Ecologia della parola. Il piacere della conversazione, Anna Lisa TotaProf.ssa Anna Lisa Tota, Lei è autrice del libro Ecologia della parola. Il piacere della conversazione edito da Einaudi: quale dimensione ha assunto nella nostra società l’inquinamento verbale?
L’inquinamento verbale è molto esteso e spesso non ce ne rendiamo conto, cioè non lo riconosciamo, quando lo sentiamo o quando siamo noi stessi a produrlo. Siamo molto più consapevoli dinnanzi ad altre forme di inquinamento: ad esempio, rispetto a ciò che mangiamo, all’acqua che beviamo, all’aria che respiriamo. Tuttavia, erroneamente crediamo che le “male parole” producano effetti minimi e non duraturi sulle persone che le subiscono. In questo libro documento e ribadisco che non è affatto così, con tanti esempi concreti in grado di aiutare il lettore e la lettrice a riconoscere le forme patologiche della comunicazione in cui si imbatte.

Alla luce di quanto sta succedendo con la pandemia del Coronavirus, possiamo applicare i principi ecologici che Lei descrive anche al discorso pubblico?
Mentre rispondo a questa intervista siamo tutti in quarantena, chiusi nelle nostre case per evitare il contagio da Coronavirus. Siamo in lutto nazionale, senza parole nel vedere in televisione i camion dell’esercito che portano via da Bergamo le salme dei nostri connazionali. In questi giorni “siamo tutti bergamaschi”, “cremonesi”, “piacentini”. In queste condizioni così estreme, l’ecologia della parola non può riguardare soltanto le nostre conversazioni quotidiane che pur sono fondamentali, occorre un’ecologia del discorso pubblico che finora non abbiamo visto applicare. Del Coronavirus si è detto di tutto e di più: che era poco più di un’influenza, che colpiva “soltanto” gli anziani come se la loro vita valesse un po’ di meno, che occorreva un contatto per contagiarsi e che quindi bastava distanziarci socialmente. Ma è davvero così? A poco a poco trapelano informazioni diverse sulle modalità possibili del contagio e ciò produce confusione ed allarme sociale. In questo momento occorre ridurre al minimo l’inquinamento verbale sia dentro le case dove siamo confinati, sia nel discorso pubblico nazionale. Le informazioni effettive devono circolare. Abbiamo bisogno di una “comunicazione pubblica ecologica”.

Nel libro Lei afferma che “noi siamo le parole che pensiamo, pronunciamo e ascoltiamo”?
Perché esse ci formano e ci costituiscono letteralmente, come se fossimo creta da plasmare. Noi coincidiamo con l’idea che abbiamo di noi stessi e che viene quotidianamente riconosciuta o misconosciuta dagli altri. Siamo il flusso dei nostri pensieri, siamo le nostre convinzioni, quelle più profonde. Per questo motivo dobbiamo tutti imparare a ben parlare e a ben pensare.

Che rapporto esiste tra le parole e lo spazio?
È un rapporto di reciproca influenza. Lo spazio esiste là fuori, nel senso che è ovvio – come mi disse una volta Feyerabend, quando giovanissima lo intervistai – che una sedia esiste ed è là fuori, ma ciò che realmente ci interessa sono i significati che attribuiamo a “ciò che esiste là fuori”. Sono tali significati a renderci felici o infelici, a provocare in noi flussi di emozioni positive o negative.

Quali sono le molteplici patologie della comunicazione?
Sono numerosissime e nel libro sono dettagliatamente spiegate attraverso esempi tratti dalla letteratura, dal cinema e dalla vita quotidiana, in modo da offrire al lettore e alla lettrice un canestro di kata, che possano aiutarlo/a nella vita quotidiana a difendersi dalle conversazioni inquinanti.

Quali conseguenze produce l’inquinamento verbale?
L’inquinamento verbale – soprattutto se assimilato durante l’infanzia – produce nel soggetto che ne è vittima una predisposizione più elevata al disagio psichico. Inoltre, esso produce molto spesso soggetti che a loro volta si trasformano da inquinati ad inquinatori. Produce sofferenza, infelicità, dolore, mancanza di stima, depressione. Quante volte abbiamo sentito una professoressa rivolgersi malamente ad un suo studente? E quante volte abbiamo, invece, apprezzato una professoressa che parla con rispetto ai suoi studenti, che li stima, che fa sentire loro la passione per ciò che devono studiare?

In che modo possiamo conferire spessore alle nostre parole?
Pensando bene prima di parlare. Dandoci il tempo necessario per dare spessore alle nostre parole. Prestando cura a quello che diciamo. Evitando di reagire in modo inconsapevole alle parole dell’altro. Molto spesso è meglio tacere piuttosto che scaricare sull’altro le nostre “parole spazzatura”. Come scrisse una volta Alda Merini: “Prima di parlare con gli altri, addormenta la tua belva segreta.”

Anna Lisa Tota è professore ordinario di Sociologia della comunicazione presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università di Roma III e Gastprofessor all’Università svizzera di San Gallen. Fra le sue pubblicazioni: La città ferita. Memoria e comunicazione pubblica della strage di Bologna, 2 agosto 1980 (Il Mulino, 2002); Routledge International Handbook of Memory Studies (a cura di, con Trever Hagen, Routledge 2016).

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