Dopo. Le religioni e l'aldilà, Brunetto SalvaraniDott. Brunetto Salvarani, Lei è autore del libro Dopo. Le religioni e l’aldilà edito da Laterza. Potremmo definire il legame tra religioni e aldilà, essenziale: come si è sviluppato il tema della morte nelle diverse tradizioni religiose?
Discorso lungo, naturalmente! Per sintetizzare, partirei da una considerazione di fondo: tutte le religioni e tutte le concezioni del mondo affondano le loro radici nell’esperienza che ciascuno di noi, più o meno inserito in una collettività, fa della constatazione della morte altrui e dell’attesa della propria, che prima o poi ci sarà. Dello shock connesso alla consapevolezza della finitezza umana; anzi, della nostra finitezza e fragilità. Della necessità che si prova di elaborare strategie semplici o complesse per tenere assieme in qualche misura i vivi e i defunti: uno stratagemma per non morire, o almeno per non morire del tutto e per sempre. Così, sin dall’alba del tempo, ogni via religiosa si sforza di celebrare la morte e di renderne ragione producendo articolati dispositivi per la memoria collettiva: viaggi dell’anima, visioni oltremondane, catene familiari, ricerche genealogiche, prospettive escatologiche e molto altro, dagli antichi egiziani, che avevano l’abitudine di far circolare una mummia durante i loro banchetti, e dalla maggior parte delle società tradizionali per le quali il morire è un elemento naturale della vita; sino a oggi, che la morte è sì sistematicamente esorcizzata e rimossa e considerata l’ultimo tabù rimasto sulla piazza sociale, e tuttavia, nondimeno, riempie di sé e delle proprie rappresentazioni le pagine dei giornali e della narrativa, e gli schermi della televisione, dei cinema e della rete. Si potrebbe allora sostenere, a buon diritto, che l’attesa di una vita nuova sia come scolpita nel cuore degli uomini dall’alba dei tempi; e che l’esperienza di una vita dopo e oltre questa esistenza vada di pari passo con l’idea stessa di religione. L’elemento salvifico, in effetti, compare in tutte le forme religiose: che hanno chiamato la meta dei beati, di volta in volta, cielo, eden, campi elisi, isola dei beati, salvezza eterna, paradiso, immortalità, mukti, moksa, nirvana, valhalla, praterie celesti, e così via. Assicurando i propri fedeli del fatto che – a dispetto di ogni apparenza – non solo si darà un’ulteriore vita oltre questa vita, ma anche un tempo fuori dal tempo, e uno spazio al di là dello spazio. Che non è finita qui, insomma. Il che, del resto, appaga gli ovvi desideri umani: perché, comunque la si pensi al riguardo, noi sentiamo un desiderio indistruttibile di vivere, siamo fatti per vivere oltre ogni limite. Siamo, per dir così, malati di immortalità, e sentiamo la nostalgia dell’essere incondizionato, di una vita originaria che non può esaurirsi.

Quale posto occupano i cosiddetti Novissimi nella fede cristiana?
Credo che tra gli aspetti più scontati del cristianesimo, e tra quelli storicamente di maggiore presa popolare, abbia sempre campeggiato la prospettiva di potersi procacciare una vita migliore nel cosiddetto aldilà, una salvezza dal male che inesorabilmente pervade le nostre esistenze. Anzi, le generazioni meno giovani conservano viva la memoria di una predicazione cristiana quasi totalmente incentrata, da un lato, sulle realtà ultime e definitive, e dall’altro sugli scenari perennemente incombenti sul vissuto quotidiano del dopo-morte, detti alla latina Novissimi (il termine ha origine da Siracide 7,40, nella versione latina della Vulgata: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua,/ et in aeternum non peccabis”). In latino, la parola novissimi non si riferisce, come si potrebbe immaginare, alle cose più nuove, ma alle cose ultime. Così, morte, giudizio, inferno, paradiso, ma anche il purgatorio, che in realtà per il catechismo cattolico tecnicamente non ne fa parte e rappresenta anzi una pietra d’inciampo in chiave ecumenica (le chiese ortodosse, ad esempio, non credono nell’esistenza del purgatorio, e leggono severamente la scelta cattolica di inserirlo fra i possibili esiti del post-mortem), per lunghi secoli, sono stati posti costantemente davanti agli occhi e alle menti dei fedeli cristiani come luoghi veri e propri, situati di volta in volta realmente negli abissi sotto terra o in alto, fra le nuvole nei cieli, utilizzati come spauracchi sempre in grado di destare nei devoti pungenti preoccupazioni, sollecitudini e timori di ogni sorta. Probabilmente anche in ragione di tali paure quotidianamente agitate nella catechesi per i bambini e nelle omelie per i loro genitori, il discorso sui Novissimi ha con il tempo finito per essere screditato, tanto che su di esso oggi sembra regnare il silenzio, un oblio, se non persino una vera e propria rimozione, più o meno voluta e più o meno compresa nella sua portata. Intendiamoci, il fenomeno travalica i confini di quelle che furono in passato le terre cristiane: sono le religioni nel loro complesso, un po’ tutte e un po’ dappertutto, che si trovano oggi in un discreto imbarazzo, quando sono costrette a farlo, a parlare dell’aldilà con qualche cognizione di causa. Come scrive, felicemente, il filosofo Roberto Mancini: “Molti sono disposti a credere in un Dio immaginato come entità suprema, pochi credono nella felicità e nella salvezza. Molti temono l’inferno, pochi sperano la risurrezione. Così, invece di accogliere la vita vera, la costeggiamo dal di fuori, feriti dalla paradossale nostalgia per ciò che ancora non abbiamo mai scoperto”.

Che rapporto esiste tra le generazioni attuali e aldilà?
Sulla questione, un dato risulta indubitabile: le generazioni odierne, più o meno religiose o più o meno secolarizzate (ma in ogni caso molto poco religiose e alquanto secolarizzate…), in larga maggioranza non credono in una qualche previsione di vita-dopo-la-morte, non ci pensano proprio, non la temono, né la sperano, né se ne occupano. In effetti, guardando a diverse analisi sociologiche degli ultimi anni dedicate a misurare la temperatura della fede dei cattolici italiani (operazione complessa, ma tant’è), ciò che emerge è che, mentre la maggior parte dei nostri connazionali crederebbe genericamente in Dio, neppure un quinto di essi confiderebbe nella risurrezione della carne (non proprio una bazzecola, ma un elemento cardine del credo cristiano, dal cosiddetto Simbolo apostolico, “Credo la risurrezione della carne e la vita eterna”, al Simbolo niceno-costantinopolitano, “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”). Nel rispondere sulla questione dell’aldilà, con una certa frequenza gli intervistati – più o meno giovani – accennano alla loro fiducia in una presenza diffusa quanto misteriosa degli angeli; o, semmai, alla probabilità di una futura reincarnazione, espressione introdotta nella cultura occidentale con il fenomeno dello spiritismo e con la fascinazione della svolta a Oriente, come se il loro più autentico desiderio fosse il ricominciare daccapo e vivere altre vite, abbracciando nuove esperienze, più che imboccare la via definitiva per il paradiso. Forse senza neppure immaginare che la reincarnazione in altre esistenze successive, che sarebbe più corretto chiamare ciclo delle rinascite (in sanscrito samsara) – tanto nell’hinduismo quanto nel buddhismo – rappresenta in realtà una vera e propria condanna, mentre la liberazione dal dolore, in quelle antiche e gloriose spiritualità, avviene solo grazie a una lunga disciplina interiore, fino a uscire dal samsara stesso. Sta di fatto che problematiche in passato condivise pacificamente dal senso comune diffuso oggi vengono drasticamente rifiutate, oppure accolte e rielaborate con un misto di disincanto e scetticismo. Come se l’auspicio famoso formulato da John Lennon nel 1971 nella sua splendida Imagine (“Imagine there’s no heaven/ it’s easy if you try/ no hell below us/ above is only sky”) si fosse pienamente realizzato senza particolari clamori, per la soddisfazione di una parte dell’opinione pubblica, lo sconforto di altri e il disinteresse dei più.

Del resto, ancora oggi l’immaginario con cui l’aldilà viene pensato, quando viene pensato nell’assordante disinteresse della maggioranza dei teologi, è assai spesso, per lo più, quello dei secoli scorsi, con le sue geografie, i contorni e i contrappassi di matrice dantesca. Un tipo di approccio, annota uno specialista come il sociologo Alessandro Castegnaro, fortemente caratterizzato da contenuti descrittivi particolareggiati e realistici, che ai nostri giorni però appare scarsamente proponibile, in particolare ai più giovani. Probabilmente anche perché le raffigurazioni che esso suggerisce appaiono troppo umane e non accettabili a scatola chiusa da quel tanto di ragione scientifica che ciascuno di noi ha, bene o male, assorbito. Come possono essere verbalizzate senza un tremito, un dubbio, un’incertezza? Tuttavia, esse permangono sullo sfondo delle rappresentazioni mentali, contribuendo a rendere difficile la strutturazione delle credenze.

Quali conseguenze hanno per le diverse fedi religiose (a cominciare dal cristianesimo) lo scetticismo e la sfiducia in una vita dopo la morte? 
Qui dovrei onestamente rispondere: non lo so. L’obiettivo del mio volume, “Dopo”, è in primo luogo la denuncia di una carenza di riflessione su quella che tradizionalmente viene definita escatologia all’altezza dei tempi, nel quadro di una cultura della postmodernità e per un cristianesimo ormai post-metafisico. E onesta è anche la considerazione di uno dei nostri teologi più esperti e capaci di dialogo con i mondi della scienza, Carlo Molari, quando al riguardo ammette: “Chi si attende risposte precise e assolute, dettagliate descrizioni dello stato futuro dell’uomo, schemi interpretativi globali e perfetti, resterà deluso. Questo capitolo della teologia è attualmente il più bersagliato di domande, ma anche il più povero di risposte”. Siamo – ritengo – all’inizio di un cammino inedito anche per le diverse religioni, in quello che papa Francesco ama definire “un cambio d’epoca”, ancor più che “un’epoca di cambiamenti”.

Tra le piste possibili, mi affascina particolarmente l’ipotesi di lavoro suggerita, tre quarti di secolo fa, dal teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, che dal luogo di prigionia in cui era stato costretto dal nazismo trovò il coraggio profetico di mettere il dito sulla piaga, inaugurando in tal modo un capitolo inedito nella riflessione cristiana sull’aldilà. Dietro il suo epistolario contenuto in Resistenza e resa, scritto in un momento drammatico della crisi europea del Novecento, affiorano domande radicali che dovremmo davvero fare nostre. Ha ancora senso il cristianesimo in una situazione in cui gli antichi novissimi sembrano assenti? Quale messaggio rimane? Può darsi un cristianesimo non religioso proponibile all’uomo moderno? A ben vedere, siamo nel cuore di un paradosso: a dispetto del fatto che sulla base delle parole e dei gesti di Gesù è nata la religione cristiana, è sempre più evidente che il suo messaggio non propone necessariamente una lettura religiosa della realtà. Anzi, i vangeli non narrano la fondazione di una nuova religione, ma la generazione di una nuova umanità. Nell’aldiquà, e non nell’aldilà. Nella fedeltà alla terra, prima ancora che al cielo… Come scriveva lo stesso Bonhoeffer, in una lettera del 30 aprile 1944 rivolta all’amico Bethge: “Per me il discorso sui limiti umani è diventato assolutamente problematico… Io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo. Raggiunti i limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolvibile… La Chiesa non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio”.

Brunetto Salvarani, teologo, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, è docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna di Bologna e presso gli Istituti di Scienze Religiose di Modena, Forlì e Rimini. Dirige la rivista “QOL”, fa parte della redazione della trasmissione Protestantesimo di Rai 2, è tra i conduttori della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti di Rai Radio 3. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Il dialogo come stile di papa Francesco (a cura di, EDB 2016); “Molte volte e in diversi modi” (con M. Dal Corso, Cittadella 2016); Un tempo per tacere e un tempo per parlare (Città Nuova 2016); Teologia per tempi incerti (Laterza, 2018), De André. La buona novella (con O. Semellini, Terra Santa 2019).

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