Ecologia urbana, Simone FattoriniProf. Simone Fattorini, Lei è autore del libro Ecologia urbana edito da EDIESSE: cosa studia l’«ecologia urbana»?
L’ecologia urbana è lo studio delle città dal punto di vista ecologico. In generale, l’ecologia può essere definita come lo studio delle relazioni che gli esseri viventi hanno tra loro e con l’ambiente. Si parla quindi di ecologia urbana quando l’ambiente in questione è quello rappresentato dalle città. L’ambiente urbano differisce da quelli naturali per la massiccia presenza della specie umana, che ne condiziona largamente la struttura e il funzionamento, a tal punto che siamo portati a considerarlo qualcosa di completamente artificiale. Ciò, sotto molti aspetti, è senz’altro vero. Basti pensare ai flussi di energia e materia. Mentre negli ecosistemi naturali la materia viene costantemente riciclata, le città sono sostanzialmente attraversate da flussi quasi a senso unico. Le città usano materia ottenuta prevalentemente dall’esterno, spesso da regioni molto distanti da quelle in cui si trovano (nelle grandi città affluiscono quantità immense di prodotti di ogni tipo provenienti da ogni parte del mondo), e hanno capacità di riciclo limitate (come testimonia il problema della gestione dei rifiuti). Inoltre, le città usano molta più energia degli ecosistemi naturali, e tale energia deriva essenzialmente da combustibili fossili, mentre gli ecosistemi naturali usano l’energia solare. D’altra parte, questo non significa che le città non possano essere studiate secondo i modelli dell’ecologia. Il fatto stesso che stiamo sottolineando queste differenze lo dimostra.

Inoltre, per quanto ad uno sguardo superficiale le città possano sembrare ambienti assai poveri di elementi naturali, ciò non è affatto vero. Quando si pensa agli animali o alle piante che vivono in città, si è portati a credere che si tratti di poche specie, per lo più legate all’uomo, come cani, gatti, piccioni, ratti, blatte, gli alberi dei viali, ecc. Ma basta un attimo di riflessione per rendersi conto che le città sono spesso ricche di spazi verdi di ogni dimensione e che una semplice passeggiata può portarci ad incontrate un numero enorme di specie di piante ed animali. Quante farfalle diverse visitano i fiori dei nostri balconi, dei giardini, delle aiuole, dei parchi urbani? Quanti uccelli popolano ogni angolo della città, anche quelli apparentemente più ostili? A Roma, solo per fare un esempio, sono state osservate all’incirca 60 specie di farfalle, 80 specie di uccelli nidificanti, e 1300 specie di piante. Nel solo Central Park, a New York, sono state trovate 362 specie di piante. Una quantità enorme di specie che contribuiscono a rendere le città ecosistemi estremamente complessi. D’altra parte, gli ecosistemi urbani sono anche molto mutevoli, e la fauna e la flora urbana mostrano elevati tassi di turnover nella composizione in specie: nuove specie arrivano, altre si estinguono.

Quando è nata e come si è sviluppata l’ecologia urbana?
Volendo estremizzare, si potrebbe dire che l’ecologia urbana è nata con la nascita stessa delle città. I mitici giardini pensili di Babilonia, se mai sono realmente esistiti, sarebbero un esempio di progettazione di giardini urbani risalente a oltre ottomila anni fa. Problemi come quelli della gestione dei rifiuti solidi e delle acque luride hanno poi ovviamente caratterizzato da sempre lo sviluppo delle città. D’altra parte, l’ecologia urbana, intesa come scienza, è piuttosto recente. Sebbene osservazioni scientifiche sulla flora e la fauna delle città possano trovarsi anche in opere molto antiche (la vegetazione ruderale che cresceva sul Colosseo fu oggetto di uno studio già nel 1600), direi che l’ecologia urbana, come applicazione dei metodi e dei principi dell’ecologia all’ambiente urbano, ha cominciato a strutturarsi solo verso la metà del Novecento. Negli Stati Uniti l’ecologia urbana si è sviluppata soprattutto come studio dei flussi di energia e materia che attraversano le città e del loro impatto sull’ambiente naturale, mentre in Europa è prevalsa l’attenzione all’analisi della diversità biologica che le città possono ospitare o minacciare. Come l’ecologia in generale, anche l’ecologia urbana costituisce comunque una scienza di sintesi, in cui convergono ambiti di ricerca tra loro assai diversi. Sicché, per riprendere la domanda di prima (cosa studia l’ecologia urbana?), rientrano nello studio dell’ecologia urbana temi che vengono affrontati con i principii, i metodi e gli obiettivi propri di discipline come la geografia, l’urbanistica, l’architettura del paesaggio, l’ingegneria dei trasporti, l’economia, la biologia della conservazione, la sociologia, la medicina e la psicologia. Basti pensare a come siano interconnessi la pianificazione dello sviluppo urbano, la gestione del traffico, l’impatto dell’inquinamento sulla salute, le prospettive di crescita economia e, in generale, i livelli di benessere dei cittadini. Tutti questi aspetti hanno portato l’ecologia urbana a svilupparsi in un’ampia varietà di approcci, e questo libro vuole provare proprio a riassumerli e ricomporli in una visione organica.

Quali caratteristiche rendono le città ecosistemi mutevoli e complessi?
Su tempi più o meno lunghi praticamente tutti gli ecosistemi subiscono trasformazioni. Rispetto ad altri ecosistemi, però, le città sono particolarmente mutevoli, in quanto plasmati dall’attività umana. I processi di urbanizzazione trasformano infatti continuamente il paesaggio di una città e dell’ambiente circostante. Non solo le città si espandono, distruggendo i preesistenti ecosistemi agricoli o più meno naturali, ma anche l’ambiente più profondamente urbanizzato non cessa mai di cambiare. Si pensi a come anche le aree edificate più vecchie subiscano processi di radicale trasformazione a seguito dell’abbandono o della riconversione.

Per quanto riguarda la complessità degli ecosistemi urbani, questa deriva essenzialmente dal fatto che le città sono mosaici di ambienti tra loro diversissimi. Una città, oltre agli spazi edificati o occupati da infrastrutture, ospita infatti una moltitudine di spazi verdi a diversi gradi di naturalità. Alcune tipologie sono completamente artificiali, come molti giardini pubblici o privati, ma altre sono frammenti più o meno estesi di ambienti naturali, a volte di notevole valore conservazionistico. Aiuole, filari di alberi, argini di fiumi, laghetti, parchi urbani di ogni forma ed estensione contribuiscono a creare una rete fittissima di componenti biologiche. Per una farfalla urbana, anche un vaso di fiori può rappresentare un elemento prezioso per la propria sopravvivenza nella “giungla di cemento”.

Quali sfide pone all’umanità del terzo millennio la sempre crescente urbanizzazione?
Per la prima volta nella storia dell’umanità, a partire dal 2007, vivono più persone nelle città che nelle campagne. Se in alcune aree, come in gran parte d’Europa e del Nord America, la percentuale di popolazione urbana si mantiene ormai stabile o presenta persino fenomeni locali di contrazione, in gran parte del mondo, soprattutto nei paesi a reddito medio-basso, l’urbanizzazione procede a ritmi elevatissimi. Si calcola che nel 2050, quando la popolazione mondiale supererà i 9,5 miliardi, circa 6,3 miliardi di persone (cioè il 66%) risiederanno nelle città. Ci aspetta quindi un mondo sempre più urbanizzato, con un crescente numero di megalopoli, città con oltre 10 milioni di abitanti. Tali gigantesche concentrazioni di individui fanno sì che l’impronta ecologica delle città, cioè la quantità di risorse che esse consumano, prelevandole spesso da fonti lontane, sia enorme, persino centinaia di volte più estesa dell’area urbanizzata. Le città sono inoltre immense sorgenti di inquinamento. Anche in questo caso, non conta solo l’inquinamento prodotto direttamente dalla città (come i gas di scarico delle automobili), ma anche quello generato dalle attività necessarie a sostenerla (si pensi, ad esempio, all’inquinamento prodotto dagli impianti necessari a rifornire i centri urbani di energia elettrica). Sebbene il calore prodotto direttamente dalle città contribuisca in modo insignificante al cambiamento climatico, le città contribuiscono in modo preponderante alle emissioni globali di gas serra e quindi al surriscaldamento. Non stupisce pertanto che le città siano considerate una delle principali minacce alla conservazione della natura. Inoltre, la sempre maggiore concentrazione di persone nelle città provoca giganteschi problemi sociali ed economici. Lo sviluppo urbano acuisce spesso le ingiustizie sociali, genera ampie fasce di popolazione sempre più povera, malnutrita ed esposta alle malattie, e porta così a un aumento della criminalità, della violenza, della paura e dell’insicurezza. Tali iniquità urbane sono difficili da contrastare, in quanto la loro origine risiede spesso nei modelli stessi di sviluppo capitalistico. La spinta al continuo rinnovamento, propria del capitalismo moderno, comporta ad esempio una costante riorganizzazione strutturale delle economie delle città, e questo tocca più direttamente la vita delle persone più povere. Rispetto al passato, oggi vi è però una maggiore consapevolezza di questi problemi e si è cominciato a comprendere in maniera più profonda i legami che esistono tra gli aspetti socio-economici, sanitari ed ecologici dello sviluppo urbano. Il fatto che vi sia una crescente attenzione alle componenti ecologiche di tali disuguaglianze (sono in genere i più poveri a vivere nelle aree più inquinante e con meno spazi verdi), che si parli di “razzismo ecologico” e che siano attivi movimenti che si battono affinché questi problemi siano riconosciuti e affrontati, rappresenta un elemento nuovo e di grande importanza nel complesso quadro delle relazioni che esistono tra cittadini, urbanisti, ecologi, amministratori e politici.

In che modo è possibile far sì che l’urbanizzazione passi dall’essere mero fattore di minaccia a possibile strumento di conservazione della natura?
Come ho accennato, le città ospitano una notevole biodiversità. Le aree verdi urbane, opportunamente pianificate e gestite, possono rappresentare quindi uno strumento di grande rilievo per la conservazione della natura. Gli spazi verdi urbani svolgono poi numerosi servizi di base essenziali per la vita stessa dei cittadini e lo svolgimento delle loro attività. L’importanza economica di questi servizi è enorme e la loro salvaguardia dovrebbe diventare parte integrante nella pianificazione urbana. Consideri, a titolo di esempio, il contributo dato alla regolazione del clima urbano dall’ombra prodotta dagli alberi. È stato calcolato che a Chicago ogni singolo albero permette un risparmio annuo di 15 dollari per il raffrescamento, mentre a Pechino gli alberi consentono un risparmio energetico annuo nella regolazione del clima valutabile in oltre 12 milioni di dollari. La vegetazione svolge poi ruoli fondamentali nel ridurre i livelli di inquinamento. A New York, ad esempio, gli alberi purificano 1800 tonnellate di aria inquinata l’anno.

Inoltre, il fatto che le persone vivano sempre più nelle aree urbane, anziché essere diffuse in piccoli centri e nelle campagne, può favorire il contenimento dei consumi energetici, la riduzione dello sfruttamento delle aree naturali e agricole, e un abbassamento dei livelli di inquinamento globale. Ad esempio, le città consentono di concentrare infrastrutture (reti elettriche, idriche e fognarie, condotte del gas, sistemi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, trasporti, ecc.) che, se dovessero servire una popolazione più dispersa, avrebbero impatti ecologici ben maggiori. L’elevata concentrazione della popolazione nelle città permette enormi risparmi di energia elettrica e di carburanti usati per il riscaldamento e il trasporto, consente una migliore gestione delle acque e sottrae meno terreno alle aree naturali. Poiché i tassi di fecondità nelle città sono minori che nelle campagne (in città si fanno meno figli), l’espansione urbana può svolgere un ruolo importante anche nel frenare la crescita demografica globale. Far diventare le città luoghi migliori in cui vivere e meno devastanti per l’ambiente naturale, valorizzando il ruolo degli spazi verdi, minimizzando i consumi e riducendo gli impatti, non solo è possibile ma, con oltre metà della popolazione mondiale che vive nei grandi centri, rappresenta oggi un obiettivo prioritario per la nostra stessa sopravvivenza.

Simone Fattorini (1972) è professore di Ecologia presso l’Università dell’Aquila. Si occupa prevalentemente dello studio dei fattori che regolano l’abbondanza e la distribuzione geografica delle specie. La sua attività nella conservazione biologica riguarda soprattutto la protezione degli insetti. È autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche e i suoi studi di ecologia urbana sono famosi in tutto il mondo. Collabora con numerosi gruppi di lavoro, enti pubblici e organizzazioni per la protezione della natura in Italia e all’estero.

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