“Eleanor Roosevelt. Una first lady per il mondo” di Rossella Rossini

Dott.ssa Rossella Rossini, Lei è autrice del libro Eleanor Roosevelt. Una first lady per il mondo pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura: quale rilevanza ha la figura di ER nella storia americana, e non solo?
Eleanor Roosevelt. Una first lady per il mondo, Rossella RossiniLa figura di Eleanor Roosevelt ha una rilevanza straordinaria nella storia sia americana, sia del mondo per più di una ragione e in diversi ambiti nei quali è emersa come protagonista. Tra le ragioni annovero in particolare il fatto di essere stata una delle massime rappresentanti del pensiero e dell’azione progressista del Ventesimo secolo e il ruolo politico, complementare e di stimolo, ma al tempo stesso autonomo, svolto a fianco di uno dei presidenti più importanti, rispettati e amati nella lunga teoria di primi cittadini che, da George Washington in poi, si sono succeduti alla guida degli Stati Uniti. Riguardo agli ambiti in cui si è distinta sia nella sua nazione, sia a livello internazionale basti ricordarne l’impegno nella tutela e nella promozione dei diritti delle donne, degli afroamericani e di altre minoranze e contro ogni forma di razzismo e di discriminazione, nonché la funzione di primaria importanza svolta alla neonata Organizzazione delle Nazioni Unite nell’elaborazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Quale evoluzione ha caratterizzato il ruolo della prima cittadina statunitense nella storia politica della nazione?
A questo argomento, a mio avviso non solo interessante ma anche accattivante perché ricco di storie, episodi e curiosità oltre che di valenza politica e istituzionale, ho voluto dedicare l’intero primo capitolo del mio libro, innanzitutto per poter inquadrare la figura di Eleanor Roosevelt tra le first lady della nazione in quasi 250 anni di storia repubblicana, ma anche perché ne sono rimasta io stessa affascinata. Mi sono soffermata su una selezione di figure individuate in base alla capacità di rappresentare un punto fermo, di introdurre innovazioni nella mansione sia all’interno della coppia presidenziale, sia nei confronti della società o di segnare una vera e propria svolta. Da questa galleria di «signore» degli Stati Uniti emerge con chiarezza l’evoluzione del ruolo della consorte presidenziale all’interno di un processo di continua trasformazione e progressiva istituzionalizzazione. Un ruolo privo di fondamento giuridico e costituzionale, che si è affermato nel tempo di pari passo con l’oscillazione del baricentro all’interno del sistema politico statunitense tra Congresso ed esecutivo, con quest’ultimo che ha preso progressivamente quota nel passaggio tra Ottocento e Novecento, e con la crescita del peso delle donne in politica, registrata soprattutto a partire dalla conquista del suffragio femminile a livello federale nel 1920. Lo stesso termine con cui è stata indicata la moglie del presidente ha subito una lunga evoluzione, passando dai primi «signora» («lady»), «signora presidente», «presidentessa» al tardivo first lady, che ha origini piuttosto recenti: usato per la prima volta nel 1877 come appellativo rivolto a Lucy Hayes, è entrato nel linguaggio comune soltanto a partire dal 1911, quando comparve nel titolo di un’opera teatrale dedicata a Dolley Madison, che circa un secolo prima si era distinta per le eccellenti qualità di padrona di casa del palazzo che sarebbe poi entrato nella storia con il nome di Casa Bianca. Riguardo al ruolo, si è passati da una mansione sociale e cerimoniale di ospite svolta con ricevimenti e serate aperte al pubblico, a una funzione di rappresentanza come parte essenziale della politica e della diplomazia, a quella di consigliera e confidente del presidente nonché soggetto in grado di esercitare influenza sulla massima espressione del potere, fino a una crescente responsabilità pubblica non disgiunta da una presenza politica forte e attiva, conformemente alle doti personali e caratteriali. Questi ultimi aspetti si sono accentuati negli anni anche in relazione all’empowerment, alla crescente scolarizzazione ed emancipazione delle donne, fino ad assumere funzioni di «sostituta», come nel caso di Edith Wilson durante la malattia del marito; o a trasformare la coppia in vero e proprio team politico, come fu per Henry e Lou Hoover e, più tardi, per Rosalynn Carter, voluta dal marito alle riunioni di gabinetto e ai colloqui di pace di Camp David, e per Laura Bush; o ad affiancare la partnership con una crescente autonomia in determinati campi rispetto al marito presidente, come nei casi di Hillary Clinton e Michelle Obama. Chiudo dicendo che le funzioni citate in questa carrellata, nella quale ho menzionato soltanto alcune delle first lady degne di nota nella storia repubblicana degli Stati Uniti, si sommano e trovano la massima espressione in Eleanor Roosevelt. Se alcuni dei cambiamenti da lei, come le conferenze stampa a cadenza regolare, erano destinati a esaurirsi con la sua persona, il suo esempio come role model di attivista fornì un precedente da invocare a coloro che le sarebbero succedute quando volevano perseguire una causa, condurre una campagna e soprattutto avere una propria agenda politica.

Quali vicende hanno segnato la vita di Eleanor Roosevelt?
Dopo un’infanzia e un’adolescenza infelici, segnate dalla perdita precoce della madre e dell’adorato padre, a segnare l’evoluzione del carattere e della personalità di Eleanor fu il rapporto con l’insegnante cui fu affidata dalla nonna materna, che la inviò a completare gli studi in una scuola femminile internazionale nei pressi di Londra. Fu Marie Souvestre, direttrice dell’istituto di origine francese, donna di grande cultura, femminista e pacifista a formarla, educandola anche ai valori del volontariato e della democrazia che la spinsero, rientrata a New York, a impegnarsi in attività sociali e civili con la Lega dei consumatori, compiendo indagini su salubrità delle merci e condizioni e lavoro in grandi magazzini e fabbriche di abbigliamento, e in doposcuola per bambini immigrati in una casa di accoglienza nel Lower East Side, uno dei quartieri più fatiscenti, poveri e malfamati della città. Una volta si fece accompagnare dal lontano cugino Franklin Delano, appartenente a un altro ramo della grande famiglia Roosevelt, con il quale avrebbe sempre condiviso i valori della democrazia e della giustizia sociale e al quale, 1905, si unì in matrimonio, celebrato dall’allora presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt. Le esperienze citate lasciarono un’impronta indelebile sulla formazione e sulla vita di Eleanor, che andò avanti tra la militanza nel partito democratico e nell’associazionismo femminista e antirazzista, la nascita dei figli e le sue attività professionali di insegnante, imprenditrice e titolare di rubriche giornalistiche, più tardi anche radiofoniche, lette e ascoltate fino negli angoli più remoti della sua immensa nazione, che non si stancò mai di visitare. Intanto, malgrado la poliomielite che nel 1921 gli aveva paralizzato le gambe, cresceva l’impegno di Franklin in politica e nelle istituzioni, fino all’elezione alla presidenza nel 1932, nel pieno della Grande Depressione, che nel marzo dell’anno successivo portò la coppia alla Casa Bianca. A partire da allora e fino alla morte del marito nel 1945, la first lady non esitò ad agire come «occhi e orecchie» del presidente, percorrendo più di 40.000 chilometri per riferirgli delle condizioni in cui versava, in ogni settore, una popolazione che si trovava ad affrontare la peggiore crisi economica della storia. Anche su tali resoconti Franklin Delano Roosevelt basò le politiche riformatrici del New Deal. Dopo l’esperienza della first ladyship Eleanor, senza mai allentare l’impegno politico, civile e sociale che ne ha caratterizzato l’intera esistenza, in particolare a fianco delle donne, dei neri e degli immigrati, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia come delegata degli Stati Uniti nella neonata Organizzazione delle Nazioni Unite spendendosi, con sapienza e diplomazia in un mondo diviso in due blocchi contrapposti, nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani approvata a Parigi il 10 dicembre 1948, di cui è considerata la principale artefice.

In che modo le doti di grande comunicatrice di Eleanor e la sua curiosità hanno rappresentato strumenti d’importanza fondamentale per la sua crescita e il suo riconoscimento pubblico, negli Stati Uniti e all’estero?
La prima delle due qualità citate, riferita alla propensione di Eleanor a essere una grande comunicatrice, come biografi e studiosi non hanno mancato di sottolineare, è confermata dal fatto che il suo impegno per la tutela e la promozione dei valori democratici e dei diritti politici e civili non soltanto si concretizzò attraverso la partecipazione ad associazioni, iniziative e movimenti a ciò finalizzati, ma si manifestò anche attraverso una varietà di strumenti comunicativi e un uso abile e saggio dei media, facendone un tratto distintivo della sua personalità e della sua first ladyship. La carriera di Eleanor come scrittrice e giornalista, oratrice e commentatrice radiofonica si estese di fatto per l’intero arco della sua vita, distribuendosi tra scrittura di libri e introduzioni; articoli e rubriche per quotidiani e riviste; newsletter di organismi politici e civici nei quali era attiva e pubblicazioni commerciali; conferenze; commenti e partecipazioni a trasmissioni su emittenti radiofoniche nazionali e locali, sia pubbliche, sia commerciali e di organizzazioni, e poi anche televisive. Richiamo alcuni numeri: dal 1921 fino alla sua scomparsa nel 1962 scrisse 27 libri, oltre 8.000 column – le celebri rubriche che uscivano simultaneamente su numerose testate e che hanno rappresentato la forma più caratteristica della sua comunicazione -, 580 articoli e 850 saggi. Pronunciò più di 1.000 discorsi e ricevette una media di 45.000 lettere l’anno, con picchi fino a 300.000 quando era first lady. Tra il 1945 e il 1948 la sua voce fu ascoltata via radio tramite 30 interviste o discorsi e, solo tra il 1948 e il 1961, fu ospite di 326 trasmissioni. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta affrontò con successo lo schermo televisivo, conducendo propri programmi e tavole rotonde. Negli anni, la sua firma sarebbe apparsa in oltre 150 testate, di natura sia sociale e politica, sia commerciale. A queste cifre vanno aggiunte circa 150 conferenze l’anno, negli Stati Uniti e all’estero, spesso retribuite. Inoltre nel 1922 ebbe inizio l’impegno di Eleanor con il «Women’s Democratic News», newsletter mensile della sezione femminile del partito democratico dello Stato di New York, di cui fu editorialista, direttrice e co-editrice fino dalla fondazione e dalle cui righe rivolgeva appelli alle donne a condurre una vita che andasse oltre i ruoli loro tradizionalmente assegnati. Fecero parte delle sue abilità comunicative anche spiccate capacità oratorie, esercitate in oltre 40.000 chilometri che la portarono fino agli angoli più remoti della nazione. Nel febbraio del 1933 la collaborazione con il giornale del partito si arricchì con una rubrica intitolata Passing Thoughts of Mrs. Franklin D. Roosevelt – una sorta di newsletter personale dalla Casa Bianca, dove non avrebbe esitato a dissentire anche da suo marito, anteponendo a ogni altra considerazione la pressione sul perseguimento di obiettivi progressisti da parte del governo, sempre più necessari in quei tempi di profonda depressione. Nello stesso anno, appena due giorni dopo l’ingresso di Franklin Delano alla Casa Bianca, diede il via alle conferenze stampa settimanali per giornaliste donne, fonti vitali di notizie per testate sia nazionali che di provincia. Quanto alla curiosità, che contribuì a saldare i suoi stretti rapporti con l’opinione pubblica, mi limito a citare un passaggio di un articolo scritto da Eleanor nell’agosto 1935, Elogio della curiosità, da me tradotto assieme ad altri suoi scritti e discorsi per l’omonimo volume pubblicato nel 1917 da Edizioni di Storia e Letteratura: «Poco tempo fa è apparsa una vignetta in cui due minatori alzavano gli occhi con sorpresa esclamando con malcelato orrore: ‘Ecco che arriva la signora Roosevelt!’ Con maniere singolari e sottili mi si è fatto capire che quella vignetta doveva farmi un po’ vergognare, perché di certo c’era qualcosa che non andava in una donna che voleva vedere e sapere di tutto un po’. In un modo o nell’altro, la maggior parte delle persone che mi hanno parlato o scritto qualcosa riguardo a quell’episodio sembrava ritenessero disdicevole per una donna avere una molteplicità di interessi. Forse ciò nasceva dalla vecchia e quasi innata teoria secondo la quale una donna deve interessarsi soltanto della casa. È una sorta di cecità che induce la gente a ritenere che l’interesse per la casa finisce all’interno delle quattro mura dell’edificio in cui si vive. In pochi sembrano in grado di rendersi conto che il vero motivo per cui la casa è importante sta nel suo essere strettamente legata, con milioni di fili, al resto del mondo».

Come si espresse l’impegno di Eleanor Roosevelt nella tutela e la promozione dei diritti delle donne?
La militanza di Eleanor a tutela delle donne cominciò quando, come si è visto, giovane diciottenne appena rientrata a New York dopo gli studi compiuti in Inghilterra, s’impegnò nel volontariato sociale. Quell’apprendistato avrebbe lasciato un segno profondo, facendo della questione femminile una delle principali tematiche cui avrebbe dedicato le sue riflessioni e le sue azioni. Ma il grande esordio nella rete dei movimenti femminili avvenne successivamente, quando a partire dal 1919 venne in contatto con la galassia di associazioni e centri di azione delle donne presenti all’epoca, che si battevano per la democrazia e la pace, i diritti delle lavoratrici e la giustizia sociale. Iniziò a lavorare con varie organizzazioni e l’impegno s’intensificò dopo il 1920, quando fu approvato il XIX emendamento della Costituzione che garantì il voto alle donne a livello federale: pur non avendo partecipato in prima persona alle battaglie suffragiste, a partire dal 1921 entrò in associazioni, leghe e organismi, anche del partito democratico, che si battevano per accrescerne diritti e ruolo politico, divenendone attivista di spicco e affrontando apertamente divisioni e distanze su tematiche specifiche: cito a titolo di esempio l’ERA (Equal Rights Amendment), che mirava a modificare la Costituzione per introdurre la parità di diritti e che Eleanor, con le femministe sociali, riteneva prematuro, temendo che potesse cancellare le poche leggi faticosamente conquistate a tutela delle donne. Lei cercava altre strade per arrivare all’eguaglianza fra i sessi e alla parità di diritti e poteri. Consapevole che la conquista del diritto di voto da sola non bastava, nel 1928 scrisse un articolo sferzante invitando le donne a impegnarsi, rimboccarsi le maniche, studiare, per poter «fare lo stesso gioco degli uomini», anche nei partiti. Portò avanti le sue campagne e le sue battaglie anche una volta entrata alla Casa Bianca nel 1933, cercando d’influenzare le politiche del New Deal avviate da Franklin Delano. Cito quelle contro le leggi statali che consentivano il licenziamento delle dipendenti pubbliche se anche i loro mariti avevano un impiego governativo, o per l’allestimento di campi femminili («She, She, She Camps») accanto ai Civilian Conservation Corps (CCC) istituiti dall’amministrazione per consentire a giovani senza lavoro di guadagnare qualcosa in opere di manutenzione dell’ambiente. Anche la spinta decisiva data alla scelta di Frances Perkins come segretario del Lavoro nel 1933, che portò per la prima volta una donna nel cabinet, va annoverata fra gli sforzi di Eleanor per realizzare un «New Deal per le donne».

In che modo Eleanor lottò contro razzismi e discriminazioni?
Riguardo al suo impegno contro razzismi e discriminazioni, mi consento un cenno al gesto di sfida lanciato alla suocera Sara Delano vivendo a Washington, dal 1913 al 1920, quando Franklin era sottosegretario alla Marina – anni in cui scorrazzavano i membri del Ku Klux Klan e l’America era percorsa con particolare virulenza da tumulti, scontri e persino linciaggi a sfondo razziale –: licenziò tutto il personale di servizio, scelto da lei, per sostituirlo con personale di colore. Fra il 1933 e il 1937 le aspirazioni di Eleanor alla giustizia sociale si sarebbero di nuovo intrecciate con il suo attivismo contro le discriminazioni razziali. L’occasione fu offerta dal primo progetto sperimentale di comunità agricole del New Deal, istituite con il Federal Homestead Act per aiutare i disoccupati assegnando loro lotti di terreno su cui realizzare una fattoria autosufficiente. Ad Arthurdale, nel West Virginia, anche con l’aiuto della first lady che lanciò una campagna di raccolta fondi e mise a disposizione risorse proprie s’installarono 165 abitazioni prefabbricate dotate del proprio appezzamento a uso agricolo e per allevamento d piccolo bestiame. Ma in fase di selezione degli assegnatari non si riuscì a rispettare la composizione etnica e sociale mista della popolazione locale, fatta in prevalenza di immigrati da paesi dell’Europa orientale e meridionale, oltre a un 20 per cento di bianchi nati negli Stati Uniti e a un altro 20 per cento di afroamericani, come previsto per la buona riuscita dell’esperimento di laboratorio sociale integrato: prevalse il razzismo di quanti volevano una comunità bianca e cristiana. Arthurdale fu un fallimento e la causa di questo fallimento fu la questione razziale. Fu comunque per merito del suo sostegno se, nel 1936, si formò all’interno del governo Roosevelt il Federal Council on Negro Affairs (FCNA): un gruppo guidato da Mary McLeod Bethune, fondatrice del National Council of Negro Women, formato da quarantacinque afroamericani che, pur non facendo ufficialmente parte del cabinet, ricoprivano posizioni di rilievo negli uffici del gabinetto e nelle agenzie del New Deal. L’FCNA, poi noto come «Black Cabinet», svolse una funzione di consulenza per il presidente sui temi del lavoro, dell’istruzione e dei diritti civili dei neri per tutta la durata dell’amministrazione. Un altro evento fa da trait-d’union fra le battaglie di Eleanor per i diritti delle donne e quelle di cui parliamo ora. Mi riferisco al concerto della cantante afroamericana Marian Anderson, famoso contralto definito da Arturo Toscanini «the voice of the century», per il quale erano state negate più sedi e che infine, grazie a un comitato cittadino promosso dalla first lady e conseguente, robusta campagna cui parteciparono uomini di cultura, musicisti e artisti di primo piano, poté esibirsi il 9 aprile 1939 al Great Mall alla base del Lincoln Memorial alla presenza di 75.000 spettatori, senza distinzioni di razza. Il Freedom Concert, trasmesso anche via radio, raggiunse milioni di ascoltatori in tutti gli Stati Uniti, al Nord e al Sud. Pochi mesi dopo, la stessa first lady sfidava l’opinione pubblica rappresentata da una parte del Congresso, dominato al Senato dai suprematisti bianchi del Sud che limitavano la libertà di movimento dello stesso presidente, con un discorso trasmesso in diretta radiofonica in tutta la nazione in cui ricapitolò lo stato delle cose: gli afroamericani erano segregati o comunque non godevano di piena cittadinanza, essendo questa ristretta dalla poll tax e dai test di alfabetizzazione, che li escludevano dal diritto di voto, così come erano limitate le loro opportunità riguardo a lavoro e istruzione. Si lanciò in un possente discorso sul futuro della nazione, focalizzato sull’urgenza di un’istruzione universale, per consentire a tutti i gruppi sociali e a tutte le razze di capire i problemi e i bisogni che la popolazione aveva di fronte – a partire da quelli di cura, di alloggio e dell’occupazione giovanile. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale nello stesso anno e l’ingresso degli Usa nel ’41 la spinsero poi a occuparsi della discriminazione razziale nelle forze armate, dove l’integrazione per lunghissimi anni sarebbe rimasta ancora una chimera. Nel periodo bellico e post-bellico affrontò anche i problemi legati all’antisemitismo e all’accoglienza degli esuli ebrei, collaborando a iniziative per aiutare i minori in fuga dal regime nazista a oltrepassare l’oceano. Proseguendo nella carrellata, nel 1943 denunciò con vigore la politica statunitense di internamento dei giapponesi che vivevano negli Stati Uniti in appositi campi e nel 1945 scrisse una column elogiando la proposta legislativa di una rappresentante democratica per estendere a tutti i posti di lavoro il divieto di discriminazioni razziali e di genere. Lo stesso anno, con la morte di Franklin si concludeva l’esperienza alla Casa Bianca e le aspirazioni di Eleanor a costruire un mondo basato su eguaglianza, giustizia e dignità per tutti ne avrebbero alimentato l’impegno nella neonata Organizzazione delle Nazioni Unite.

Quale attività svolse Eleanor Roosevelt alle Nazioni Unite?
Questo argomento è affrontato nell’ultimo capitolo del mio libro, che analizza l’attività di Eleanor Roosevelt alle Nazioni Unite a partire dal gennaio 1946 e il lavoro politico e diplomatico, oltre che di esperta in materia di diritti, da lei svolto sia nella Terza Commissione, sia nella Commissione per i Diritti Umani. A quest’ultima fu affidato il compito di stilare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata a Parigi dall’Assemblea Generale dell’organizzazione il 10 dicembre 1948 e della quale Eleanor Roosevelt è considerata la principale artefice. Unica donna inviata dal presidente Harry Truman come delegata degli Stati Uniti, affrontò con successo l’incarico arduo che le veniva affidato: avrebbe avuto la grave responsabilità di dimostrare l’incondizionato appoggio che il governo del suo paese s’impegnava a dare al nuovo organismo internazionale, affinché potesse diventare lo strumento per salvaguardare la pace internazionale e creare le condizioni di mutua fiducia e di benessere economico e sociale tra i popoli del mondo. La nuova amministrazione era consapevole di quanto fosse cruciale, ai fini del successo del progetto, che vi fosse coinvolto il mondo dell’associazionismo civico e delle organizzazioni non governative: quella nomina era un segnale indirizzato alla rete che rappresentava la società civile. Dal canto suo, accettando la sfida e dando voce alle istanze delle associazioni civiche e dei comuni cittadini, Eleanor rispondeva alla propria ambizione di affiancare ai tradizionali canali diplomatici una «diplomazia dal basso» e dava risposta all’aspirazione della cittadinanza a contribuire a creare relazioni internazionali mediante la partecipazione attiva. Inoltre quella carica istituzionale l’avrebbe legittimamente lanciata nel pieno delle questioni della pace e dell’internazionalismo, in cui era stata coinvolta sin dagli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale; e, a buon diritto, Eleanor riteneva di poter mettere a frutto le esperienze di un’intera vita. Anche per tutti questi motivi, uniti a una natura portata alle relazioni, al dialogo e all’ascolto e a ruoli di guida, il suo impegno alle Nazioni Unite fu coronato da tanto successo, a cominciare dalla sua nomina, all’unanimità, alla presidenza delle commissioni e dei comitati cui veniva assegnata. Con abilità politica e diplomazia seppe affrontare e superare contrasti e divergenze che inevitabilmente si manifestavano tra le 58 nazioni allora facenti parte dell’Onu, tra le quali i paesi del blocco occidentale e di quello sovietico. Così fu anche per il comitato ristretto che diede vita alla Commissione per i Diritti Umani, composta da 18 membri fra cui le 5 grandi potenze (Cina, Francia, Regno Unito, Unione Sovietica, Usa) cui spettava un posto permanente, a fianco delle nazioni che alternavano la loro presenza a rotazione. Per la Commissione, che prese forma nel giugno 1946 e alla quale – lo ripeto – spettava di redigere la Carta Internazionale dei Diritti Umani, Truman scelse ancora Eleanor Roosevelt come rappresentante degli Stati Uniti, rinnovandole anche l’incarico di delegata all’Assemblea Generale. Il nuovo organismo, da lei presieduto e del quale facevano parte esponenti dell’intellighenzia e della diplomazia mondiali, si riunì per la prima volta all’inizio del 1947. Il lavoro, superando le forti tensioni tra paesi comunisti, in particolare la Russia, e paesi capitalisti, apertamente riconosciute da Stalin e da Churchill, si svolse tra New York, Ginevra e il quartier generale dell’ONU a Long Island e richiese diverse sessioni tra il 1947 e l’anno successivo, con plenarie e riunioni di comitati, consultazioni di esperti e di organizzazioni rappresentative, bozze, revisioni e riscritture. Infine, dopo una stretta finale fatta anche di sedute notturne voluta da Eleanor, fu licenziato con quattro astensioni (Unione Sovietica, Bielorussia, Ucraina e Jugoslavia) il testo da presentare all’Assemblea Generale, convocata a Parigi per il 9 e 10 dicembre. Nella prima giornata, precedente la votazione, esprimendo l’adesione del suo paese Eleanor ne illustrò la natura: «Non è un trattato», disse. «Non è un accordo internazionale. Non è, e non intende essere, un testo che ha valore giuridico o impone obblighi legali. È una dichiarazione che afferma i principi fondamentali dei diritti e delle libertà dell’uomo. (…) Questa dichiarazione può diventare la Magna Charta internazionale di tutti gli uomini in ogni luogo del mondo. Noi speriamo che la sua proclamazione da parte dell’Assemblea Generale costituirà un evento paragonabile alla proclamazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo da parte del popolo francese nel 1789, all’adozione del Bill of Rights da parte del popolo degli Stati Uniti e di analoghe dichiarazioni in tempi diversi in altri paesi. (…) È un fatto significativo», disse ancora, «che cinquantotto Stati abbiano trovato un così ampio margine di convergenza nel campo complesso dei diritti umani (…) Dietro questa dichiarazione – aggiunse – c’è il desiderio di pace dell’uomo. Aver capito che la flagrante violazione dei diritti umani da parte dei paesi nazisti e fascisti ha gettato i semi dell’ultima guerra mondiale ha dato l’impulso decisivo al lavoro che ci porta qui, oggi, a coglierne il risultato».

Composto da un Preambolo e da trenta articoli, di cui ventidue relativi ai diritti politici e civili e otto ai diritti economici e sociali, il documento – frutto del lavoro di un gruppo di uomini e donne che, cooperando, hanno fatto nascere dalle ceneri di delitti inenarrabili una nuova era nella storia dei diritti – sfidò l’opinione comune secondo la quale il modo in cui uno Stato sovrano tratta i suoi cittadini riguarda quel paese soltanto e nessun altro. Quel documento, approvato con 48 voti a favore, 8 astensioni (Unione Sovietica, Bielorussia, Ucraina, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, Sudafrica, Arabia Saudita) e 2 assenze (Honduras e Yemen), è diventato, inoltre, fulcro di tutti i successivi movimenti per la libertà. Concludo citando le prime righe dei primi due articoli e l’articolo 3. Vi si afferma che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona». Oggi i paesi aderenti alle Nazioni Unite sono 193. Ma non tutti rispettano i principi affermati in questa Dichiarazione.

Rossella Rossini è nata a Firenze dove ha compiuto studi umanistici laureandosi in Storia degli Stati Uniti alla Facoltà di Lettere e Filosofia, ha vissuto a Milano (1983-1994) e a Roma (1994-2014), per poi tornare nella città di origine dove attualmente risiede. Giornalista pubblicista e collaboratrice editoriale con traduzioni di saggistica dalle lingue inglese e francese, dopo un’esperienza a Radio Popolare di Milano è stata capo ufficio stampa del sindacato dei metalmeccanici Fim-Cisl di Milano e nazionale. Ha collaborato e collabora con il quotidiano nazionale dell’organizzazione, con il suo supplemento culturale, con il quotidiano «il Manifesto» e con altre testate. Ha tradotto libri di saggistica per alcune delle maggiori case editrici (La Nuova Italia, Mondadori, Longanesi, Franco Angeli, Edizioni di storia e Letteratura, De Donato, Liguori e per la piccola editoria (Pratiche, Librirossi). Fra le ultime traduzioni figurano Brandeis, I soldi degli altri e come i banchieri li usano e E. Roosevelt, Elogio della curiosità (Edizioni di storia e Letteratura 2014 e 2017); Michael Griffiths e John Lucas, L’economia del valore, Mondadori 2020. È autrice di Eleanor Roosevelt. Una first lady per il mondo, presentazione di Furio Colombo, Edizioni di Storia e Letteratura 2021, che sarà presentato a “Feminism”, Fiera del libro delle donne, Roma, il 29 settembre 2021 con Norma Rangeri, direttrice di «il Manifesto».

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