Ecologia dei media. Manifesto per una comunicazione gentile, Fausto ColomboProf. Fausto Colombo, Lei è autore del libro Ecologia dei media. Manifesto per una comunicazione gentile edito da Vita e Pensiero: cosa significa guardare ai media con un approccio ecologico?
Guardare ai media in chiave ecologica significa due cose. In primo luogo, ispirandosi all’ecologia come scienza, vuol dire descrivere i media nel loro complesso, osservare la loro evoluzione e mettere in questione le loro conseguenze sulla vita dell’uomo. In questo senso le domande che si pongono sono: come si configura oggi l’ecosistema dei media? Quali sono le sue caratteristiche distintive rispetto ai suoi stadi prece­denti? Quale ruolo i media esercitano nel plasmare le norme e le consuetudini oggi, e quali forme comunica­tive tendono a prevalere attraverso essi?

In secondo luogo, in un’accezione meno scientifica ma ormai sdoganata nel linguaggio comune, significa adottare una prospettiva di cura dell’ambiente: se le conseguenze di un ecosistema vanno in una direzione mi­nacciosa o almeno pericolosa per la vita dell’uomo, la preoccupazione ecologica si concretizza in strategie e comportamenti che possano invertire la tendenza, e salvare la vita della nostra specie. Per quanto concerne i media e la loro recente evoluzione, si tratta di chie­dersi: possiamo immaginare di guidarli in una direzio­ne più proficua, che non si limiti a seguire le impronte del progresso tecnologico o delle leggi del mercato? E per quanto concerne la comunicazione umana: possia­mo salvarne la funzione originaria? Quali consapevo­lezze dobbiamo riattivare per giungere a questo obiet­tivo? E quale approccio di fondo possiamo utilizzare?

Quale evoluzione ha subito negli ultimi anni il sistema dei media?
Le trasformazioni dei media dalla loro nascita a oggi possono essere ben rappresentate come un succedersi di quattro ondate fondamentali che portano dalla na­scita della stampa industriale a oggi, sovrapponendosi progressivamente.

La prima ondata è quella della nascita dei media stampati da macchine, corrispondente al periodo dell’industrializzazione e al sorgere delle società mo­derne. Questo specifico tipo di industria si basa sulla comparsa di soggetti di intermediazione (gli editori) e sulla diffusione anche fra le classi popolari di stili di fruizione ispirati a quelli della borghesia, classe sociale in piena ascesa. In particolare i giornali, primi autenti­ci media moderni, nascono come luoghi di costruzio­ne conversativa di opinioni, e svolgono un ruolo fondamentale nella nascita delle democrazie rappresentative.

La seconda ondata è costituita dei grandi media istantanei e audiovisivi, anticipata nell’Ottocento dal telegrafo e poi materializzatasi nel cinema, nella radio e infine nella televisione. Dapprima guidati e sapientemente utilizzati dai regimi totalitari, questi mezzi svolgono poi un ruolo fondamentale anche nelle democrazie post-belliche, sviluppando da un lato funzioni socializ­zanti e didascaliche, dall’altro nuove forme di intratte­nimento basate su appuntamenti fissi e specifici rituali di consumo. I nuovi intermediari e i nuovi pubblici sono in una prima fase rispettivamente le istituzioni e i cittadini. In una seconda fase i grandi soggetti eco­nomici (le imprese) e i consumatori, di cui radio e te­levisione (ma anche, al loro traino, cinema e stampa) cercano di intercettare i gusti anziché guidarli.

La terza ondata è segnata dall’impatto dell’informatizzazione sulle tecnologie e sui media (a comincia­re dal versante produttivo). La stampa è la prima a risentire delle novità della trasformazione del segnale analogico in segnale binario, ma la vera protagonista di questa ondata è la rete, luogo utopico e reale della condivisione globa­le. Dopo i primi esperimenti relativamente modesti, la nascita di internet come rete delle reti rende sem­pre più plausibile il sogno della disintermediazione, in cui i tradizionali colli di bottiglia costituiti dai grandi media tradizionali lasciano via via spazio a nuovi sog­getti digitali e a reti di cittadini sempre più orientati all’espressione e alla partecipazione. La na­scita della rete si accompagna a due grandi stanchez­ze: quella verso i sistemi politici usciti dalla Seconda guerra mondiale (il 1989 vede la caduta del Muro di Berlino e la fine della geopolitica dei due grandi bloc­chi contrapposti nella Guerra fredda) e quella verso i media tradizionali, con le loro opacità e la loro mo­nodirezionalità.

L’esplosione della bolla speculativa di internet (2000) e poi l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre (2001) segnano l’inizio della quarta ondata.

Da un lato, si attua il completamento della conver­genza tecnologica con la digitalizzazione dei media tradizionali, dalla discografia al cinema, dalla radio alla televisione, dal giornalismo all’editoria libraria. Inoltre, il web da un lato e le app dall’altro consen­tono la fruizione online di contenuti che fino a poco prima erano ancora appannaggio delle grandi filiere dei ‘vecchi’ mezzi. Questa migrazione ha favorito la definitiva saldatura fra media e telecomunicazioni, con le infrastrutture di rete che un canale di distribuzione di ogni tipo di contenuto. Dall’altro lato, la digitaliz­zazione utilizza finalmente su scala di massa uno stru­mento appartenente alla storia della computer science e finora rimasto nelle retrovie della ricerca nelle sue forme più avanzate e d’élite: l’intelligenza artificiale. Fin da quando è nato, il cosiddetto web 2.0 è infatti ba­sato sul funzionamento degli algoritmi e sulla loro ca­pacità di leggere i comportamenti degli utenti. Come scrivono van Dijck, Poell e de Waal, una piattaforma (come Facebook, Airbnb o Uber) «è un’architettura programmabile progettata per organizzare le intera­zioni tra utenti».

Quali effetti produce sulla vita sociale l’ecosistema comunicativo?
È inevitabile che i media impattino sulla nostra vita su diversi piani, e che pon­gano questioni per così dire di eccesso, di inquina­mento. Accade, insomma, ai media quello che accade ad altre innovazioni tecnologiche del nostro presente, il cui esempio perfetto è la plastica: scoperta positiva e capace di rivoluzionare la vita sociale oltre che l’inte­ra filiera industriale, oggi però rischiosa a causa della grande diffusione, della non biodegradabilità, della difficoltà del riciclo, al punto che una riduzione della produzione diviene una strada necessaria, così come lo è la ricerca di nuovi materiali con vantaggi simili a quelli della plastica ma con minore impatto ecologico.

La pluralità di ‘punti di impatto’ dell’ecosistema delle piattaforme sulla nostra società e la nostra vita (dalla materialità del nostro ambiente all’immaterialità del nostro universo simbolico e delle nostre relazioni co­municative) fa comprendere la complessità della que­stione ecologica che esse pongono, e la possibile natura inquinante che esse possono assumere se non governa­te da strategie culturali e politiche. Questa sensibilità ‘ambientalista’, che oggi sta assumendo contorni sem­pre più urgenti, è in realtà già diffusa, soprattutto in alcuni settori e segmenti (i pensi, per esempio, alla riflessione – in atto già da un paio di decenni – sulle conseguenze profonde dei meccanismi digitali di sorveglianza sulle forme del potere nella società). anche se non è ancora stata riportata a un comune approccio condiviso.

In che modo la pratica di un’ecologia dei media si riverbera sulle relazioni interpersonali e il rapporto con il mondo?
Bisogna tenere conto che l’impatto dei media si esercita su almeno quattro dimensioni: la prima è quella materiale/oggettuale (cavi, antenne, ripetitori e satelliti fanno parte del pa­norama urbano e non; il computer o lo smartspeaker sono insediati nella nostra casa, il tablet ci segue e si colloca negli spazi interni o esterni che via via abitia­mo durante la giornata). Come oggetti funzionali, i media consumano e inquinano, e l’attenzione ecologica che li deve circondare non può sottovalutare questo aspet­to e guidare strategie di contenimento.

La seconda dimensione dei media è quella strumen­tale: le piattaforme eccedono i media stessi, offrendosi come strumento di organizzazione della nostra esistenza, agendo sia come segretari, sia come mezzi per accedere ai contenuti o per relazio­narsi con gli altri, e come tali ri-plasmano le forme stesse della comunicazione. La disponibilità di stru­menti per interloquire con i nostri amici o conoscenti ha via via riarticolato il nostro senso del tempo, e in fondo anche il galateo quotidiano. Di­venta così cruciale educare i comportamenti attraverso scelte precise, non fondate solo su ragioni di convenienza economica, e orientare lo sviluppo delle piattaforme. La terza dimensione è quella propriamente di conte­sto, che riguarda i media in quanto capaci di ospitare la comunicazione e darle forma, e che ci richiede una riflessione sui cambiamenti imposti dal passaggio dall’offline all’online, e dalle nuove regole di serietà e rispetto che questo passaggio dovrebbe comportare.

La quarta dimensione riguarda infine i contenuti e la loro trasmissione e ha a che vedere con la più generale eredità culturale, intesa come grande memoria collet­tiva. Dopo una lunga stagione in cui i media hanno ar­ticolato la propria offerta nel tempo – attraverso usci­te e palinsesti – oggi il formato principale con cui le piattaforme offrono i contenuti è quello del menu on demand, all’interno del quale gli utenti selezionano i contenuti che preferiscono. Apparentemente la logica del menu rende gli utenti più liberi e meno sog­getti al gatekeeping degli abituali intermediari (come le media companies tradizionali), ma è anche vero che spesso tali menu sono customizzati in base alle scelte già compiute, per cui ciascun utente viene inserito in un cluster che tende a costruire per lui una specifica rotta di navigazione del menu, e a trasformare in dati ogni scelta compiuta. Anche qui si tratta dunque di comprendere a fondo come riarticolare le nostre logiche culturali accettando i guadagni ma riducendo le perdite simboliche sempre possibili.

Come è possibile promuovere una rinnovata sensibilità etica nell’uso dei media?
Occorre innanzitutto guardare in faccia le grandi sfide che – anche in tempo di pandemia – continuano a fronteggiare un approccio ecologico: la diffusione crescente di post-verità e il dilagare dell’aggressività online nel campo della politica e delle relazioni umane.

Istituzioni, associazioni dal basso, semplici cittadini e ultimamente anche le piattaforme social tentano di ridurre i due fenomeni, spesso evocando implicitamente le filosofie della cortesia comunicativa messe a punto soprattutto negli anni Settanta.

Tuttavia io credo che possiamo e dobbiamo fare di più, guardando alle ragioni profonde che devono muovere le nostre consapevolezze comunicative. Chi comunica male, diffonde falsità o aggredisce gli altri non soltanto avvilisce i suoi interlocutori, ma rinuncia a una componente preziosa della sua stessa umanità.

Quali principi ispirano il ‘manifesto per una comunicazione gentile’ che Lei presenta nel libro?
Intanto, al di là delle analisi del linguaggio e dei complessi studi che continuiamo a compiere sulle forme dell’interazione fra persone, la comunicazione umana presenta un’evidenza lampante: essa definisce l’appartenenza alla nostra specie, che proprio nel suo modo di comunicare diverge completamente dalle altre specie animali. Fin da bambini, addirittura fin da prima della nostra nascita, sentiamo la presenza dell’altro. Nel ventre della madre riceviamo segna­li dei suoi stati d’animo. Possiamo dire che la prima comunicazione che riceviamo dall’‘altro da noi’ – dal mondo che ci accoglie e che ci aspetta – è un dono, che riceviamo senza merito e senza aspettative. Questa apertura originaria a un altro come noi eppure diver­so (la madre) e a un mondo a cui veniamo si sostanzia poi, nella vita, in una consapevolezza profonda: quel­la di una specie che non pensa se stessa solo nel pre­sente, ma anche in una temporalità che trascende la sua attuale esistenza. Siamo l’unica specie capace di pensare al di là della contingenza degli individui, e la trasmissione da parte di ogni generazione alle gene­razioni seguenti, così come la consapevolezza dell’e­redità (in termini di sapere acquisito) ricevuta dalle generazioni precedenti, è un suo elemento definitorio e costituente.

Le crescenti acquisizioni scientifiche e tecniche non sono spiegabili senza questo dato di fondo, così come non lo sono la nostra curiosità per la storia, la passione per classici scritti secoli fa, la volontà di in­terpretare e immaginare un futuro che non ci vedrà fra i suoi abitanti: pensiamo il nostro essere umani come appartenenza a una grande collettività che attraver­sa il tempo seguendo le tracce di chi ci ha preceduto, e lasciandone per chi deve venire. La comunicazione non è solo strumento di questo istinto di specie, ne è anche, per così dire, l’incarnazione, e in questo senso è vero che non possiamo non comunicare.

È lecito dire, insomma, che la comunicazione è la nostra prima esperienza di individui, e anche il nostro mandato come appartenenti alla specie: ciò le assegna un valore prezioso, e la sua qualità è evidentemente un problema cruciale oggi come ieri.

Fausto Colombo è professore ordinario di Teoria della comunicazione e dei media presso l’Uni­versità Cattolica del Sacro Cuore, dove dirige il Dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo. Tra le sue pubblicazioni, ri­cordiamo in particolare: Il po­tere socievole. Storia e critica dei social media (2013). Per Vita e Pensiero ha pubblicato tra l’al­tro Gli archivi imperfetti (1986) e Imago Pietatis. Indagine su fotografia e compassione (2018). È membro dell’Academia Europaea.

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