Divorare il cielo, Paolo Giordano, trama, recensioneDivorare il cielo è l’ultimo romanzo di Paolo Giordano, giovane scrittore della scuola piemontese, quindi analitica, riflessiva, capace di comporre pagine di attualità narrativa con quel pizzico di profumo ‘retrò’ tipico della cultura torinese, gente mai definitivamente nel presente o nel futuro, sempre intrisi nel cuore dalla malinconia del ricordo, quindi dei temi legati al presente come frutto del passato, una relazione diretta, a volte nostalgica.

Giordano nasce a Torino nel 1982 e diviene scrittore per passione: la sua mente matematica lo porta allo studio della fisica finalizzata al conseguimento della laurea proprio in tal ambito presso l’Università di Torino, laurea che gli consente di vincere una borsa di studio per proseguire gli studi in un dottorato specifico sulle particelle in ambiti fisici, ma le sue stelle dicono altro e l’altro è la scrittura.

La sua arte narrativa si svolge parallela agli studi accademici e già dal debutto Giordano si dimostra scrittore vincente: La solitudine dei numeri primi, edito da Mondadori nel 2008, vince il Premio Strega e la carriera di scrittore, improvvisamente, al primo ‘colpo’ editoriale, lo pone nelle librerie come uno dei maggiori giovani talenti contemporanei su scala mondiale.
Le vicende di Alice e Mattia, i protagonisti di questa sua prima fatica letteraria , si evolvono nella vita partendo proprio dall’età dell’infanzia, per Giordano (tematica in comune ad esempio con altri narratori come Stephen King) momento cruciale nel determinare peculiarità esistenziali, pregi, lacune, psicosi dell’età adulta.

Ne ‘La solitudine dei numeri primi’ il percorso esistenziale non accade mai per caso: in questo la fisica, una scienza logica ma astratta, aiuta molto Giordano a connettere i propri personaggi con il mondo che affrontano, una narrativa che ritroviamo proprio nell’ultimo romanzo dello scrittore, Divorare il cielo, uscito nel maggio 2018 per le edizioni Einaudi.

Sono trascorsi dieci anni dal giorno in cui la vita di Paolo Giordano cambiava con la vittoria del Premio Strega e la pubblicazione con Mondadori de ‘La solitudine dei numeri primi’, ma ancora l’adolescenza come momento di crescita, calderone di empatie, simpatie, sogni, le prime delusioni, le illusioni comunque vitali della giovane età, nell’adolescenza prima e nell’età adulta poi ,si manifestano sotto forma di peculiarità caratteriali, di segni marchianti nel sottocute e nella sfera emozionale dei protagonisti del libro.

Le ambizioni del romanzo sono implicitamente celate nel titolo, Divorare il cielo, un titolo che racchiude la potenza della passione che spuma nei giovani adulti protagonisti come un novello vivace e poco raffinato ma in grado di lasciarsi assaporare nella sua prorompente vitalità, una sorta di istinto mediato dall’energia della gioventù. In questo mood passionale, quasi scapestrato nell’accezione più letteraria del termine, il titolo racchiude la stessa vitalità di ‘Noi siamo infinito’ di Stephen Chbosky, quel senso di onnipotenza giovanile che solo l’ingresso nell’età adulta definitiva può sopire.
In quel caso tramite la disillusione, un percorso che conosceranno anche i due protagonisti principali della trama narrata e scritta da Giordano.

Teresa ogni anno si reca in Puglia per trascorrere, lontano da Torino, le vacanze nella masseria della nonna.
Una notte entrano di nascosto nella proprietà della nonna di Teresa tre ragazzi che si tuffano nudi in piscina: la ragazza li osserva e non li giudica, li osserva e prova per loro empatia generazionale, ormonale, quasi animale intesa come istinto di specie, di branco condiviso nella modalità di espressione del corpo come linguaggio, della nudità come essenza fine a se stessa, naturale.
Al centro di quell’universo di energie prepotenti si pone Bern, una sorta di buco nero caratteriale in grado di assorbire le personalità di chiunque gli stia accanto, divoratore non di cosmi ma di personalità che rimette in gioco attraverso la sua visione a volte anarchica della vita, irrazionale, istintiva.

Bern ama, vive al massimo, avrà un figlio con una ragazza che non sarà Teresa, propone le piccole avventure adolescenziali di questi ragazzi lontani dalla vita vissuta.
Bern non conosce limiti e spinge chiunque a superare i propri sfidando i demoni della convenzionalità e delle regole sociali, un anarchico non ideologico, esistenziale che propone il suo stile di vita chiedendone condivisione, ma al centro c’è sempre lui.
Teresa e Bern avranno una storia, come se fosse una logica conseguenza della loro conoscenza in quella notte pugliese, un amore estivo ma di quelli che segnano, di quelli che porti dentro tutta la vita anche quando la vita ti chiama altrove, ti vuole altrove.
La mente però è sempre là, in quel momento, anche dopo anni trascorsi nella routine borghese e socialmente definita.

Bern vive in una comune non lontano dalla masseria della nonna di Teresa e la ragazza cerca di capire quel mondo un po’ di più, ogni estate in cui si reca dalla nonna: dal suo universo borghese, Teresa si pone di fronte a quello filosofico dei ragazzi in cui religione e sodalizi su ideologie condivise, non sono altro che il fiuto istintivo nell’approcciarsi alla vita, il contrario di Teresa e della sua vita all’interno delle regole convenzionali.
Bern e Teresa si ameranno una sola volta ma sarà l’Amore con la A maiuscola, quello che la ragazza si porterà sempre dentro e, chissà, forse anche lo stesso Bern anche se mai andrà oltre quell’unico ‘ti amo’.
La narrativa di Giordano esalta i temi del libro, le storie intrise di un romanticismo post-moderno, istintivo, anarchico. Il libro scorre sul filo dell’irrazionalità dei tre ragazzi in contrapposizione con le crisi esistenziali di Teresa alla ricerca di se stessa in quel grande gioco della vita che si chiama adolescenza.