Dizionario dei sogni nel Medioevo. Il «Somniale Danielis» in manoscritti letterari, Valerio CappozzoProfessor Cappozzo, Lei è autore del libro Dizionario dei sogni nel Medioevo. Il Somniale Danielis in manoscritti letterari edito da Olschki: qual è stata l’importanza e la diffusione del Somniale Danielis nel Medioevo e nel Rinascimento?
L’importanza del Somniale Danielis, tradotto in italiano Libro dei sogni di Daniel profeta, è proporzionale al valore che il sogno ha avuto in quei periodi storici dove il concetto di rivelazione prevaleva su quello di analisi scientifica. Attraverso i sogni e la loro interpretazione, l’uomo medievale e poi rinascimentale scrutava la realtà quotidiana in maniera a noi moderni oramai obsoleta, per indagare il reale si usava l’immaginazione. Vedere con gli occhi chiusi e immaginare a occhi aperti era un modo per oltrepassare i limiti oggettivi della logica. Capire i propri sogni significava svegliarsi, comprendere meglio la persona che si era e avviarsi a una interpretazione di fatti razionalmente oscuri.

Il momento in cui la ragione si addormenta, lasciando inconsapevolmente spazio alla memoria che ricombina le esperienze del vissuto secondo un ordine apparentemente casuale e comunque non prestabilito, può avvenire l’innalzamento delle facoltà percettive che, seguendo una corretta interpretazione del sogno, porta a intuire cose che da svegli sono più difficili da spiegare. Non è, infatti, un caso che nel Medioevo, quando si cercava di interpretare la realtà venivano utilizzate le categorie di immaginario e di meraviglioso. Al contrario, quando si dovevano decifrare le immagini fantastiche e irrazionali dei sogni, si ritornava sul piano concreto del reale per spiegare i simboli e i messaggi contenuti nelle visioni. È per questa stessa ragione che nel Rinascimento Leonardo da Vinci, da scienziato e artista, afferma che «vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni che colla immaginazione stando desto». Leonardo possedeva tre edizioni del Somniale Danielis in latino e in volgare e ne faceva uso per capire i propri sogni e per scrivere, usando gli stessi simboli, le sue profezie.

L’aderenza al reale dei simboli onirici risulterà evidente scorrendo il Dizionario dei sogni che, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, riporta situazioni, cose concrete e animali non fantastici, tranne sporadiche eccezioni solitamente legate alla religione. Al risveglio dal sogno, il Medioevo confrontava l’immaginario notturno con la realtà quotidiana composta di case, di castelli, di torri, di chiese, di ponti, fiumi, laghi e foreste, di boschi e di selve popolate da animali feroci e con alberi, fiori e rocce. Gli uomini, le donne, i bambini, i sacerdoti e i monaci si nutrono di carne, di formaggio, di ceci, di fave, di ciliegie e bevono acqua, assenzio, vino e allevano animali come cavalli, buoi, capre e pecore mentre nel cielo volano rondini, aquile e falchi. Ogni giorno si fa normalmente uso di oggetti quali pentole, bastoni, sedie, aste, chiavi, ci si reca al pozzo, alla fontana, al granaio vicino alla piazza dove c’è la chiesa principale e da cui si diramano le strade, più o meno affollate, che passano di fronte al carcere e a diversi negozi, al cimitero, ai parchi e ai giardini. Ogni tanto piove e tira vento, oppure fa caldo con il sole che splende e durante la notte si vede la luna in cielo. Tutti elementi, come vediamo, comuni a ogni luogo geografico e a ogni epoca. Proprio questa caratteristica ha reso il Somniale Danielis un testo plurimillenario e multiculturale. Anche le interpretazioni, divise tra positive o negative, sono semplici e immediate: alcuni sogni possono voler significare letizia, allegria, buoni affari, abbondanza e guadagno oppure, al contrario, affanno, inquietudine, morte, disfacimento o tristezza. Ancora, la semplicità interpretativa è applicabile a ogni individuo perché starà nel significato che ognuno di noi attribuisce ad allegria, per esempio, la chiave dell’interpretazione personale.

Per queste sue caratteristiche la circolazione del Somniale è stata capillare. Le prime testimonianze manoscritte, ormai perdute, risalgono al IV sec. d.C. nella versione in greco, fino ad essere tradotto prima in latino nel IX sec., poi nelle lingue volgari europee e mediorientali nei secoli successivi: arabo, francese, gallese, inglese, irlandese, islandese, italiano, tedesco. Senza poter quantificare la tradizione orale che ne ha preceduto la formulazione scritta, a oggi rimangono intorno a 145 manoscritti in latino e nel mio libro, per la prima volta, viene studiata la tradizione in volgare italiano insieme a nuovi codici latini ritrovati e l’aggiun­ta delle edizioni a stampa dal 1475 al 1550.

Tutto questo materiale potrà essere utile non solo ad avere un quadro più dettagliato dell’immaginario onirico medievale che si tramanda nel Rina­scimento, ma potrà anche essere utilizzato praticamente nello studio del simbolismo letterario e storico-artistico. Il Somniale, come testo oniromantico più usato nel Medioevo, rappresenta il filo rosso dell’interpretazione dei sogni dall’Antico Egitto ai giorni nostri, dimostrandoci un Medioevo affatto oscuro e solamente dipendente dal dogma religioso ma, al contrario, illuminato e tendente verso la definizione della realtà terrena e quotidiana.

Quali erano le teorie onirocritiche classiche e medievali?
Nel Medioevo le teorie classiche d’interpretazione dei sogni si sviluppano parallelamente in due tradizioni: quella teorica, l’onirocritica, che si occupa di stabilirne l’origine e la veridicità, e l’interpretazione a livello popolare con il fine di usarne le potenzialità prognostiche, vale a dire l’oniromanzia di cui fa parte, per esempio, il Somniale Danielis e la Smorfia napoletana che dal tardo Rinascimento aggiungerà un numero ai sogni così da renderli giocabili sulle ruote del Lotto e fruibili anche tra gli analfabeti. Questa operazione cabalistica è l’unica variante significativa che possiamo registrare all’interno dell’interpretazione dei sogni da quelli compilati in ieratico nell’Antico Egitto fino all’avvento della psicanalisi all’inizio del XX secolo. Ciò significa che la prima caratteristica che notiamo è la coerenza del metodo interpretativo. Il procedimento si basa su un’equazione elementare: sognare x significa y e si può interpretare come z. Sognare di prendere una coperta significa letizia; sognare la buona salute di una persona ne significa la malattia; sognare di correre ma non riuscirci significa angoscia; sognare di affogare significa affanno e così via. Questa immediatezza di significati e la semplicità del rapporto tra il simbolo, o tra le azioni sognate e il loro significato, fa sì che i libri dei sogni lascino al sognante un’ampia libertà interpretativa, ovvero l’incognita z, la particolare accezione che il singolo dà al significato del sogno indicato nei prontuari oniromantici. Ognuno, infatti, attribuisce un particolare valore a letizia, o ad angoscia che acquisteranno significato a seconda dell’esperienza personale. Se non riuscire a correre (x) significa angoscia (y), nell’accezione particolare (z) che si dà alla sensazione dell’ansia risiede il principio vero e proprio dell’interpretazione del sogno. Più l’individuo è capace a interpretare anche le immagini irrazionali che gli si presentano durante il sonno, più conosce se stesso e potrà, in questo modo, prevenire alcuni accadimenti futuri.

Tornando al Medioevo bisogna considerare che i sogni e le visioni contraddistinguono le religioni ebraica, cristiana e islamica fondate sul principio di rivelazione divina. Chi è capace di interpretare i messaggi inviati dalla divinità sarà considerato l’eletto, il profeta e avrà il compito di riportare per iscritto la propria esperienza mistica. La scienza dell’interpretazione dei sogni e la pratica popolare oniromantica, diffuse nei paesi arabi come nell’Occidente latino, rispettano l’origine classica dell’onirocritica aristotelica e platonica, concentrata sull’indagine delle cause fisiche e intellettive dei sogni e la loro qualità prognostica. L’opera che per prima classifica i sogni da un punto di vista simbolico, definendo la base dell’immaginario onirico collettivo e dando vita alla trattatistica medievale sui sogni, è l’Onirocriticon del greco Artemidoro di Daldi (II sec. d.C.). Questa opera enciclopedica, in cui sono applicate le tecniche onirocritiche e oniromantiche, è composta di cinque libri dove si distinguono i sogni a seconda della loro veridicità e della loro portata simbolica. Le categorie dei sogni di Artemidoro sono teorizzate da Calcidio nel commentario al Timeo di Platone e da Macrobio nel commento al Somnium Scipionis, entrambi del IV-V sec.

I sogni nel Medioevo sono identificati secondo diverse teorizzazioni che ne analizzano le qualità divinatorie, distinguendoli tra sogni falsi e quelli veri. Durante l’epoca patristica si comincia a valutare la responsabilità morale del sognante, si ragiona su quale modo e in quale misura l’uomo possa fare esperienza, durante l’attività onirica, di una mistica compenetrazione tra il mondo terreno e il divino. Nel XII secolo – questo è un punto importante del mio libro – vengono proposte nuove teorie d’interpretazione e l’onirocritica acquista un maggiore spessore scientifico grazie all’integrazione di dottrine arabo-islamiche. Si presta attenzione alle condizioni fisiche del sognante e a quelle meteorologiche, alle congiunzioni astrali, alle indicazioni temporali e quindi si interrogano scienze quali la medicina, l’astronomia, l’alchimia e la geomanzia per interpretare un processo naturale in rapporto alle condizioni interne ed esterne al soggetto.

In che modo autori come Dante, Cecco d’Ascoli, Petrarca e Boccaccio utilizzano nelle loro opere simboli contenuti nel più comune manuale d’interpretazione?
La peculiarità analitica del sogno ha fatto sì che anche la letteratura italiana delle origini se ne sia servita frequentemente per stabilire, nel rispetto delle teorie onirocritiche, la veridicità del testo e conferirgli un carattere profetico. L’opera dantesca, ad esempio, inizia con la Vita Nova, dove è un sogno ad aprire la narrazione – il sonetto A ciascun’alma presa e gentil core, in cui viene profetizzata la morte di Beatrice – e si conclude con il bisogno di una «mirabile visione» per capire la quale Dante dovrà studiare la filosofia (Convivio), stabilire una lingua con la quale potersi esprimere profondamente (De vulgari eloquentia), definire il concetto di giustizia terrena e celeste (De monarchia) prima di dedicarsi al viaggio raccontato nella Divina Commedia in uno stato ambiguo tra sogno e visione.

Nel Purgatorio, l’unica cantica in cui è presente il concetto di tempo e dove dunque la notte succede al giorno, vediamo come Dante utilizzi le conoscenze astronomiche per inquadrare gli argomenti dei sogni, e i simboli provenienti dal Somniale Danielis per rendere immediatamente comprensibile la lettura del testo (i sogni del Purgatorio sono nei canti: IX, vv. 13-33; XIX, vv. 1-33; XXVII, vv. 94-114). Nel primo, che avviene all’alba rispettando le teorie secondo le quali dopo la digestione possono manifestarsi i sogni veritieri, un’aquila rapisce Dante e lo trasporta in cielo, ed è figura del viaggio ascensionale che il pellegrino sta per intraprendere. Nel secondo appare la «femmina balba», una donna balbuziente e deforme che si trasforma in «dolce serena» non appena gli occhi di Dante si posano su di lei, rappresentando l’ingannevole seduzione dei beni terreni. Infine, prima del terzo, guardando le stelle più luminose del normale data la rarefazione dell’aria ad alta quota e la vicinanza al cielo – siamo sulla soglia del Paradiso terrestre in cima alla montagna del Purgatorio – Dante contempla la sua prossima meta ascensionale, la sfera del fuoco, lì dove l’aquila del primo sogno lo aveva portato. Le «stelle», termine chiave che segna la fine dei percorsi relativi ai tre regni, sono oggetto di contemplazione dove dal ricordo di questa scena scaturisce, nel momento in cui viene scritta e quindi a viaggio concluso, una nuova conferma della qualità premonitrice e divinatoria dei sogni: «il sonno che sovente, / anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle» (Purgatorio XXVII, vv. 92-93). In questo sogno si manifesta Lia, simbolo della vita attiva, che sarà di aiuto a Dante per fare il passo decisivo ed entrare nel Paradiso terrestre. Se rileggiamo i sogni danteschi consultando il Somniale Danielis troviamo: «Aghuglia sopra sé vedere honore significa», ovvero la buona riuscita del viaggio; «Femmine vedere morte significa», il pericolo rischiato nell’incontro con la femmina balba; «Fiori torre o cogliere il nimico guardarsi significa», come Lia raccoglie i fiori e Dante può guardarsi dai nemici e dunque avanzare verso l’uscita dalle discordie entrando nell’Eden.

Come nell’opera dantesca si fondono varie tradizioni popolari a servizio di una poesia aulica con il fine di essere comprensibile ai più, così in Boccaccio le leggende e le superstizioni intessono diverse trame su cui è costruita la narrazione. Anche nel Decameron l’oniromanzia dà il via alla simbologia onirica sulla quale sono costruiti gli episodi visionari, sempre rispettando le cinque categorie di veridicità stabilite da Artemidoro, in seguito discusse da Macrobio. Nel Decameron, quindi, ci sono due visioni in stato di veglia, l’oraculum, cui assiste Nastagio degli Onesti durante la scena di caccia del cavaliere che rincorre l’amata (V 8), e quello di Tingoccio che appare all’amico Meuccio per mantenere la promessa fattagli in vita (VII 10); un insomnium, quello di Pinuccio che si inventa un sogno per giustificare le sue male azioni provocate dal bere eccessivo, falso anche se il suo sogno fosse realmente avvenuto perché sarebbe stato generato da alterazioni fisiche (IX 6). I quattro sogni che richiedono un’interpretazione simbolica, e di cui ci siamo occupati con maggiore concentrazione nel libro, sono la visio premonitrice di Lisabetta da Messina (IV 5); i due somnia di Andreuola e Gabriotto, entrambi profetici ma espressi attraverso un simbolo velato (IV 6); e infine quello di Talano d’Imola che prevede il prossimo pericolo della moglie la quale, ignorandolo, va incontro alla sua sciagura (IX 7). Anche in questo caso tutti i simboli che incontriamo nelle novelle provengono dal Somniale Danielis e la conoscenza delle loro interpretazioni, assai più conosciuta di ora, permetteva ai lettori di intuire quale sarebbe stato il tema della seconda parte della novella. «Chol morto favellare lite significa» e, difatti, sarà la lite a caratterizzare la seconda parte della novella, dopo la morte di Lorenzo, ovvero la controversia tra Lisabetta e i suoi fratelli. Gabriotto vede una «cavriuola» della quale si affeziona teneramente fino all’avvento improvviso di una «veltra» feroce che l’azzanna strappandogli il cuore. Ricorrendo al manuale oniromantico che conclude uno dei codici studiati, leggiamo che «capra vedere significa spaçamento», con il significato di essere spazzati via, vale a dire essere tolti di mezzo e quindi morire, confermato anche dal simbolo della «veltra», il cane da caccia che significa «morte dei nemici». Gabriotto morirà non appena racconta il sogno all’amata e proprio la morte condizionerà il tema della seconda parte della novella. Infine, Talano d’Imola sogna sua moglie che cammina in un bosco quando un lupo le salta addosso ferendola alla gola e guastandole il volto. Una volta svegliatosi racconta subito il sogno alla moglie che, incredula, non se ne preoccupa uscendo comunque di casa e andando incontro al destino rivelato dalla visione notturna. L’inganno nel quale la moglie cade è sia quello che fa a se stessa a causa della sua incredulità, sia per aver considerato ingannevoli le parole del marito.

Nell’Acerba, complessa opera poetico-astrologica in cui si ragiona sul sogno e la sua relazione con l’astrologia, Cecco d’Ascoli dimostra la conoscenza diretta del Somniale Danielis facendo un’operazione nuova, integrando cioè il prontuario dei sogni nel testo, innalzando cosi il Somniale a poesia (tra parentesi quadre ho aggiunto le voci corrispondenti in latino):

Ché chi se sogna gire nudo e descalzo [nudum stare se videre: dampnum]
per lo gran fango questo a l’om dimostra [nudis pedibus ambulare: detrimentum]
peccare orebelmente e zò no è falzo. [viam lutuosam ambulare: deceptionem]

Anche Petrarca struttura diverse opere sul sogno e la visione, basti pensare ai sogni che nel Canzoniere presagiscono la morte di Laura; i Trionfi che sono racconti di visioni avute e l’Africa, opera costruita intorno all’episodio del Somnium Scipionis e alla profezia della salvezza di Roma. Senza addentrarci ora in analisi filologiche, vediamo che questi scrittori – e se ne potrebbero aggiungere molti altri coevi – hanno preso in considerazione un testo popolare che sin ora non era stato ritenuto importante per coniugare, con fine divulgativo, la vita quotidiana e la letteratura. L’aggettivazione del termine “popolare” non deve far pensare che possa compromettere le intenzioni autoriali, ma deve anzi rafforzare l’idea che nel Medioevo, come nell’Umanesimo e nel Rinascimento, gli scrittori hanno cercato i semi della propria poesia nel volgo, nelle superstizioni e nelle leggende, con il fine di offrire simboli immediatamente riconoscibili e comprensibili da tutti insieme all’utilizzo del volgare come lingua, appunto, di tutti.

Quali simboli e chiavi d’interpretazione dei sogni sono giunti dal Somniale sino a noi?
L’intero bagaglio simbolico è giunto fino a noi. Alcuni simboli si sono adattati alle diverse epoche come, per esempio, se prima si sognava un carro ora è un’automobile, invece di un imperatore oggi cariche politiche differenti. Quindi, sono stati aggiunti altri simboli legati alla nostra contemporaneità con l’esclusione di alcuni altri antichi, sognare un computer che sostituisce sognare una tavoletta di cera. Ma il punto che ci preme sottolineare è che nell’arco di 3.200 anni di storia la simbologia onirica, pur adattandosi alle diverse epoche, è rimasta coerente anche in luoghi geografici diversi tra loro per religione e cultura. L’onirologia cinese, indiana, persiana, mediorientale ed infine latina hanno dei forti punti in comune anche in tempi in cui il contatto e lo scambio non erano frequenti o talmente approfonditi da arrivare a condividere le teorie sul sogno. Eppure i simboli e la loro interpretazione sono identici rispondendo a un’esigenza umana condivisa, consapevolmente o meno.

Per fare un esempio di questa continuità prendiamo un sogno comune e vediamone il significato dall’Antico Egitto al mondo latino, che chiameremo genericamente Europa, considerando che diversi codici provengono dall’Islanda, dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania oltre che dall’Italia. La caduta di uno o più denti significa la perdita di una persona vicina:

1220 a.C. (Antico Egitto): Se un uomo vede se stesso in sogno mentre gli cascano giù i den­ti significa la morte dei suoi sottoposti.
XI sec. a.C. (Cina): Se perdi un dente i tuoi genitori possono ricevere una sfortuna.
IX-X sec. d.C. (Europa): Dentes sibi cadere viderit de parentibus suis aliquis morietur significat.
XI-XII sec. (India, Iran ed Egitto; Europa): I denti degli uomini significano i propri consanguinei e avi […]. Se si sogna che uno di questi denti cade, il parente più prossimo muore; Dentes sibi cadere de parentibus eius aliquis morietur significat.
XIII sec. (Europa): Cadentes dentibus suis parentibus suis mori significat; Denti ve­dersi cadere significa morte dei parenti.
XIV sec.: Dentes videre sibi cadere de parentibus aliquis morietur signifi­cat; Dente suo cadere significa morte di parente.
XV sec.: Cadere dentes significat mori parentes; Cadere i denti di sotto significa morte di suoi parenti.
XVI sec. (Edizioni a stampa): Denti tutti perdere significa morte dello amico o parente.
XVIII sec. (Smorfia napoletana): Sognare dente che cade perdita di persona cara, numero 13.
2018 (Web): Dente che cade perdita di persona cara.

Per concludere, il Somniale Danielis, fonte d’ispirazione per le più grandi teste, da Dante a Leonardo, scritto a mille mani, egizie, arabe, bizantine, latine, ci dimostra la necessità dell’interpretazione dei sogni, il nostro immaginario “più pagano”, con la speranza di acquisire coscienza di sé e di definire la realtà terrena e quotidiana. Nel sogno spariscono le differenze. Poveri o ricchi, colti o analfabeti, levantini o occidentali, i sonni di tutti erano e sono popolati dagli stessi simboli. Ne viene fuori, in questo modo, un Medioevo illuminatissimo.

Valerio Cappozzo è Assistant Professor of Italian e Director of the Italian Program presso il Department of Modern Languages della University of Mississippi