Eleganza fascista La moda dagli anni Venti alla fine della Guerra Sofia GnoliProfessoressa Gnoli, la Sua ultima fatica, appena pubblicata per i tipi di Carocci, si intitola Eleganza fascista. La moda dagli anni Venti alla fine della Guerra: c’era spazio, nella concezione fascista della donna, per l’eleganza?
C’era, eccome. Il regime attribuiva una grande importanza alla moda e la usava anche da un punto di vista propagandistico per sponsorizzare uno stile italiano indipendente da quello francese.

Quando nasce la moda italiana?
Difficile dirlo con esattezza. Eccetto una breve parentesi rinascimentale, il nostro Paese non aveva più dettato moda. Dai tempi di Luigi XIV la moda femminile europea si era per così dire francesizzata e, fino alla metà del Novecento, le ultime novità continuarono ad arrivare in massima parte da Parigi. Una grande pioniera dello stile italiano fu, nei primi anni del Novecento, la sarta lombarda Rosa Genoni. In seguito il tema venne ripreso durante il ventennio, soprattutto attraverso l’attività dell’Ente nazionale della moda. Ma a parte qualche eccezione, come quella di Salvatore Ferragamo che in pieno periodo autarchico lanciò la moda delle scarpe ortopediche con il tacco di sughero, il riconoscimento internazionale della moda italiana risale agli anni Cinquanta.

Quale fu il ruolo dell’Ente nazionale della moda?
L’Ente aveva il compito di nazionalizzare il ciclo di produzione dell’abbigliamento e di arginare le importazioni dalla Francia. Tuttavia, pur godendo di un notevole potere teorico, sul piano pratico la sua azione risultò spesso contraddittoria e confusa. Tale situazione rispecchiava le incoerenze del regime sia nei confronti della concezione della donna – divisa tra il modello emancipato e quello dell’angelo del focolare – sia in quelli della modernizzazione, sospesa tra un avanguardismo spesso velleitario e il peso della tradizione e della conservazione.

In epoca di autarchia, il regime promuoveva l’uso di tessuti nazionali: come reagì l’industria della moda?
Iniziò a proporre abiti realizzati con tessuti autarchici come il rayon, la cisalfa, la ginestra, il ramì, lo sparto, il gelso, l’orbace e il lanital. Quest’ultimo era un tessuto artificiale derivato dal latte. Un altro surrogato della classica lana era l’angora, tratta da una particolare razza di conigli. Questo tipo di lana ebbe la sua ‘regina’ in Luisa Spagnoli.

Come visse la moda gli eventi bellici?
Mentre gli Alleati indissero una sorta di socialismo di guerra, in Italia il regime cercò di minimizzare ogni difficoltà. Le riviste continuarono a proporre, come nel periodo precedente, i consueti servizi su abiti da ballo e da teatro, cappellini e pellicce. Soltanto dalla fine del 1941, con il peggiorare della situazione bellica, il Regime introdusse la disciplina del tesseramento e dei punti anche per l’acquisto di capi di vestiario.