“Elias Canetti. Il pescatore nei secoli” di Alfonso Musci

Dott. Alfonso Musci, Lei è autore del libro Elias Canetti. Il pescatore nei secoli edito da Castelvecchi: quale importanza riveste, per la storia della letteratura del Novecento, la figura di Elias Canetti?
Elias Canetti. Il pescatore nei secoli, Alfonso MusciCanetti è un autore citatissimo ma ancora poco studiato. Citatissimo perché i suoi appunti, aforismi, testi brevi, così come le sue bellissime tre autobiografie, hanno conosciuto larghissima circolazione e fortuna editoriale; quasi più che il suo unico romanzo (Die Blendung, 1935; tr. It. Auto da fé) e il suo grande trattato (Massa e potere, 1960). Poco studiato perché non inquadrabile in quella che possiamo definire “enciclopedia accademica delle scienze” ma piuttosto radicato in una regione della conoscenza attraversata da plurime linee di confine: la filosofia, la linguistica, l’antropologia, la sociologia, l’ecologia. E perché la sua opera si sviluppa attraverso una scrittura incurante di ogni registro ma con ambizione epigrammatica. Tutto questo ha contribuito alla diffusione dell’immagine di questo autore come “aforista”, per alcuni troppo ‘cerebrale’, per altri ‘inquietante’, ma in ogni caso capace sempre di fornire le frasi giuste sui più svariati temi dell’esistenza e della cultura. Ma i suoi stessi quaderni di appunti – rigorosamente a matita – hanno ben poco degli aforismi in senso stretto e sono semmai una lunga “valvola di sfogo” per tutto quello che non è diventato compiutamente romanzo, trattato filosofico, teatro, autobiografia, ma che nasce da una insopprimibile volontà chiarificatrice e illuministica. Sono testi in cui l’autore opera spregiudicatamente applicando il principio del Selbstdenken (il pensare autonomamente, prescindendo cioè da altre autorità intellettuali) appreso da un suo grande modello, lo scienziato e scrittore tedesco vissuto nella seconda metà del Settecento Georg Cristoph Lichtenberg. Canetti ha faticato molto per essere riconosciuto nella sua grandezza, ed è stato il premio Nobel del 1981 a far riscoprire in tutto il mondo – e oltre l’ambito specifico della germanistica e degli studi austriaci – il suo romanzo composto a Vienna alla fine degli anni Venti e il suo trattato composto a Londra a partire dal 1939. Questo ritardo, misto al suo stile volutamente ‘universale’ ha però consentito che testi nati nella prima metà del Novecento cominciassero a vivere negli ultimi due decenni del secolo e a durare a lungo. Per questo motivo ancora oggi fatichiamo a evitare di pensare a Canetti come a un nostro contemporaneo, ma non è propriamente così; o meglio lo è in un senso che va chiarito. Ed è quello che ho provato a fare con il mio libro.

Quali sono stati i maestri di Canetti?
Canetti non ha avuto maestri in senso proprio. Ha studiato chimica e ha frequentato la Vienna degli anni Venti e Trenta, luoghi come il Cafè Museum di Adolf Loos davanti alla Sezessionhaus, le letture pubbliche di Kark Kraus, le lezioni universitarie del filosofo Heinrich Gomperz. E certamente Kraus ha esercitato su di lui, per molti anni, più che un magistero. Lui stesso parlerà di “una tirannide”. La sua più grande lezione è l’ascolto della lingua parlata, il viennese “popolare”, quello caro al grande commediografo Johann Nestroy. La lingua da osteria e da strada, quella in cui poter fare esperienza in modo plastico dei processi linguistici. Canetti definirà questi oggetti d’ascolto “maschere acustiche”, frasi fatte, suoni, tic che rendono riconoscibile all’udito chiunque e che spostano la conoscenza dall’ambito dell’occhio a quello dell’orecchio. Con pochi altri “maestri” attivi a Vienna Canetti riuscirà ad avere rapporti stretti, tra questi bisogna ricordare il poeta ebraico Avraham Ben Yitzhak (“Sonne”), figura centrale nel terzo volume della sua autobiografia (Il gioco degli occhi, 1985); ma anche in questo caso si tratta di un magistero orale-aurale. Oltre Kraus poi ci sono Hermann Broch, Robert Musil, Thomas Mann, Franz Kafka, maestri “immaginati”, cui possiamo aggiungere a mio giudizio Walter Benjamin e Veza Taubner Calderon, grande scrittrice di origini ebraiche sefardite come lui, che sarà poi lungamente sua compagna di vita e per il periodo londinese bisogna fare almeno altri due nomi: l’etnologo poliglotta Franz Baermann Steiner e l’orientalista Arthur Waley. Canetti chiamerà però maestri molti altri grandi, aggiungendovi spesso l’aggettivo “terribili” o “ammirevoli”. Tra essi Hobbes, Machiavelli, Joseph De Maistre, Georg Büchner, Nietzsche, Ovidio, i presocratici, Confucio, i taoisti … e si potrebbe continuare … rompendo così ogni limite temporale e geografico. In ogni caso, parlando di sé, dirà sempre di essere stato ‘succedaneo’ rispetto ai grandi Broch, Musil, Kafka, Kraus; al punto che il suo Nobel lo avrebbe volentieri ceduto a chiunque di loro se fossero stati ancora in vita.

In che modo, nell’opera di Canetti, trovano spazio le intuizioni di questioni bioetiche e ambientali di strettissima attualità?
L’interesse di Canetti per gli animali e l’ambiente risale alla fine degli anni Trenta e si alimenta di tantissime letture preparatorie per la stesura di Massa e potere. Ne troviamo traccia nella biblioteca privata, attualmente consultabile a Zurigo, piena di titoli di ecologia, etologia, psicologia animale, etnologia e antropologia. Decisivo in questo ambito è il concetto di “metamorfosi”, un concetto ricco di sfumature, esattamente l’opposto indefinibile del concetto di “potere”. Per intenderlo potremmo pensare alla nozione – così presente nel nostro tempo – di “biodiversità”. Per lo sviluppo del concetto di metamorfosi è ad esempio importantissimo l’incontro di Canetti con gli studi di Wilhelm Bleek e Lucy Lloyd sui boscimani e sul loro rapporto col mondo animale e naturale. In generale l’antropologia e l’etologia sono per lui due torrenti che da un lato alimentano il concetto di metamorfosi, la sua sensibilità ambientale e animale; dall’altro gli consentono di sprofondare nella camera oscura del potere. L’antropologia del cibo, dell’accrescimento, della caccia, della morte sono una chiave per scoprire i segreti del “potere” in generale e in particolare del nazismo. Per parlare del nazismo Canetti sprofonda la sua analisi nella storia naturale e nella storia primitiva, compie un “giro lungo per tornare a casa”, direbbero gli antropologi. Ed è un modo per raffreddare e neutralizzare il terrore. Ma nonostante questo sforzo di comprensione egli finirà per ammettere che nessuna cultura primitiva ha mai raggiunto la vetta di barbarie raggiunta dal nazismo. Il nazismo stesso è ai suoi occhi un’antropologia “in azione”, l’approdo della tragedia “umanistica”. Anche nella sua versione più larga e inclusiva l’umanesimo non è riuscito mai a evitare del tutto l’antropocentrismo e la prospettiva “paranoica” ed escludente. Anche quando si è occupato di animali e natura. Ma soprattutto si è accanito sulla “metamorfosi” e sulla “biodiversità” nella sua versione più stretta, che è alla base del razzismo, dell’etnocentrismo, del nazionalismo fondato sul sangue e sulla terra e dell’eugenetica. Per intendersi: quello che conta per Canetti non è mai l’identità, ma è la diversità, il movimento. Per questo è centrale l’idea di metamorfosi, un’idea sostanzialmente indefinibile. In un testo non datato raccolto ne La tortura delle mosche scrive: «Ogni specie animale che muore rende meno probabile che noi si continui a vivere». Per questi suoi testi ‘animalisti’ lo scrittore sefardita è stato associato a Konrad Lorenz e qualche affinità esiste. Ma a me importa notare le differenze, a partire anzitutto dal rapporto organico e militante che Lorenz ebbe col partito nazista per la sua carriera accademica. Ma non c’è solo il nazismo, il trauma che si è consumato alle sue spalle, ci sono anche nuovi traumi e rischi che si annunciano per il futuro. Negli anni Sessanta e Settanta, a partire dalle crisi petrolifere e dagli allarmi per le catastrofi nucleari, Canetti riflette molto sullo sviluppo tecnologico del capitalismo, sui rischi ambientali che questo può generare. In questi anni parlerà ripetutamente di un futuro “scisso” tra “annientamento” e “vita comoda” e nei primi anni Settanta ha già chiaro che lo sviluppo illimitato rappresenta una concreta minaccia ambientale; in linea – mi pare – con le lucidissime intuizioni del Club di Roma. In questo senso il mio sforzo è stato quello di acquisire Canetti alla letteratura ambientalistica e attraverso questo sforzo vedere la sua dimensione politica più attuale. Sino alla fine egli rifletterà non solo sull’estinzione animale ma in generale sull’esaurimento della biodiversità. Un processo distruttivo se pensiamo alla grave emergenza climatica e sanitaria in corso. Ma non c’è solo questo. Avrà anche importanti intuizioni sulla manipolazione genetica, sul significato politico e culturale delle manipolazioni del ‘vivente’.

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Come si esprime l’ambizione canettiana di riscrivere la storia dal punto di vista dei vinti?
I suoi vinti sono le vittime predestinate del ‘potere’ e del ‘sopravvissuto’ per eccellenza che lo incarna. In questo senso un testo che consiglierei a tutti di leggere è proprio quel capitolo centrale di Massa e potere (Il sopravvissuto) in cui Canetti traccia la “preistoria” del moderno dittatore totalitario attraverso il mito dell’eroe ‘astuto’ che attraversa tutte le civiltà. Accanto a questo testo ci sono poi le parti dedicate alle Memorie del malato di nervi di Daniel Paul Schreber. Tramite questo doppio trattamento letterario l’eroe astuto diventa gradualmente un ‘paranoico’ delirante che per sottrarsi alle sue manie di persecuzione congegna un sistema di sopravvivenza assoluta e dominio totale del cosmo che passa attraverso la produzione e il controllo della morte altrui e la negazione del ‘mutamento’ della propria ‘natura’, cui pure egli aspira inevitabilmente e morbosamente. È questo il ritratto più spregiudicato del ‘potente’ solitario, un Macbeth che vede ovunque solo infide maschere e che ha un solo modo per smascherare: uccidere. Canetti, oserei dire, ama il suo nemico; esattamente lo definirà “nemico mortale”. Morte, potere, tirannide, tecnica, razionalismo sono sostanze che convivono, fantasmi dello stesso nemico. Per chiarire però la sua natura bifronte, cioè il suo paritetico amore per le vittime e i dannati di ogni tempo e di ogni ambito – gli oppressi, i poveri, i morti, gli animali – non bisogna mai dimenticare le sue origini, il suo implicito ‘messianesimo’. Questo, è la mia tesi, lo avvicina molto a Benjamin. Nel mio lavoro ho molto usato le tesi sulla storia; un testo magnifico, di critica delle idee di “futuro”, “progresso”, “ottimismo”. Quella che Benjamin chiama Tradizione degli oppressi, che è poi “spazzolare la storia contropelo” diventerà per Canetti ricerca della figura biologica e politica dell’oppresso per eccellenza: l’animale. Solo attraverso questo itinerario si può capire la ripetuta evocazione dell’immagine di una esiziale rivolta degli animali contro gli uomini, quegli animali che occupano il sottoscala della storia.

In che modo Canetti interpreta un disegno di rifondazione del pensiero europeo e a quali fonti attinge per la sua filosofia?
Come ho già detto Canetti è un pensatore di frontiera. La sua risposta al “mondo in frantumi”, alla “crisi delle scienze” non è però relativistica. Egli andrà sempre in cerca di un “cielo limpido e blu” per ricomporre l’orizzonte, grazie a un’idea della civiltà di tipo plurinazionale e plurilinguistico. Nella sua concezione di “letteratura universale” non ci sono limiti né geografici, né temporali. Importante per questo indirizzo cosmopolita è l’impatto che l’orientalismo e la scoperta della cultura cinese avranno in generale sulla cultura tedesca ed europea degli anni Venti e Trenta. Nello specifico poi sarà decisivo per lui il contesto londinese, dove intensificherà la scoperta degli studi delle civiltà primitive e dove l’esperienza viennese della “massa”, del fascismo e del nazismo passerà attraverso la lente fredda e analitica dell’antropologia.

Qual è la lezione dello scrittore premio Nobel per la letteratura?
Canetti insegna almeno tre cose. La prima che dinnanzi a noi c’è sempre la realtà concreta, che il sapere, la filosofia non può illudersi di conoscere chiudendosi in una “testa senza mondo”. In secondo luogo che nulla vale più della vita di un singolo uomo e che bisogna fare ogni sforzo per allontanare il ‘potere’ dal dominio della sfera biologica, dal campo della vita e della morte. Infine, la lezione – se si vuole, ancora più attuale – è che la prevenzione, l’inimicizia verso il ‘potere’ non va fraintesa per ‘impoliticità’ o ‘antipolitica’, ma semmai va intesa come “grande politica”, “alta politica”. Sarà la scoperta dei temi ambientali e dei pericoli per la biodiversità, l’ammissione che viviamo in una “società del rischio” profondamente interconnessa, in cui nessun individuo, nessun luogo della terra è immune da responsabilità universali.

Alfonso Musci è uno storico della filosofia. Dal 2015 al 2020 ho ricoperto l’incarico di Portavoce del Presidente della Regione Toscana. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Polemica sulla storia (2012), l’edizione critica di “Etica e politica” di Benedetto Croce (2015) e La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce (2018). È redattore del «Giornale Critico della Filosofia Italiana».

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