Dott. Antonio Piotti, Lei ha curato l’edizione del libro Diventare terroristi. Psicoanalisi di un progetto suicida pubblicato da Mimesis: come sono mutate le modalità di reclutamento, di espressione e di azione del terrorismo islamico?
Diventare terroristi. Psicoanalisi di un progetto suicida, Antonio PiottiMohamed Atta, il leader del gruppo che si è reso responsabile dell’attentato alle Torri Gemelle, aveva pianificato tutto all’interno di un precorso di radicalizzazione durato almeno sei anni durante i quali aveva frequentato campi di addestramento incontrandovi probabilmente Osama Bin Laden. Abdullah Anzarov, colui che ha decapitato il professor Paty, era un ragazzo di diciotto anni, la cui storia di radicalizzazione risale a pochi mesi fa e che sembra non aver avuto contatti significativi con mondo del terrorismo organizzato, La realtà è che le organizzazioni del terrore si servono ora di ‘cani sciolti’ ‘lupi solitari’, individui isolati e non particolarmente addestrati (Abdullah possedeva soltanto un machete) che possono certo produrre danni minori rispetto ai grandi attentati del passato ma che risultano molto difficili da intercettare o da bloccare prima che mettano in atto i loro propositi. In altri termini si è passati da una meticolosa organizzazione militare a una sorta di artigianato del terrore che utilizza soggetti di ogni tipo

Come matura e quali fasi attraversa la scelta della radicalizzazione?
Dal punto di vista tecnico, le cose sono piuttosto semplici. La prima fase del reclutamento avviene quasi sempre on line a partire dall’utilizzo di social come Facebook o Twitter. Chiunque di noi può farlo (o almeno poteva fino a qualche tempo fa): è l’algoritmo stesso a favorire i contatti. Se si digitano alcune parole chiave o se si mette un like su un post, su un video su una foto, accade che il sistema ne presenterà altri uguali e proporrà di fare amicizia con persone che hanno gli stessi interessi. A quel punto potrebbero cominciare dei contati privati per esempio attraverso Telegram. Sul piano psicologico agiscono invece numerosi fattori. Primo fra tutti il bisogno di dare sfogo alla propria rabbia narcisistica. Bisogna intendersi bene quando ci si riferisce a questo termine: il narcisismo è un meccanismo che porta alla idealizzazione della propria persona fino a immaginare che essa debba essere al centro dell’attenzione di tutti, ricevere onori e avere successo. Un po’ di sano narcisismo fa bene, ma quando è eccessivo o quando l’umiliazione che si subisce è talmente profonda da scuotere fin dalle fondamenta la considerazione che si ha di sé generando un intollerabile senso di vergogna, allora scatta una rabbia incontenibile e feroce; una violenza arcaica e totale che non riesce neppure a essere controllata dall’istinto di sopravvivenza. Si ha la sensazione che nulla più possa essere in grado di salvarci e si sente che la propria esistenza fisica non conta più nulla, Quello che conta invece, è trovare un modo per riscattare l’umiliazione subita e per rimettere sul trono la propria immagine. La morte e l’attentato possono consentire questo riscatto

Quale ruolo svolgono nella radicalizzazione le motivazioni politiche e sociali?
Un ruolo sempre minore. Non si muore per una causa come accadeva ai tempi delle B.R. quando il progetto era quello di una profonda trasformazione sociale alla ricerca (sia pure disperata e irrazionale) di un mondo migliore. Si muore per riscattare la propria immagine deteriorata e, a quel punto, qualsiasi ideologia va bene: Il fondamentalismo islamico tanto quanto il neonazismo evoliano. A volta non c’è neppure bisogno dell’ideologia basta scatenare la violenza. Certo le organizzazioni criminali del terrorismo organizzato hanno capito che è facile per loro incanalare questa rabbia e trasformare dei giovani disperati in strumenti da utilizzare per seminare terrore

Qual è l’universo valoriale di provenienza dei giovani radicalizzati?
Non si deve pensare che ci sia una radice spiccatamente religiosa: La trasformazione fondamentalista avviene da ultimo quando, in fondo, tutto è già deciso. Non valgono neppure le condizioni sociali. I giovani radicalizzati che hanno commesso atroci delitti non sempre vengono dalle banlieu e non sempre appartengono a famiglie di basso profilo socioeconomico. Paradossalmente, i loro valori sono abbastanza occidentali: soldi successo, amore, riconoscimento sociale invece che esclusione. Più precisamente, il gesto suicidale che scaturisce dalla radicalizzazione non si determina a partire da alcuni valori, ma proprio per il fatto che ogni valore è crollato lasciando il soggetto in un totale vuoto di senso. Su questo vuoto agisce la propaganda terroristica.

Cosa convince questi giovani a morire suicidandosi per un ideale che non conoscono o che, tutt’al più, assumono solo dopo aver maturato la decisione di morire?
Il riscatto postumo: l’idea che, dopo la morte, diventeranno popolari e famosi. L’assunto secondo il quale ci sarà una notorietà e un riconoscimento mediatico che farà di loro degli eroi o dei mostri, ma, in ogni caso, dei soggetti meritevoli dell’ammirazione universale. Il vuoto della loro esistenza sarà riscattato da un tumulto di popolarità immaginaria: è lo stesso meccanismo straordinariamente esemplificato nel film Joker (Todd Phillips, U.S.A. 2019) il cui protagonista dichiara: “spero che la mia morte abbia più significato della mia vita”. Sul suo volto dipinge un punto di domanda perché non c’è motivo non c’è trama per la sua azione, si tratta di una violenza arcaica e senza freni.

Nel libro si sostiene che «per capire le reali intenzioni del gesto distruttivo occorre cogliere fino in fondo le dinamiche suicidali in primo luogo negli adolescenti e nei giovani»: quali suggerimenti è possibile rivolgere, a tal fine, a genitori e insegnanti?
Il punto fondamentale è non sottovalutare: nel 2017, per la prima volta, il suicido è divenuto la prima causa di morte fra gli adolescenti americani superando anche gli incidenti stradali. In Italia è la seconda causa di morte per i giovani maschi. L’OMS stima che per ogni suicidio portato a termine ci siano circa dieci tentativi di suicidio falliti. Il desiderio di morire rappresenta una minaccia seria e drasticamente sottovalutata per i nostri giovani ne abbiamo discusso a lungo in un libro curato da Pietropolli Charmet e da me qualche anno fa che si intitola Uccidersi (Cortina 2009). Occorre prestare la massima attenzione ai momenti nei quali i giovani dichiarano di non farcela più, ai loro blocchi, alle loro crisi.

Freud, nella sua sterminata produzione culturale, non dedicò mai uno scritto specifico al tema del suicidio: quale interpretazione offre la psicoanalisi del suicidio?
Il problema per il quale il padre della psicoanalisi non ha mai affrontato direttamente il tema del suicidio rimane abbastanza misterioso: di fatto alcuni suoi pazienti morirono per suicidio e questo avvenne anche ad alcuni componenti della società psicoanalitica. La questione fondamentale è che la teoria pulsionale che ha accompagnato Freud per quasi tutta la sua produzione culturale prevedeva che ci fosse un solo istinto vitale legato alla sessualità e che fosse difficile immaginare una forza capace di combattere questo istinto e di desiderare l’annullamento della vita. Nel 1917 in Lutto e Melanconia delinea i meccanismi di una parte dell’Io che combatte contro se stessa, ma è solo a partire da Al di la del principio di piacere 1920 con la formulazione della pulsione di morte che le cose assumono un aspetto diverso.

A motivare l’atto estremo, è, a Suo avviso, «il bisogno disperato di sottrarsi alla coazione a ripetere»: come è possibile sottrarsi alla pulsione di morte?
Se si deve dar retta a Freud (ma molti anche nel movimento psicoanalitico hanno rifiutato questo punto) la pulsione di morte è, in quanto tale, assolutamente invincibile. È qualcosa che agisce al nostro interno in modo anche più profondo e sotterraneo di quanto non faccia Eros, la pulsione di vita. Cosa si può fare con la pulsione di morte quando la si incontra per esempio nella terapia? Occorre tener conto qui di un fatto importante: Thanatos non compare mai da sola, è sempre possibile che essa si mescoli a tendenza vitali che possono essere richiamate. In altri termini, la pulsione prima di averla veramente vinta deve fare un lungo percorso nel quale Eros ha ancora spazio per dire la sua. Come accade nel Settimo Sigillo (Ingmar. Bergman, Svezia, 1957) quando il cavaliere Antonius Block di ritorno dalla Terrasanta, chiede e ottiene, nel corso di una memorabile partita a scacchi una delazione che gli permetterà di cercare di nuovo un senso per la propria esistenza. Combattiamo la morte quando diamo un significato alla nostra vita.

Antonio Piotti, psicologo, psicoterapeuta è socio della fondazione e della cooperativa Minotauro di Milano. Si occupa, in generale di crisi adolescenziale con particolare riguardo a situazioni di rischio e di isolamento evolutivo. Insegna “Prevenzione e trattamento dell’autolesionismo e del tentativo di suicidio adolescenziale” presso l’alta scuola di formazione in psicoterapia del Minotauro: Fra le sue opere: con Pietropolli Charmet Uccidersi (Raffaello Cortina editore, 2019); Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione (Franco Angeli editore, 2012); con Roberta Invernizzi Riscrivere la speranza. Storia di un adolescente che voleva morire e che ha imparato a volare (San Paolo, 2017); Diventare terrorista Psicoanalisi di un progetto suicida (Mimesis, 2020).

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