Prof.ssa Danila Pescina, Lei è autrice, insieme a Marta Senesi e Monica Calderaro, del libro Dottor Disney e Mister Hyde: Il crimine nelle favole edito da Armando: qual è il lato oscuro dei classici di Walt Disney?
Dottor Disney e Mister Hyde: Il crimine nelle favole, Danila Pescina, Marta Senesi, Monica CalderaroQuesto lavoro a 6 mani è nato dalla volontà di studiare da un diverso punto di vista le favole della Disney con cui tutti noi siamo cresciuti e a cui ancora oggi fanno riferimento i bambini nei loro momenti più spensierati. La nostra riflessione è stata proprio di guardare al di la del “lieto fine” e di vedere quanto queste favole nascondano, in maniera più o meno velata, altri contenuti: ovvero un lato criminologico e psicopatologico.
Prima di tutto dovremmo ricordare che già diverse trame da cui i lavori Disney sono ispirati, prevedevano inizialmente dei finali piuttosto truculenti e sostituiti in seguito al lieto fine. Per fare un esempio possiamo fare un accenno alla versione originale de “La bella addormentata nel bosco” di Giambattista Basile: «un Re trova una fanciulla addormentata da una scheggia di lino, e abusa sessualmente di lei, la quale rimane incinta di due gemelli. Alla nascita dei piccoli, sarà proprio uno di loro a risvegliare la madre dal lungo sonno, dopo averle succhiato il dito ed estratto così la scheggia».
Inoltre dobbiamo considerare che i primi film di Walt Disney risalgono agli anni ’30 e pertanto nel corso degli anni vi sono stati dei normali cambiamenti in merito alle tematiche affrontate.

Confrontiamo la favola “Biancaneve e i sette nani” del 1937 con la favola di “Rapunzel” del 2010.
Biancaneve e i sette nani è il primo film Disney in cui viene affrontato il tema del narcisismo patologico; la Regina, matrigna di Biancaneve, è accecata dalla gelosia nei confronti della figliastra, tanto pura e incantevole da essere “la più bella del reame”. Saranno proprio il rancore e la vanità a spingere la Regina ad affidare ad un cacciatore il compito di uccidere la fanciulla e di portarle come dimostrazione il cuore della giovane, che diventerà simbolo della propria avvenenza. La Regina è costantemente occupata, in termini psicodiagnostici, in fantasie grandiose e idealizzate sul Sé, in un senso pervasivo di grandiosità e importanza, che la portano a svalutare l’altro in un continuo delirio di onnipotenza, oltre ad avere sviluppato una ridotta capacità di provare sentimenti profondi (tanto da non avvertire alcun rimorso di fronte al cuore fittizio di Biancaneve), assieme a emozioni labili e superficiali. È animata dalla convinzione di essere unica e speciale, ha un bisogno continuo di certezze e conferme, ed è per questo che ogni giorno interroga lo specchio magico, affinché la rassicuri sul suo primato in beltà. Ritiene ovvio, inoltre, ricevere favori esclusivi (come quello richiesto al cacciatore), avvantaggiandosi sugli altri, e raggiunge facilmente obiettivi a breve termine. Il narcisismo patologico si distingue anche per l’eloquio, poiché chi ne è affetto, parla in modo plateale, come se fosse dinnanzi ad un ampio pubblico, proprio come la Regina durante i suoi monologhi solitari e al tempo stesso imponenti, tipici dell’istrionismo che la circonda.

Alla luce dei lavori Disney odierni, è sicuramente evidente un mantenimento del contenuto narcisistico. Infatti in “Rapunzel” del 2010, vediamo un’ulteriore manifestazione di narcisismo patologico incarnato da Madre Ghotel: è una strega senza poteri, e la frustrazione per tale limite la spinge a cercare altrove la magia di un’eterna giovinezza. Quando scoprirà che l’elisir desiderato è sprigionato dai biondi capelli incantati della figlia del Re e della Regina, Madre Ghotel non esiterà a rapire la bambina e tenerla segreta al resto del mondo, affinché possa servirsi in modo esclusivo del suo prodigio. Pur di mantenere intatta e splendente la propria immagine, il personaggio finge con innata abilità di essere la vera madre di Rapunzel, saziando così la sete di compiacenza e grandiosità che da sempre le appartiene. Madre Ghotel delinea anche un’espressione di violenza che, nel corso degli anni, Disney ha saputo portare in scena in maniera più sottile. Non si parla infatti di aggressività fisica, poiché ciò che la strega conduce è un sagace gioco mentale, le cui regole prevedono l’inibizione e la segregazione di Rapunzel dietro l’interpretazione di una madre benevola e premurosa, che non esita a servirsi di sarcasmo pungente, ambigue affettuosità e mortificanti sensi di colpa insinuati sapientemente nella coscienza della ragazza. Ciò che risulta chiaro, dunque, è un distacco dei film più recenti da un prototipo di violenza pura e tradizionale, a favore di un quadro di torture psichiche e soprusi più prettamente strategici, e di una minoranza di crimini efferati.

Quali sono i principali disturbi e sindromi presenti nei capolavori Disney?
Nel libro vengono analizzati diversi tipi di disturbi e patologie tra cui: la Sindrome di Stoccolma (partendo dal film “La Bella e la Bestia”), la necrofilia (il bacio del principe di Biancaneve), la rarissima e sconosciuta Sindrome di Uner Tan (Tarzan), il disturbo da accumulo (nella Sirenetta), la disforia di genere (la principessa Mulan), e una parte relativa all’uso dell’ipnosi partendo dagli incantesimi dei personaggi Disney.

In che modo la prosopagnosia affligge i personaggi Disney?
In merito alla prosopagnosia il primo a darne un definizionefu Bodamer nel 1947, in riferimento all’incapacità di riconoscere volti familiari, pur risultando intatta l’abilità di abbinare facce sconosciute e percepire espressioni del viso.
Questa incapacità è possibile vederla in diverse favole della Disney. Giusto per fare due esempi possiamo ricordare quando, durante il gran ballo reale, la Matrigna vede Cenerentola ballare con il Principe ma non la riconosce. Vero è che Cenerentola si presenta con un meraviglioso abito ed un’acconciatura elegante, diversamente dal solito, ma appare insolito che la persona che vive abitualmente con lei possa non riconoscerla. O ancora, nella “Sirenetta” il principe Eric non realizza che la ragazza che incontra sulla spiaggia è la stessa a cui deve la vita per averlo salvato dalle intemperie del mare solo pochi giorni prima, nonostante sia ossessionato proprio da quel ricordo.

Quali sono a Suo avviso le prospettive più drammatiche e inquietanti dei capolavori Disney?
Diciamo che facendo un excursus storico dei film Disney, vediamo diverse differenze. In particolare, in merito al tema della violenza, tra i film passati e quelli più recenti, in questi ultimi vi è l’assenza di crimini intrafamiliari e parentali, infatti i ruoli malvagi vengono affidati a personaggi esterni, come i rivali in affari o in amore. Ritengo sia stata una valida scelta, soprattutto nel periodo storico, sociale e familiare che stiamo vivendo. Purtroppo, molto spesso i casi di cronaca ci fanno sentire in pericolo all’interno delle nostre stesse mura di casa, pertanto spostare il pericolo all’esterno può dare il messaggio positivo di potersi sentire al riparo almeno nel proprio ambito domestico e di affetti familiari.
Ci tengo però a sottolineare che l’intento di questo lavoro non è certo quello di adombrare i grandi capolavori della Disney, ma anzi una riflessione su questa miscela esplosiva di bene e male che li rende ancor più affascinanti e degni di essere guardati almeno una volta nella vita, non solo da bambini, ma anche e soprattutto dagli adulti. E per citare lo stesso Walt Disney “Prima dei sette o otto anni un bambino non dovrebbe proprio entrarci nei cinema. Ma io non ho fatto i film per i bambini. L’ho fatto per gli adulti: per il bambino che c’è in ogni adulto

Cosa si può dire del profilo psicografologico di Walt Disney?
Come indicato dallo studio psicografologico effettuato dalla co-autrice Monica Calderaro, il personaggio di Walt Disney presenta tra le altre, le tipiche caratteristiche del leader. Egli era in grado di trascinare ed incoraggiare un’equipe grazie alla sua dinamicità, creatività e fertile intelligenza, data dalle caratteristiche e segni grafologici evidenziati, confermando così una elevata componente artistica, che viene evidenziata dalla firma, tipico indice della rivelazione del ‘sé’, indicando un tratto personologico decisamente tenace al punto tale da renderlo attraente sotto il profilo relazionale e professionale.

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