è un vantaggio perché diffondiamo la cultura e la diversità. La terza città è Sodoma, la città in cui ci si approfitta in vari modi dello straniero e del diverso. Le altre città sono le città del profitto, del vitello d’oro (oggi sostituito dall’algoritmo d’oro); fino ad arrivare a Gerusalemme, che da un lato è la prostituta, dall’altro è la città di Dio. Occorre trovare un punto di equilibrio; se io vado a ripercorrere il percorso anche delle città successive, delle città storiche, per esempio nel nostro Paese, anche in esso trovo alcune osservazioni estremamente importanti. Cito ad esempio quelle del cardinal Martini, come pastore di una città molto complicata, il quale parla della ‘paura’ che può provocare la città nella sua disumanità; nel suo andare avanti comunque, senza tener conto di tutte le varie realtà; nella necessità di recuperare la centralità della persona, del rapporto tra le persone, per rendere la città umana; perché sia la città a misura d’uomo e non l’uomo a misura di città.

Aggiungo un’ultima nota: la città è il luogo della democrazia perché è il luogo dell’incontro. Personalmente fino a quando non mi verrà spiegato chi è che dirige la democrazia diretta e dove si dirige la democrazia diretta, preferisco tenermi attaccato alla democrazia rappresentativa con tutti i suoi limiti e con tutti i vizi, come ci ricorda Churchill quando dice che la democrazia è il peggior sistema di governo tranne tutti quelli che l’hanno preceduto. Preferisco valorizzare al massimo, nella democrazia rappresentativa, la partecipazione di tutti e di ciascuno alla gestione della città.

Come possono integrarsi tutela del patrimonio storico e tutela dei diritti inviolabili dell’uomo?
Una delle occasioni che hanno stimolato questa riflessione, dopo le altre che avevo proposto con le precedenti testimonianze, è stata un doppio fatto di cronaca: nell’aprile scorso è bruciata la guglia di Notre Dame a Parigi e il mondo si è commosso; ha avuto una partecipazione emotiva notevolissima, con un’enorme spettacolarizzazione dell’incendio; ha promesso contributi e partecipazione per la ricostruzione (anche se poi pare non siano arrivati..). Tutti ne hanno parlato, tutti sono rimasti colpiti.

Circa una settimana dopo, vicino a Foggia, è bruciata una baraccopoli abusiva nella quale ha perso la vita un migrante i cui resti sono stati ritrovati la mattina dopo; nessuno si è commosso o ne ha parlato. Per i migranti con i barconi è difficile anche trovare un cimitero, quando annegano. Ecco, io credo che la città debba riuscire a mettere d’accordo queste due dimensioni: la protezione della vita e quella del patrimonio artistico, quindi del progetto ambientale, del progetto del nostro futuro, che la nostra Costituzione individua molto bene nell’articolo 9. Chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo e quindi il ricordo del passato per i suoi aspetti positivi come nei suoi aspetti negativi è fondamentale per progettare il nostro futuro attraverso una cultura che apprezzi l’uno e l’altro.

Occorre mettere d’accordo le due esigenze e dimensioni in questa prospettiva: non ne farei un rapporto gerarchico, ma viene prima della prospettiva dell’articolo 9 quella dell’articolo 2 della Costituzione, che garantisce i diritti inviolabili della persona insieme ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Diritti e doveri sono due aspetti della medesima realtà; quindi mi sembra che la ricerca delle premesse della nostra identità attraverso il passato e il progetto del futuro, lo sviluppo di quelle premesse, non possano prescindere dal riconoscimento dell’attuazione dei diritti fondamentali. Chi muore non è in grado di apprezzare più né le bellezze artistiche né le bellezze paesistiche e ambientali.

Quale modello di città è necessario pensare per le nuove generazioni?
Abbiamo varie prospettive. Il mondo sta discutendo le megalopoli di 40/50 milioni di abitanti. Noi in Italia stiamo lavorando al tema delle città metropolitane. Macro e micro. In entrambi i casi si tratta di prendere atto della necessità di concentrazioni e di modifiche che salvaguardino il passato. Si parla molto oggi di rigenerazione urbana cioè di far rivivere la città. Noi in Italia siamo in una condizione alquanto particolare nel senso che il nostro contesto urbano è rappresentato non da grandi città, più o meno collegate nell’ambito di una campagna; ma da un tessuto di piccole e medie città, ciascuna delle quali con una profonda identità, con una profonda storia, con profonde rivalità o connessioni con i propri vicini. Sono le cosiddette città storiche, che vanno evidentemente seguite, aiutate, valutate perché possano sopravvivere e perché offrano una dimensione particolarissima di aggregazione che è molto importante conservare.

Ora, la città come si conserva? Non musealizzandola e nemmeno traducendola in enclave dove i ricchi circondati dal filo spinato si difendono dai poveri che cercano di aggredire le loro oasi di benessere. La città storica non può diventare il ghetto delle persone che hanno una disponibilità economica particolare o al contrario il ghetto dei senza casa che vivono come possono vivere nei tuguri del centro storico degradato. Non può neppure diventare un museo ingessato per turisti frettolosi “mordi e fuggi”. Il problema è proprio questo: saper dare alla città una dimensione che tenga conto intanto della sua complessità. La città è l’esempio tipico di bene comune: quei beni cioè che sono di tutti al di là della loro etichetta e qualificazione giuridica, come il panorama, come l’aria, come l’acqua; e che sono necessari per realizzare i diritti di tutti.

La città è di tutti e tutti hanno un diritto alla città. Il che vuol dire che occorre tener presente la molteplicità degli aspetti e la complessità della città. Abbiamo problemi di violenza, di giustizia, problemi di cultura, di mobilità, problemi di alimentazione, di eliminazione dei rifiuti, di equilibrio ambientale e potremmo continuare. Abbiamo la possibilità, come è capitato in passato, di vedere soltanto alcuni aspetti della città; si deve invece riuscire a vederla nella sua complessità e nel suo insieme in quanto bene comune e, essendo un bene comune, in quanto diritto per tutti coloro che sono nella città e che in essa devono trovare la risposta alle loro istanze. È il famoso discorso di Calvino nel dialogo fantastico tra Marco Polo e il Gran Khan sulle città invisibili. Il problema è proprio questo: arrivare cioè a cogliere nella città la dimensione della sua memoria, del suo passato, della sua identità storica culturale da tradurre in quella attuale e del futuro.

Altrimenti la città muore. Può morire come Roma, che Argan diceva ha un gran pregio: degrada fortemente ma lo fa da secoli con dignità e con stile. Adesso però sta degradando senza né l’una, né l’altro. Basta pensare alle condizioni con cui si vive a Roma o ai problemi che Roma pone sotto moltissimi aspetti. Oppure la città può morire come rischia di morire Venezia, con i grandi transatlantici che passano a tre metri da San Marco per ragioni di profitto. Una città può morire o perché viene occupata militarmente, o perché viene abbandonata dai suoi abitanti, o perché vengono dimenticati il suo passato e la sua identità; questo rischio c’è fortemente di fronte a certe degenerazioni, a certe enfatizzazioni turistiche legate soltanto ad alcuni aspetti negativi della globalizzazione, o peggio al presentismo. Noi siamo abituati oggi a vivere soltanto nel presente: “Che mi importa del passato, non c’ero”; “che m’importa del futuro, non ci sarò”. E quindi si può dare fondo alle risorse, esasperare i nostri egoismi, le nostre conflittualità, il nostro vivere la virtualità del presente soltanto. Ecco, valorizzare e vivificare la città dovrebbe servire proprio ad affrontare e a impedire questo tipo di discorso.

Vedo con molto interesse, come tutti, la smart city per risolvere i problemi: cioè la città nella quale le risorse tecnologiche aiutano ad una vita migliore. Ma siamo poi sicuri che sarà veramente migliore? Oppure finiremo preda della tecnologia, la quale è madre e matrigna: la scienza, la tecnica possono essere madre e matrigna dei diritti perché prima li fanno nascere, poi li soffocano. Si pensi alle armi di distruzione di massa; ai temi del fine vita di fronte alla conservazione di essa a tutti i costi, in condizioni di gravissima menomazione e di intollerabile sofferenza. A questo punto, in questa situazione, il discorso della città e di tutti i suoi aspetti, da quelli storici a quelli culturali, a quelli del suo passato, a quelli del suo presente e del suo futuro – compresi gli sviluppi tecnologici che dovrebbero consentire di far fronte alle nuove esigenze tecniche e materiali della città – dovrebbero riuscire a consentire la realizzazione di un bene comune nel quale effettivamente tutti possano trovare una risposta alle loro domande, da quelle materiali a quelle più alte.

Mi fa paura l’idea di una smart city nella quale capacità finanziarie forti, operazioni finanziarie di rigenerazione su scala globale di profitto, monopoli della tecnologia come un tempo quelli del suolo, possano riproporre quello che diceva Marx nell’800 a proposito dei grandi boulevards francesi di Haussmann: ‘si faranno delle bellissime strade che restringeranno i tuguri dei poveri’. Lo stesso concetto lo esprimeva Villari in occasione della presentazione del primo piano regolatore di Napoli dopo l’Unità d’Italia. Da ciò la necessità, al posto di una legge urbanistica obsoleta come quella del 1942, di una “legge per la città” che tenga conto della sua realtà, della sua complessità, del suo rapporto con la persona; che aiuti a realizzare una città a misura d’uomo, anziché un uomo a misura id città; nella quale si difendano dagli incendi sia i monumenti sia, prima di essi, le persone…

Giovanni Maria Flick è nato a Ciriè (TO) nel 1940. Sposato e padre di tre figlie, vive a Roma. Dopo la laurea in Giurisprudenza vince il concorso in magistratura e fino al 1975 è al Tribunale di Roma. Nel 1976 lascia la magistratura per intraprendere la carriera di docente universitario e avvocato penalista, che interrompe nel 1996 con la nomina a ministro della Giustizia, nel governo Prodi I. Nel febbraio del 2000 viene nominato giudice della Corte costituzionale dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Nel 2005 assume la carica di vicepresidente e nel 2008 viene eletto 32º presidente della Corte Costituzionale. Cessa dalla carica il 18 febbraio 2009.
Tra le sue numerose pubblicazioni:
Diritto penale e credito. Problemi attuali e prospettive di soluzione: scritti 1980-1988 (1988); Lettera a un procuratore della Repubblica (1993); Oltre Tangentopoli? (1995); Giustizia vera per un Paese civile (1996); La globalizzazione dei diritti. Il contributo dell’Europa dal mercato ai valori (2004); Elogio della dignità (2015); Elogio del patrimonio (2016), Elogio della Costituzione (2018).