“Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere sul confine” di Federico Valacchi

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Prof. Federico Valacchi, Lei è autore del libro Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere sul confine pubblicato da Editrice Bibliografica: come è cambiata la professione archivistica?
Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere sul confine, Federico ValacchiPartiamo dal presupposto che la professione archivistica ha molte possibili declinazioni, almeno tante quante sono le finalità dell’archivio. Si spazia dalle garanzie di natura giuridica e amministrativa per cui i documenti vengono realmente prodotti a quelli di ordine storico culturale che maturano col tempo. Non si può quindi limitare la percezione dell’archivista a quella di un semplice conservatore di memorie. Detto questo il mestiere è legato agli archivi in maniera indissolubile, ma gli archivi sono in costante evoluzione insieme alle società che li generano a loro immagine e somiglianza. Per questo quella archivistica è una professione in costante divenire e negli ultimi decenni si è fortemente articolata sulla base delle competenze necessarie a gestire diverse tipologie di documenti in diverse fasi di quello che definiamo il “ciclo vitale”. Gli archivisti sono quindi impegnati nella produzione, gestione e conservazione degli archivi in formazione (in buona parte ormai digitali) e continuano poi, con altre specializzazioni, a governare gli archivi storici. Sicuramente comunque quello archivistico è un sapere strategico per l’intera società e il ruolo di questi professionisti non si limita alla ricostruzione del passato ma può incidere sulla qualità della vita dell’intera società.

In che modo l’idea di archivio si è allargata?
Come dicevamo, bisogna uscire da una logica cara al senso comune che limita la percezione dell’archivio alla sua dimensione storica o a una generica (e passiva) retroflessione del pensiero. Gli archivi sono in prima battuta risorse di efficienza, trasparenza e democrazia. Servono a tutti i cittadini nella loro vita quotidiana, non solo a fasce tutto sommato ristrette di ricercatori. Quindi dobbiamo intanto prendere atto della molteplicità d’uso e dell’eterogenesi dei fini di ogni archivio.

L’idea di archivio si è poi dilatata sotto molti punti di vista. Intanto, almeno a partire dal 1990, si è allargata la natura stessa del documento e sono entrati a pieno titolo a far parte degli archivi i documenti digitali, con conseguenze significative in termini di prassi gestionali e conservative.

Non va poi trascurata la tendenza all’interoperabilità dei soggetti che producono archivi, da cui scaturiscono complessi documentari moltiplicati e liquidi, diversi dai più solidi e strutturati progenitori documentari.

La dematerializzazione si è naturalmente fatta sentire anche nella dimensione storica e culturale, potenziando i percorsi di trasmissione dei contenuti, per quanto questi processi non siano sempre gestiti con il dovuto rigore critico e ci sia ancora chi crede che si possano davvero digitalizzare “tutti gli archivi”.Quella digitale rischia invece di essere una selezione del patrimonio analogico che ridisegna l’idea di memoria e genera nuove contestualizzazioni, ai confini estremi del revisionismo. Il digitale è un sogno dal quale nessuno vuole svegliarsi ma bisogna guardarsi dalla “vendetta del copista” che genera “archivi inventati”, lontani dai loro contesti originali e ne fa delle potenti macchine informative grazie al web.

. Si è poi in qualche misura modificata anche la percezione degli archivi storici e da qualche tempo a questa parte si studiano e si apprezzano complessi archivistici “integrati” che si collocano in uno spazio di confine tra le discipline documentarie e il museo. Ne sono un ottimo esempio, nel caso delle imprese, gli archivi del prodotto, dove i documenti testuali convivono con quegli stessi oggetti che descrivono. Una scarpa nell’archivio di una casa di moda può essere considerata a tutti gli effetti un documento.

Cos’è l’archivistica?
Difficile dirlo in una manciata di parole. L’archivistica innanzitutto non si improvvisa, presuppone forti competenze specialistiche. L’archivistica è un osservatorio della società che si cristallizza, almeno apparentemente, nei complessi documentari. Da sempre vengono prima gli archivi e poi le teorie archivistiche. È una disciplina plurale, sospesa tra i suoi statuti metodologici e la sua natura profonda di mestiere artigianale. Siamo in molti a pensare che “sporcarsi le mani con la carta” (e magari anche con i file) sia l’unico modo di capire davvero gli archivi.

L’archivistica studia gli archivi in ogni loro manifestazione e definisce i metodi, le tecniche e le norme di gestione dei documenti, indipendentemente dalla loro natura e supporto. Accanto a questa dimensione tecnica, votata sostanzialmente alla soddisfazione delle molte finalità di una pluralità di utenti, ce n’è una pubblica dentro alla quale si esprime il ruolo civile e politico in senso ampio degli archivi. L’archivistica pubblica, che confina in molti casi con l’attivismo, è uno strumento di educazione civica che può contribuire alla costruzione di una cittadinanza responsabile e consapevole a partire dai valori identitari e, appunto, “politici” degli archivi. Parafrasando potremmo dire che “l’archivistica è partecipazione”.

Come si è sviluppata la storia degli archivi?
Come si suol dire la storia degli archivi è antica quanto il mondo, o almeno quanto il mondo padrone degli alfabeti. La radice etimologica riconduce l’archivio al potere costituito e fin dalle origini ogni documento è stato espressione e certificazione dell’autorità che lo produceva. Fino a tutta l’età moderna questa percezione dell’archivio come memoria auto documentazione è stata dominante e mantiene ancora oggi il suo valore. Ne sono testimonianza tangibile le vere e proprie fortezze documentarie che custodivano gli archivi dei grandi stati nazionali, quali, ad esempio, il castello di Simancas (nei pressi di Valladolid) voluto da Carlo V e soprattutto da Filippo II, dalla evocativa denominazione di Fortaleza de la historia. Solo a partire dal XIX secolo si può invece iniziare a parlare di memoria fonte e gli archivi si avviano a divenire anche risorse culturali. Da quel momento i grandi istituti di concentrazione si trasformano in istituti di conservazione e si sviluppano i metodi e gli strumenti destinati alla ricostruzione di quelle che allora si chiamavano le “patrie memorie” e a cui oggi attingiamo liberamente per una molteplicità di ragioni.

Quale definizione è possibile dare di “documento”?
Anche in questo caso la domanda apre orizzonti decisamente vasti. Il documento è sotto ogni punto di vista una testimonianza, qualcosa che insegna, che è testimonianza, perché le sue radici stanno nel verbo latino docere. Ogni reperto materiale in questo senso è un documento/monumento. L’archivistica si occupa prevalentemente di documenti scritti e registrati su diversi supporti, dal papiro al digitale e ha un’accezione molto ampia di documento che va oltre l’efficacia e rilevanza giuridica che pure è elemento qualificante. Ogni scrittura, anche quella più informale (ma non solo le scritture come abbiamo visto), è oggetto di interesse archivistico. Fanno parte della famiglia naturalmente anche i documenti digitali che sono a tutti gli effetti oggetti archivistici.

Come si articola l’attività di un archivista?
Dipende dal tipo di archivio in cui si è chiamati ad operare. Negli archivi in formazione, o correnti, gli archivisti curano la corretta sedimentazione delle carte (o dei file), svolgendo le attività di gestione documentale previste dalle leggi vigenti: protocollazione, classificazione e fascicolazione. In questi archivi, e soprattutto negli archivi digitali, il professionista ha anche compiti di progettazione dei requisiti dei sistemi documentali e di gestione e manutenzione complessiva, con la conseguente redazione di strumenti quali i quadri di classificazione e i manuali di gestione. Negli archivi storici gli imperativi sono tutelare, descrivere, ordinare e produrre strumenti di ricerca e si pone quindi un accento particolare sul ruolo di mediazione culturale. Anche in questo caso l’uso critico e consapevole di risorse digitali è ormai una consuetudine e arricchisce e potenzia la missione archivistica che si completa nell’attività di diffusione e trasmissione non solo dei contenuti ma anche dei sistemi di valori archivistici. L’archivista mediatore, come è stato a suo tempo definito, è un costruttore di contesti, un efficace intermediario tra le molte complessità degli archivi e gli utenti.

Quali problemi solleva la conservazione del documento informatico?
Il digitale impone determinate pratiche di conservazione per poter combattere l’obsolescenza e il rischio reale di dispersione della memoria nel lungo periodo. Il problema essenziale è che i documenti digitali per essere compresi dagli esseri umani hanno bisogno della decodifica delle macchine e dipendono quindi dall’hw e dal sw con cui vengono prodotti. La costante evoluzione tecnologica genera però una forte obsolescenza dei sistemi e quindi complica anche il semplice accesso a documenti prodotti con tecnologie precedenti quando si usi nuovo hw e sw. La soluzione più diffusa è la migrazione periodica dei dati verso formati e supporti più stabili, nel rispetto di una serie di regole molto puntuali.

Direi però che quella della ineluttabile fragilità degli oggetti digitali è una leggenda metropolitana, quando non un alibi all’insipienza e alla distrazione delle politiche conservative. I documenti digitali non sono più fragili di altri ma li si deve accudire come si curano, in linea di massima, quelli analogici. Una pergamena che ci è arrivata intatta dall’anno Mille diverrebbe anch’essa fragile se la esponessimo alle intemperie. Sappiamo come conservare gli oggetti digitali, ma mancano adeguate politiche complessive. Quello di cui abbiamo bisogno, anche in questo caso, è un impegno politico e normativo serio, che si ponga davvero il problema della long time preservation.

Quali prospettive, a Suo avviso, per l’archivistica?
Dipende dall’archivistica e dalla comunità archivistica. Se continueremo a pensarci solo come raffinati custodi del passato il futuro mi sembra già segnato, al massimo ci si può augurare una dignitosa sopravvivenza. La crisi che attanaglia gli archivi, però, è di quelle profondamente strutturali. Le norme che regolano il modello conservativo vengono dalla metà del Novecento e ormai i comandi non rispondono più alle sollecitazioni contemporanee. La società è diversa e gli archivi sono cambiati di conseguenza e vanno quindi gestiti con principi antichi ma con soluzioni e competenze nuove. Importante sottolineare che il problema non è banalmente tecnologico.

L’archivistica può cercare di sottrarsi a un destino incerto ma deve avere la voglia e il coraggio di ribaltare i termini della questione. La via d’uscita sta nel riaffermare il ruolo di sapere strategico che gli archivi, se non l’archivistica, hanno storicamente avuto. Occorre cioè mettersi nella condizione di far capire all’opinione pubblica il semplice concetto che gli archivi sono indispensabili allo sviluppo di qualsiasi attività quotidiana. Ogni nostra esigenza concreta per andare a buon fine ha bisogno di documenti, dal pagamento di una multa all’acquisto di un appartamento. Senza documenti nulla si ottiene e nulla si dimostra. Un esempio che si fa sempre in aula al riguardo è quello della registrazione dell’esame. Molto banalmente, senza quel documento l’esame non risulterà sostenuto e non ci si potrà laureare. Il problema archivistico, in questo senso, non è degli archivisti, ma di ogni cittadino.

In definitiva, quindi, e con un occhio anche alle dinamiche postpandemiche e al PNRR, l’archivistica potrà giocare nei prossimi anni un ruolo importante. Ma questo sarà possibile solo se la comunità scientifica e professionale saprà adeguarsi, e accettare l’idea che devono essere gli archivi in formazione (quelli percepiti come immediatamente utili dai cittadini) le vere locomotive documentali. Puntando sull’importanza della dimensione giuridica e operativa si potrà rinforzare il comparto, tutelando così anche la dimensione storica e culturale che continua ad essere di eccezionale importanza ma si dibatte purtroppo nelle secche di un “beneculturalismo” che la imbriglia fino a rischiare di soffocarla. Sembra difficile ma può rassicurare pensare che in fondo l’archivista è da sempre un mutante. Se davvero è di razza vive inseguendo le trasformazioni che le evoluzioni delle società scrivono negli archivi.

L’archivistica non salverà il mondo, è ovvio, ma può dare una mano.

Federico Valacchi è professore ordinario di archivistica. Ha pubblicato monografie e articoli su riviste scientifiche del settore legate ai temi dell’automazione degli archivi, della formazione, della descrizione e della trasmissione archivistica. Più recentemente si è interessato al ruolo politico e sociale della disciplina archivistica. Tra le ultime pubblicazioni: Gli archivi tra storia uso e futuro, Le avventure di Archinia e la seconda edizione del manuale Diventare archivisti. Dal 2021 è presidente di AIDUSA (Associazione Italiana Docenti Universitari di Scienze Archivistiche).

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