“Dizionario del bibliomane” di Antonio Castronuovo

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Gentile Castronuovo, Lei è autore del libro Dizionario del bibliomane edito da Sellerio, un gustosissimo compendio, in oltre 200 voci, del furore di possedere libri: cos’è e come nasce la bibliomania?
Dizionario del bibliomane, Antonio CastronuovoIn cosa consiste la bibliomania è facile arguirlo, basta seguire l’etimo del termine: la mania per i libri. E credo che chiunque frequenti il mondo dei libri viva prima o poi la sensazione del bibliomane: portarsi a casa libri che egli sa – prima ancora di estrarli dal sacchetto – che non leggerà mai. Quando quella inclinazione diventa patologica, ecco la bibliomania conclamata; che alcuni psichiatri (se ne fa cenno nel libro) hanno anche studiato e classificato tra i disturbi ossessivi. Poi è chiaro che una semplice definizione non riepiloga compiutamente il fenomeno; la bibliomania ha varie sfaccettature, sia nel maniaco maschio e sia nella donna: chi avrà voglia di traversare il volume troverà delle singolari e intriganti schedature del fenomeno.

Come sorge la bibliomania francamente non lo so. All’origine è certamente necessario il fatale incontro con l’oggetto della futura passione: la biblioteca di un genitore, il casuale abboccamento con un libro abbandonato dentro un cassetto o chissà dove. Ma poi, lo sviluppo della smodata passione per i libri è regolato da fattori che nemmeno mi immagino. O perlomeno, non credo che la causa sia principalmente quella che spesso sento dire: che i libri siano un vettore di altra vita e dunque attirano il nostro interesse di creature che mirano a moltiplicare il valore e la durata dell’esistenza. Non ci potrebbe essere all’origine della bibliomania una mera causa biologica? Un giorno si spalanca un certo circuito neuronale, il respiro accelera e il gioco è fatto. La mia indole materialista trova soddisfacente questa spiegazione…

Come sottolineava anche Umberto Eco, uno dei rischi più comuni al quale si trova esposto l’accumulatore seriale di volumi è quello di vedersi reiterare sempre la medesima domanda: «Li hai letti tutti?»: cosa rispondere a una domanda così insidiosa?
Su questo tema mi sono parecchio divertito nelle mie pagine. Roberto Leydi ad esempio gelava chi poneva quella domanda rispondendo: «Molti di più, signore, molti di più». La risposta prediletta da Eco era ironica: «No, questi sono quelli che debbo leggere entro il mese prossimo, gli altri li tengo all’università». Più quieto Alberto Manguel, il quale rispondeva che se proprio non li aveva letti di sicuro li aveva aperti tutti. Personalmente, mi riconosco nella sensazione a molti nota: che avere i propri libri attorno a sé li rende in certo modo “letti”. Basta guardarli, sfiorarli, aprirli distrattamente, e quella sensazione si manifesta.

Pur avendo molti libri, che occupano varie pareti di casa, a me francamente non è mai capitata quella domanda, forse perché tendo a non invitare nessuno nella mia biblioteca (il sublime egoismo del bibliofilo…). Però ho meditato spesso sull’eventualità che possa accadere, e cosa rispondere allora se non la verità? «Temo che la vita residua non sarebbe sufficiente a farmi completare nemmeno la lettura di uno scaffale». Devo però confessare che una volta un amico mi pose la domanda, ma secondo una formula intelligente; osservando la mia collezione libraria chiese: «Quale stai leggendo?». Ecco, chi ti chiede questo è certamente una persona che conosce bene il senso di una biblioteca privata, da cui ogni tanto si estrae un volume e lo si legge. Nel mio specifico caso, amo la lettura contemporanea di più libri (sul comodino ne ho sempre una decina) e dunque avrei potuto rispondere elencando i titoli che avevo in lettura in quel momento…

Quali manie accomunano i devoti del libro?
Il Dizionario del bibliomane è la risposta alla domanda… Ma capisco bene che non è sufficiente dire solo questo. E allora va aggiunto che le manie che gettano noi devoti in un medesimo calderone (stavo per dire “girone infernale”) non sono tantissime, ma la loro pratica da parte dei singoli individui le rende appunto singolari. Sappiamo tutti benissimo che una mania è quella di non restituire un libro prestato, eppure continuiamo a prestarli e a doverne sempre chiedere la restituzione. Ebbene: l’episodio, stucchevole e ripetitivo, assume coloriture sempre diverse. Esiste insomma una singolarità delle manie. Per cui vale la pena continuare ad averle.

A proposito del prestare libri: è un’attività altamente rischiosa; sono assai pochi i volumi che fanno ritorno. Quale spiegazione si può dare di tale fenomeno e come difendersene?
È uno dei grandi malanni della storia culturale occidentale (non sono certo che ciò avvenga anche nelle culture orientali): un libro prestato non torna indietro, per cui prestare libri è un atto sventato e fatale. Si è addirittura creata un’antropologia del fenomeno: nel parla Charles Lamb in un suo amabile saggio intitolato Le due razze d’uomini. Vi riconosce appunto l’esistenza di due forme umane nettamente distinte: gli uomini che pigliano a prestito e gli uomini che danno a prestito. Naturalmente i primi sono infinitamente superiori ai secondi: sono coloro che godono di tutti i vantaggi (sono noncuranti, imperturbabili, rubicondi: delle vere facce toste insomma), rispetto agli stolti che concedono il prestito. Come difendersi da questi malvagi? Semplice: è sufficiente diventare come loro; alla richiesta di un prestito, restare imperturbabili e dire una sola parolina: «no».

Il libro enumera una lunga teoria di patologie librarie: quali, a Suo avviso, le più stravaganti?
Tutto è abbastanza stravagante nel mondo della bibliomania: cosa di più stravagante che decidere di vivere assieme a una massa di carta che pone problemi di gestione? e il bibliomane è appunto uno che riempie la casa di libri, in ogni anfratto. Detto questo, trovo massimamente stravagante il rito funebre che si svolge attorno al bibliomane o a un uomo che ha vissuto per i libri. Un esempio: quando a febbraio 1515 morì Aldo Manuzio, il principe degli stampatori del Rinascimento, il corpo fu esposto a Venezia nella chiesa di san Patrignano vegliato da speciali corazzieri al suo fianco: erano le pile dei volumi che Manuzio aveva stampato in vita.

Ma se questo è un omaggio libresco a un uomo dei libri, la ritualità funebre prevede anche che un libro possa finire tra le mani di un defunto, seppellito con lui nella bara. Gli esempi sono tanti: nel volume ne ho narrati solo alcuni. Ricordo ad esempio la vicenda di Raymonde Linossier, autrice nel 1918 del romanzo dada Bibi-La-Bibiste: scomparsa ancora giovane, fu sepolta nel cimitero di Valence e il compositore Francis Poulenc volle che tra le mani le fosse messo lo spartito manoscritto del balletto Les biches, estremo dono a una donna amata platonicamente (erano entrambi, lei e lui, omosessuali).

Tra le numerose patologie librarie descritte nel libro, troviamo l’ebookmania: che rapporto esiste tra bibliofilia ed e-book?
Non sono un ebookomane e dunque fatico a capire quale sentimento si sviluppi tra il lettore di e-book e i suoi prodotti. Credo che un qualche rapporto di natura bibliofila si stabilisca: lo dovremmo correttamente definire e-bookfilia. E giacché ci sono, vorrei anche che il termine fosse italianizzato e si parlasse, che so, di elletrobibliofilia, oppure di biblioelettrofilia. Per sbozzare meglio la questione, devo confessare che quando dialogo con i malati di ebookmania non colgo in loro la magnifica ossessione dei bibliofili; c’è un’attrazione per il loro oggetto ma sembra una passione pallida, qualcosa di esangue. Insomma, con un libro ci si unisce coniugalmente: lo si palpa, lo si annusa, lo si tiene ben stretto. Se penso al lasso di tempo in cui, comperato un libro nuovo, me lo porto a casa nel sacchetto del libraio, ebbene: non è forse quello un momento di pura felicità? Con un e-book sembra invece di assistere a un matrimonio combinato, a un matrimonio d’interesse: la sposa attende lo sposo (e viceversa) con emozione smorta. Benvenuti gli e-book, ma io resto all’antica: preferisco la lussuria della carta.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Questa è una domanda difficile, a cui bisognerebbe rispondere con una molteplicità di dati (sociologici, economici, pedagogici, tecnologici) alla mano: nell’incontro di quei dati sta certamente la causa del fatto che gli italiani leggono poco. Anche sulle soluzioni possibili sono parecchio in difficoltà a rispondere, perché la risposta che nutro è assai elementare, quasi banale: perché spingere a leggere qualcuno che non ha voglia di farlo? L’esempio migliore di quel che affermo sono io: a cinquant’anni ho amato, addirittura adorato, i Promessi sposi di Manzoni; a scuola invece, quando dovevo leggerne alcune parti, li detestavo. E a tale proposito mi torna alla mente un famoso aforisma di Longanesi: «Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola».

Antonio Castronuovo è autore di una trentina di saggi e parecchie traduzioni dal francese; è il fondatore dell’opificio di plaquette d’autore Babbomorto Editore. Tra i suoi ultimi titoli Formíggini: un editore piccino picciò (Stampa Alternativa 2018) e Dizionario del bibliomane (Sellerio 2021). Ha curato di recente Francesco Lumachi, Nella repubblica del libro (Pendragon 2019) e Michel de Montaigne, Filosofia delle travi (Elliot 2021). È tra i massimi rappresentanti della Patafisica in Italia, sulla cui storia e teoria ha pubblicato con pseudonimo un ampio saggio (Roberto Asnicar, Della Patafisica, La Mandragora 2013). Esperto di storia e tecniche delle forme brevi, è nella giuria del premio aforistico “Torino in Sintesi”.

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