Nell’arte c’è Banksy, nella musica ci sono i Daft Punk e Liberato, nella letteratura, invece, Elena Ferrante. Sono solo alcuni nomi di artisti avvolti dal mistero, la cui identità è stata sapientemente nascosta. Strategia commerciale, gioco mediatico o espediente creativo? In tanti hanno provato a indagare per dare risposte, per cercare di raccogliere informazioni quanto più possibili veritiere, pervenendo spesso a conclusioni piuttosto confuse. Perché in fondo non importa “chi fa cosa”, ma quello che lascia. In questo pezzo, tuttavia, cercheremo di ricostruire il caso “Elena Ferrante”, autrice della famosa collana L’amica geniale, addirittura inserita dal settimanale Time tra le cento persone più influenti al mondo nel 2016.

Si nasconde da anni dietro uno pseudonimo, che ha tutta l’aria di essere un omaggio a Elsa Morante: Elena Ferrante è una scrittrice molto apprezzata, sia in Italia che all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Non esistono in circolazione sue fotografie e sulla quarta di copertina dei suoi libri l’unica informazione che la riguarda è quella relativa alla sua città natale, Napoli. L’anonimato non le ha impedito di acquisire popolarità, soprattutto con la collana dedicata a “L’amica geniale”: primo volume nel 2011, “Storia del nuovo cognome”, volume secondo (2012), “Storia di chi fugge e di chi resta”, volume terzo (2013), “Storia della bambina perduta”, volume quarto (2014). Per far comprendere ai lettori i motivi di questa scelta ha deciso poi di scrivere un’autobiografia, La Frantumaglia, in cui sono raccolte le lettere al suo editore e poche interviste concesse per corrispondenza. La scrittrice spiega la volontà di custodire il proprio privato, di mantenere una certa distanza dai colleghi che tendono a dare un’immagine di sé troppo legata alle aspettative del pubblico. Insomma, la Ferrante è convinta che i suoi libri non necessitino di una sua foto in copertina né di presentazioni promozionali perché autosufficienti.

Il mistero su questa figura femminile della letteratura moderna, però, ha continuato a infittirsi. «Il Sole 24 Ore» nel 2016 ha condotto un’inchiesta per cercare di comprendere chi si cela nelle pagine de “L’amica geniale”. L’analisi investigativa, realizzata nel 2016 e pubblicata anche dal quotidiano tedesco «Frankfurter Allgemeine Zeitung», dal sito di giornalismo investigativo francese «Mediapart» e da quello della rivista americana «The New York Review of Books», è giunta al nome di Anita Raja, traduttrice residente a Roma la cui madre era un’ebrea di origine polacca sopravvissuta all’Olocausto e trasferitasi a Napoli. Anita Raja, sposata con lo scrittore Domenico Starnone, avrebbe stretto una solida collaborazione con Edizioni e/o, e sarebbe stata coordinatrice della “Collana degli Azzurri”, che comprendeva anche “L’amore molesto”, il primo romanzo scritto dalla Ferrante (1992).

L’indagine del quotidiano economico, però, ha approfondito le tracce contabili, ovvero i redditi percepiti dalla casa editrice e dalla stessa Raja: per la prima ricavi aumentati del 65% (nel 2014 rispetto al 2013) e per la seconda compensi decisamente più alti (nel 2015 aumentati di oltre il 150%). Inoltre, da visure catastali è emerso che la stessa abbia fatto investimenti nel mercato immobiliare (acquistando casa a Roma e in paesino della Toscana), esattamente dopo il successo del film diretto da Mario Martone e ispirato al succitato romanzo. I successi dei titoli sul mercato inglese e americano hanno poi portato risultati economici più ampi sui quali, però, nessuno ha voluto esprimersi né accettare il contraddittorio con «Il Sole 24 Ore».

Dunque, dal suo esordio letterario, la Ferrante – con la complicità della sua casa editrice – è riuscita a mantenere l’alone di mistero attorno alla sua identità. Con il saggio autobiografico ha fornito pochi dettagli sulla sua vita, che però non combaciano con quello che si sa della vita di Anita Raja (madre insegnante e non sarta, non ha sorelle, nata a Napoli ma cresciuta a Roma sin dalla prima infanzia). Insomma, il presentimento è che anche in questo caso abbia mentito, e non è un caso se nel libro abbia lasciato questa citazione: «Italo Calvino nel 1964 scriveva a una studiosa che chiedeva informazioni personali: “Mi chieda pure quel che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità. Di questo può star sicura”. Questo passo mi è sempre piaciuto e almeno parzialmente l’ho fatto mio».

L’autrice ha palesato la sua propensione alla menzogna e ha lanciato così una sfida a critici e giornalisti. I lettori, invece, continuano ad apprezzarla e ad amarla, e forse il segreto sta proprio in questa assenza di verità che accresce la curiosità.

Angelica Sicilia