Professor Barbiero, Lei è autore del libro Ecologia affettiva. Come trarre benessere fisico e mentale dal contatto con la Natura[1], pubblicato per i tipi di Mondadori: cos’è e di cosa si occupa l’ecologia affettiva?
Ecologia affettiva. Come trarre benessere fisico e mentale dal contatto con la natura Giuseppe Barbiero L’ecologia affettiva è il settore dell’ecologia che si occupa delle relazioni che gli esseri umani instaurano con il resto del mondo vivente. L’ecologia affettiva si propone di studiare tutti i tipi di relazione – emotive e cognitive – che intratteniamo con la Natura, sia che abbiano una matrice filogenetica, come la biofilia, sia che abbiano una matrice ontogenetica che attiene allo sviluppo dell’intelligenza naturalistica.

Biofilia e intelligenza naturalistica sono i presupposti fondamentali dell’ecologia affettiva.
La biofilia è l’amore per la vita e per tutto ciò che la ricorda. Come ha osservato il grande biologo americano E.O. Wilson, essa si manifesta nella tendenza a farsi attrarre dalle creature viventi e, in alcuni casi, ad affiliarvisi emotivamente. La biofilia è innata, ma non è istintiva. Ha una lunga storia evolutiva e consiste di un complesso di “regole di apprendimento” forgiatesi nelle savane africane agli albori dell’umanità, che ancora oggi presiedono alle nostre preferenze per gli ambienti e alla nostra intima relazione con la Natura. L’intelligenza naturalistica invece è definita come l’abilità di riconoscere gli organismi viventi e gli oggetti naturali e di averne cura interagendo a diversi livelli con essi. Biofilia e intelligenza naturalistica possono essere visti come i due poli di un percorso di educazione ambientale. La biofilia rappresenta l’energia psichica che nutre la nostra relazione con la Natura. L’intelligenza naturalistica è la realizzazione delle potenzialità biofiliche che si manifesta nella capacità di attenzione e di empatia con il mondo naturale e che ci permette di dare forma a relazioni efficaci e gratificanti con la Natura.

Quale ruolo riveste la concezione della Terra intesa come Gaia, la Madre Terra?
Gaia, la Madre Terra, è allo stesso tempo un mito, un’ipotesi scientifica e uno strumento concettuale al servizio di un’ecologia profonda. La Madre Terra è un archetipo profondamente radicato nella nostra psiche, presente virtualmente in tutte le culture, fin dai primordi del Neolitico. Nella cosmogonia greca antica Gaia (Γαiα) o Gea (Γῆ) è l’iniziatrice della vita: da essa discendono gli dei olimpici e tutte le creature viventi. Gaia si rinnova ad ogni ciclo stagionale: è sempre vergine e sempre feconda. Conosce i misteri della vita e della morte: Gaia è una dea della sapienza (σοφία). Gaia si rivela in molte epifanie, come ad esempio Demetra, il cui nome stesso (Δημήτηρ) attesta questa risonanza. Demetra, assieme alle sue altre identità di Persefone e di Kore, è al centro dei Misteri Eleusini, gli antichi riti religiosi che celebravano i cicli stagionali della vita: dal risveglio in primavera di Kore, la dea-fanciulla della vegetazione al riposo invernale di Persefone, sposa di Ade e regina degli Inferi. È possibile rintracciare la stessa struttura del mito in molte culture diverse dai Celti, con l’epopea di Eire e Fodhla al mondo cristiano, dove Maria di Nazareth incarna la vergine, la madre e la sapienza.
Il mito di Gaia è stato preso a prestito per illustrare un’ipotesi scientifica che parte da un’osservazione banale e sorprendente allo stesso tempo: la biosfera produce effetti significativi e di lunga durata sulla composizione chimica dell’atmosfera e sulla temperatura di superficie della Terra. L’ipotesi di Gaia ha dato origine ad un intero campo di studi, la Geofisiologia, che considera la biosfera e le sue matrici (atmosfera, geosfera e idrosfera) un unico super-ecosistema. Infine Gaia è uno strumento concettuale al servizio di un’ecologia profonda. Le rocce, i minerali, l’acqua, l’aria, il suolo e i suoi invisibili abitanti, i funghi, le piante, gli animali: ogni creatura, vivente o meno, può contribuire a farci sentire a nostro agio nella casa comune, la Terra abitata. Siamo tutti figli di Gaia. Condividiamo tutti una lunghissima e ininterrotta storia evolutiva, che possiamo leggere nel nostro DNA che è la traccia comune a tutte le creature viventi della Terra. Sentiamo di appartenere non solo al genere umano, ma alla biosfera stessa. E noi, esseri umani, stiamo cominciando a prendere coscienza delle nostre responsabilità nei confronti di tutte le creature, responsabilità che derivano dall’essere la specie che conosce le altre specie.

Cosa ha evidenziato la ricerca sperimentale nel campo?
Nel libro Introduzione alla biofilia[2], la collega psicologa ambientale Rita Berto ed io riassumiamo oltre un decennio di studi e di ricerche sul campo che abbiamo condotto insieme nell’ambito dell’ecologia affettiva. Il nostro approccio è riconducibile alla psicologia evoluzionistica, anche se abbiamo utilizzato metodi e teorie della psicologia ambientale adattate ai temi della biologia evoluzionistica. In questo sta la nostra originalità: non abbiamo privilegiato la biologia sulla psicologia o viceversa. Abbiamo cercato di considerare il nostro rapporto con la Natura come il frutto sia della nostra storia evolutiva sia dell’esperienza che ciascuno di noi fa della Natura. Prendiamo ad esempio la questione della ricerca di un rifugio efficace. Per oltre 190.000 anni la nostra specie ha conosciuto un unico ambiente: la wilderness, un ambiente naturale non modificato in maniera significativa dalle attività umane. E nella wilderness abbiamo imparato a cercare un rifugio efficace. Generazione dopo generazione, le sensazioni di benessere e di sicurezza che offre un rifugio efficace si sono stratificate nella psiche umana. In particolare sentirsi al sicuro riduce l’ansia e soprattutto la necessità di utilizzare l’attenzione diretta, cioè la nostra capacità di attivare uno stato di allerta permanente. Questo è particolarmente importante perché, se sottoposta a richieste intense e prolungate, l’attenzione diretta si esaurisce e non è più possibile mantenere la concentrazione. L’attenzione diretta non può essere sostenuta a lungo. Un ritorno all’efficienza attentiva è possibile solo dopo un periodo di rigenerazione, che si ottiene mediante l’attivazione dell’attenzione involontaria, che non richiede sforzo alcuno, è resistente alla fatica e si attiva spontaneamente quando l’ambiente è rigenerativo. Confrontando le comunità umane del Paleolitico medio e superiore con le comunità umane di oggi, possiamo osservare che i rifugi migliori presentano sempre cinque caratteristiche: sono posti tranquilli, lontani da fonti di stress (being away), belli (fascination), dove poter mangiare, riposare, scambiare informazioni (coherence) mettere al sicuro il cibo, riparare gli attrezzi (scope) e dove è possibile essere come si desidera essere (compatibility). Disegni rupestri e pratiche funebri ci raccontano dei legami forti che queste piccole comunità avevano tra di loro e con il loro ambiente. Being away, fascination, coherence, scope e compatibility caratterizzano ancora oggi gli ambienti rigenerativi. Allora come oggi, il rifugio deve trasmettere un senso di sicurezza e di fiducia a cui associare emozioni positive. Noi stabiliamo un forte legame emotivo con i luoghi dove abbiamo vissuto momenti felici e dove torniamo sempre volentieri.

Come è possibile ristabilire la nostra personale connessione con Gaia e con il mondo vivente?
Quando ripetiamo l’antichissimo gesto di passeggiare a caso (wandering) riviviamo le stesse sensazioni di benessere che ci offre la Natura da centinaia di migliaia di anni. Mentre vaghiamo per i sentieri e per i boschi l’attenzione involontaria si posa spontaneamente e volentieri sui frutti, sui fiori, sulle erbe e sui funghi commestibili che amiamo raccogliere. La nostra mente si illumina all’incontro con il mondo selvatico: cervi, aquile, volpi. Le persone più dotate di biofilia, che hanno una profonda connessione con la Natura, riportano spesso di avere la sensazione di appartenere a quel determinato posto. Nella mente umana c’è quasi un’attesa di ciò che la Natura può offrire. E questa ‘attesa’ si manifesta continuamente nelle nostre preferenze ambientali, dalla scelta della seconda casa ai progetti per le nostre vacanze, e spiega perché in tutto il mondo durante il fine settimana colonne di abitanti urbani migrano verso i luoghi di villeggiatura rurali, preferendo, quando possono, luoghi wilderness. In verità, l’esperienza di immersione nella wilderness è profondamente rigenerativa. Nella wilderness, la Natura diventa il soggetto attivo rispetto all’essere umano. È la Natura che affascina l’essere umano. E l’essere umano che si lascia affascinare dalla Natura ne viene rigenerato. La Natura esercita un fascino così potente negli esseri umani che l’attenzione involontaria si attiva senza sforzo. È un meccanismo talmente atavico che possiamo supporre che la capacità di sviluppare una sensibilità alla fascinazione esercitata dalla Natura potrebbe essere una delle regole di apprendimento geneticamente determinate che caratterizzano la biofilia, considerato il vantaggio evolutivo rappresentato dall’accorciamento dei tempi di recupero dell’attenzione diretta. Se nel corso dell’evoluzione umana la selezione naturale ha favorito una predisposizione alla fascinazione, questa potrebbe essere coltivata con la mindfulness, la meditazione di consapevolezza. La wilderness è ciò che la Natura offre all’Uomo, la mindfulness è ciò che l’Uomo offre alla Natura. Entrambe mettono a riposo l’attenzione diretta e attivano l’attenzione involontaria. Forse il modo migliore di essere pienamente e responsabilmente umani passa da un forte e consapevole legame con la Natura.

[1] In questa intervista, useremo la parola “Natura” con la “N” maiuscola per indicare la biosfera e le matrici abiotiche dove essa prospera, al fine di evitare confusioni con la parola “natura” con la “n” minuscola, intesa come la qualità intrinseca di una creatura o di un fenomeno. Allo stesso modo useremo “Uomo” con la “U” maiuscola per indicare l’intera umanità ed evitare confusioni con la parola “uomo” con la “u” minuscola che useremo per indicare il genere maschile della nostra specie.
[2] G. Barbiero e R. Berto, Introduzione alla biofilia. La relazione con la Natura tra genetica e psicologia. Carocci, Roma, 2016, pp. 210.