“Educarsi alla disabilità” di Rosario Rito

Educarsi alla disabilità, Rosario RitoEducarsi alla disabilità
di Rosario Rito

Nel suo pregevolissimo testo, Rosario Rito sviluppa una vera e propria “pedagogia della disabilità”, lucida e schietta, chiedendoci di rifuggire il pietismo e la commiserazione: «In coloro che noi chiamiamo ‘Disabili’, si ha sempre il timore della troppa compassione o della falsa ‘tenerezza’ consolatrice».

Il libro prende le mosse sin dalla scoperta che il genitore fa della disabilità del figlio: «Un figlio è sempre il simbolo della realizzazione dell’amore di coppia, dell’unificazione fra Essere ed Esseri» ma, talvolta, «la gioia del proprio figliare può trasformarsi in una forte e amara delusione».

È proprio quello che avviene quando si scopre che il proprio figlio sarà portatore di qualche disabilità. Secondo l’Autore, la causa, spesso, è da ricercarsi nel fatto che «ogni futuro genitore identifica l’insieme della personalità nascente con la propria: il bambino diventa così l’immagine ideale di quello che egli avrebbe dovuto essere per loro e non è stato».

Educarsi alla disabilità
  • Rito, Rosario (Autore)

La cultura della performance che permea oggi come nel passato l’ambiente sociale rende tutto più difficile. Rito ci ricorda che «nell’antica Sparta era di fondamentale importanza nascere perfettamente sani e forti, poiché prima di essere considerati uomini si doveva essere buoni soldati».

Di fronte alla tara fisica di una persona amata, molti scelgono di rivolgersi al trascendente in cerca di spiegazioni: «Molto spesso il giudicare la nascita dell’uomo o dei disabili come un progetto di Dio, ci fa dimenticare le vere cause per le quali si possono verificare questi tipi di nascite come, ad esempio, fatti casuali, sbagli di medici, qualcosa andato male durante la gravidanza o durante il parto e così via.» Sorge allora la domanda: «Le persone innocenti, dunque, soprannominate ‘Disabili’, sono o no anch’esse progetto di Dio?»

In realtà, il dolore svolge una funzione educativa fondamentale nelle nostre vite: «ogni uomo in sé ha sempre un po’ di egocentrismo. È sufficiente un po’ di sofferenza in più per metterlo in difficoltà e fargli invertire il suo pensiero verso la vita». Chiosa Rito: «In qualunque essere umano, la sofferenza è come un semaforo rosso: ci dà l’alt per riflettere sul significato della nostra esistenza, sul perché viviamo e che cosa veramente desideriamo.»

L’Autore ci ricorda allora che «pur nel dolore anzi, soprattutto nel dolore, si può amare e rispettare la vita. La si può apprezzare e si può assaporare la gioia che viene dal sentirci partecipi della vita degli altri, sia nella sofferenza sia nella gioia.»

Quello che siamo chiamati a fare è dunque prendere coscienza che «ogni uomo, è lui stesso significato del proprio esistere.»

Spesso, è proprio il suo ambiente familiare a non saper riconoscere l’umanità del disabile, «il quale, non avendo l’aiuto necessario dei familiari per il raggiungimento dei propri desideri, si costruisce un mondo e un ragionamento tutto suo che, pian piano, lo conducono automaticamente a quella falsa credenza d’essere tanto diverso da non essere capito da nessuno e perciò impedito a raggiungere la realizzazione del proprio Io. Stato d’animo che si aggrava quando vi è la consapevolezza che proprio coloro che gli stanno più vicino nutrano le maggiori perplessità.»

Sono i genitori stessi, infatti, che spesso alimentano l’infelicità: la «grande amarezza e pena iniziale, nel senso che l’aver avuto un figlio disabile, seppur involontariamente, conduce i genitori a una profonda cecità nei suoi confronti, rischiando di fare di loro, a volte, i promotori della mancata realizzazione del figlio. La cecità causata dalla pena e dalla delusione comporta nei familiari una visione non completa delle potenzialità vitali che possono sussistere nel figlio disabile.»

«In parole più semplici: se una famiglia diventa l’ostacolo principale dei sogni di un giovane disabile, senza verificarne le capacità per poi stabilire se esista un giusto modo per realizzare quel suo sogno o obiettivo che sia, è quasi certo che per lui diventerebbe il primo e il più grosso intralcio da superare poiché un nucleo familiare intimorito dalle difficoltà del proprio generato è equivalente al più grosso nemico della realizzazione di un uomo.»

Ci ricorda Rito: «Non si può giudicare un disabile da ciò che non può fare: bisogna invece appoggiarlo a superare le proprie difficoltà per tradurre in realtà tutto ciò che può realizzare» perché «solo ed esclusivamente lui stesso può essere futuro del proprio futuro».

Per questo è fondamentale che «sin da bambino, la famiglia inserisca il figlio portatore di disabilità fra i suoi coetanei ‘normali’»: «Se un bambino cresce con l’idea chiara di essere un po’ ‘diverso’ dagli altri bambini, da grande non si sentirà schiavizzato sul lato psicologico ed emotivo dal proprio stato differente o reale. È perciò molto errato aspettare l’ora che cresca e si renda conto da solo della propria realtà. Anche, e in particolar modo, i bambini hanno bisogno di educarsi alla loro realtà fisica e sociale per evitare che da grandi possano nutrire un sentimento d’inferiorità nei confronti degli altri e cadere nell’errore di essere soltanto dei diversi.»

È fondamentale non dimenticare che «dietro a un qualunque tipo di handicap si nasconde la percettività di un Essere alla ricerca del suo vivere»; Rito ci ricorda infatti che «anche un figlio disabile può realizzarsi» mentre invece, assai spesso, accade che «un genitore si sente tanto inutile da sembrargli troppo poco ciò che il figlio riceve da lui poiché semplicemente amarlo significa spingerlo, insieme alla sua carrozzella, verso quel cammino per divenire ed essere un semplice se stesso.»

Se il «genitore non acquista, almeno in minima parte, questa gran forza interiore, rischia di diventare, nonostante tutti i suoi buoni propositi, un collaboratore di quel tormentoso e angoscioso assillo di sentirsi inferiore, inutile e solo del figlio; insomma, sentirsi un Essere inesistente».

«Anche il disabile ha in sé il Diritto-Dovere di sentirsi vivo e partecipe del vivere sociale o partecipativo, soprattutto in quei duri momenti in cui avverte con molta più accentuazione la propria menomazione e quell’incubo ‘terribile’ di non essere una persona come le altre, in quanto non si sente accettato e amato come un qualsiasi altro individuo.»

«Il soffermarsi solo sulla visione del corpo o sulle inabilità del soggetto, significa anche non saper entrare in una dimensione nuova la quale ci fa sentire l’Essenza della presenza spirituale e gioiosa dell’altro».

Anche il disabile, come ogni essere umano desidera, «sentirsi membro sociale e conviviale nell’ambito della società in cui vive».

Solo così è possibile conseguire quella che Rito chiama «la Patente del saper Convivere con gli altri», che «si acquisisce con l’accettazione del prossimo nella sua integrale entità. È una Patente che porta il nome Amare, costituita e valorizzata dall’Accoglienza.»

Conclude Rito: «Amare a misura d’uomo significa credere nella diversità degli altri, credere che dietro a ogni raffigurazione umana si nasconde una Sensibilità, un cuore che palpita quando si sente amato, rispettato per ciò che è e non per ciò che ha, per l’uomo che è e non per ciò che può rappresentare in quanto, se veramente esiste un qualcosa che nell’amore può e deve essere rappresentato, non è la figura dell’individuo ma il rispetto e l’etica morale verso l’uomo stesso.»

L’Autore

Rosario Rito è nato a Vibo Valentia il 18/10/1958. Affetto da paresi spastica, inizia a scrivere da giovanissimo. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: Fratello (1981), Momenti (1983) e nel 1999 Ciao Amico – Fratello, ti confido i miei momenti che le raggruppa tutte, oltre che delle nuove. Nel 1994 pubblica Sete di uguaglianza, commedia teatrale in tre atti e nel 2010 Gesù il Pescatore (ed. Luigi Pellegrini). Ancora nel 2016 Labirinti 1. Funzione e destrezza soggettiva tra scontato e cogito. Educarsi alla disabilità viene stampato nel 2001 e, a vent’anni precisi, nel 2021, ottiene una seconda ristampa.

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