Dittature mediterranee. Sovversioni fasciste e colpi di Stato in Italia, Spagna e Portogallo, Giulia AlbaneseProf.ssa Giulia Albanese, Lei è autrice del libro Dittature mediterranee. Sovversioni fasciste e colpi di Stato in Italia, Spagna e Portogallo edito da Laterza: come si esprime, all’indomani del primo conflitto mondiale, la crisi delle istituzioni liberali in Italia, Spagna e Portogallo?
Nel dopoguerra lo stato di salute delle istituzioni e della politica in questi tre paesi appariva piuttosto eterogeneo. Il Portogallo era sprofondato in una guerra civile immediatamente dopo la guerra e questo aveva accentuato la conflittualità politica nel paese, riportando al potere le classi dirigenti liberali del Partito repubblicano democratico e permettendo la restaurazione della “vecchia Repubblica”, come veniva chiamata. La Spagna doveva fare i conti con un crescente conflitto istituzionale e politico, che aveva trovato una sua prima evidente espressione con la crisi del 1917 e che si esplicitava nel dopoguerra attraverso scontri di classe, contrapposizioni tra i catalani e i baschi e il resto del paese, ma anche con una crescente politicizzazione del mondo militare in contrasto con le istituzioni politiche, in particolare nei confronti dei governi liberali di orientamento progressista. Parzialmente più tranquilla appariva, almeno nei primi mesi del 1919, la situazione in Italia, dove pure non mancavano conflitti sociali e politici e il passaggio dalla guerra alla pace era stato piuttosto complicato, con la necessità di rispondere alle promesse fatte durante la guerra, di smobilitare milioni di uomini e di ritrovare un equilibrio dopo anni di profonde trasformazioni della struttura politica, sociale ed economica del paese.

La crisi si esprime quindi nell’Europa del sud in maniera diversa, perché diversi sono i contesti, ma in tutti e tre i casi si vede un’estrema debolezza dei governi e delle forze politiche, e al contempo uno straordinario uso della violenza come linguaggio e strumento della lotta politica, dell’esclusione dell’avversario e della conquista del potere. Tuttavia, guardando a questi tre paesi nell’immediato dopoguerra, l’Italia non sembra all’avanguardia nella crisi delle istituzioni liberali in Europa e l’uso della violenza non appare qui più sviluppato che altrove. Questa è una delle virtù delle comparazioni: ci aiuta a vedere che – rispetto ad altri contesti – l’evoluzione della crisi del dopoguerra in Italia nel 1921 risulta meno scontata di quanto appaia a chi consideri esclusivamente l’evoluzione della storia nazionale, e permette di focalizzare l’attenzione sulle specificità dell’evoluzione storica italiana del dopoguerra.

In che modo la genesi delle dittature in Italia, Spagna e Portogallo si rivela paradigmatico di tale crisi?
Il discorso sul ritorno all’ordine, la delegittimazione del parlamento, la limitata e poi permanente limitazione delle libertà personali sono tutti aspetti paradigmatici delle soluzioni che i diversi movimenti golpisti che vanno al potere negli anni Venti volevano imporre per il governo degli stati dove salirono al potere, e sono un segno importante della loro avversione ai processi di democratizzazione in atto ormai da decenni in questi stessi paesi. Tuttavia il consenso, o quanto meno lo scarso dissenso che essi raccolgono, è anche il segno dello scarso sostegno che i regimi liberaldemocratici di questi paesi godevano quando avvennero questi diversi cambi di regime.

Rispetto a questi tratti comuni però il fascismo italiano si caratterizzava contraddittoriamente come una novità politica di grande rilevanza, e per certi versi anche come una rottura politica dell’ordine precedente. Nei primi anni Venti, il governo di Mussolini si presentava come una novità perché non era – come quello spagnolo e portoghese – una dittatura militare, né un governo tradizionalmente autoritario, anche se sulla definizione dei regimi spagnolo e portoghese è di recente in corso una revisione storiografica che sta mettendo in luce gli aspetti più moderni, di attenzione alla dimensione di massa e di vicinanza al fascismo rispetto al passato. Motivo principale dell’interesse precoce destato tra i contemporanei dal governo di Mussolini era la legalizzazione di un esercito privato – le squadre di combattimento, costruite negli anni precedenti all’ascesa al potere – nelle istituzioni statali, oltre che la sua capacità di creare una ritualità politica di massa, aspetti correlati alla costruzione della dittatura, ma che apparentemente consentivano, al tempo stesso, di tenere aperto il Parlamento e di legittimare – almeno nei primi anni di governo – un ‘tradizionale’ governo di coalizione. Una contraddizione che garantì e per certi versi tuttora garantisce di non vedere i tratti profondamente illiberali e l’importanza della costruzione dittatoriale in Italia all’indomani del 28 ottobre 1922.

Con la marcia su Roma, il fascismo diviene un modello vincente: come giungono al potere i suoi epigoni spagnolo e portoghese?
Se negli anni precedenti alla conquista del potere e all’instaurazione delle dittature in Italia, Spagna e Portogallo numerosi erano stati i tentativi di colpi di stato e destabilizzazione delle istituzioni, con l’autunno del 1922 e la conquista del potere fascista, la situazione politica non solo italiana, ma anche internazionale, cambiò profondamente. La marcia su Roma rese infatti evidente che il segno del dopoguerra europeo non risiedeva solo nel binomio democrazia, rivoluzione bolscevica o socialista, e che altri tipi di trasformazione politica e istituzionale erano possibili. Tuttavia, fin dall’autunno 1922, si registrò una grande difficoltà nell’interpretare gli eventi avvenuti in Italia, che cos’era, infatti, la marcia su Roma? La marcia su Roma era difficilmente interpretabile perché presentava caratteristiche eterogenee, attori parzialmente o totalmente inediti – come “nuovi” e “unici” fino a quel momento erano il movimento fascista e il suo programma politico – e una grande capacità sincretica tra messaggi e forme della politica diverse. È anche per questo che il fascismo e la marcia “facevano scuola” inaugurando una stagione politica di trasformazione del governo parlamentare in senso autoritario. Nel corso dei mesi e degli anni successivi, la presenza di un regime autoritario quale quello fascista sarebbe stato un elemento di ispirazione e di imitazione per progetti di colpi di stato anche di natura diversa rispetto a quello fascista.

Questa lezione, con i dovuti aggiustamenti, sarebbe stata raccolta inizialmente innanzitutto nella penisola iberica. In Spagna e in Portogallo, dove, rispettivamente nel 1923 e nel 1926, colpi di stato militari portarono alla trasformazione del regime politico liberale, l’esperienza italiana contò tanto nel definire un orizzonte politico attuale dentro il quale collocare un’esperienza di tipo dittatoriale, che nel definire alcune griglie politiche e istituzionali utili per un mutamento di regime. Questo non significa che i tre progetti di colpo di stato, la loro realizzazione e anche il tipo di regime che ne risultò fossero uno il calco dell’altro. Tutt’altro. Nei tre casi la definizione dei temi continuità-rottura, del rapporto tra militari e civili, ma anche la composizione del gruppo dirigente del golpe, l’atteggiamento delle istituzioni e dei governi mutassero non poco.

L’azione spagnola fu elaborata, organizzata e realizzata da un gruppo di militari contro il governo. L’obiettivo dell’azione di De Rivera era, come nel caso fascista, contrapporsi al governo in carica, al Parlamento e alla politica liberale. Simili all’esperienza italiana erano la pubblicità dell’azione, l’appoggio e il silenzio di parte della classe dirigente al momento del verificarsi dell’azione, oltre che il sostegno del sovrano al radicale cambiamento politico: questi elementi avevano un ruolo fondamentale nel successo del cambio di governo e istituzionale in entrambi i casi. L’occasione per l’insurrezione e il golpe si presentarono l’11 settembre, giorno in cui si celebrava la nazione catalana, quando venne indetta una manifestazione per una maggiore autonomia della regione e nel corteo vennero cantati motivi antispagnoli e alcuni invocarono addirittura la solidarietà per i ribelli del Rif, che lottavano in Marocco per la loro autonomia dalla Spagna colonizzatrice. Gli scontri di quei giorni provocarono 30 feriti. Fu in questo contesto, e all’indomani di questi scontri, anticipando il colpo di stato preparato da tempo, Miguel Primo de Rivera passò all’azione, prendendo i pieni poteri a Barcellona. Malgrado quanto concordato con i colleghi di Madrid, procedette da solo. Il 13 settembre, di primo mattino, le guarnigioni della provincia di Catalogna dichiaravano lo stato d’assedio e la legge marziale e bloccavano le comunicazioni telefoniche, scalzando il governo civile senza che vi fossero particolari scontri o tensioni. Fatti analoghi avvennero anche a Saragozza e Huesca, e grazie ai sostegni influenti di cui l’azione godeva neppure lì vi fu alcuna opposizione né da parte dei civili, né dei militari. Anche il governo attendeva il Re per avviare una controffensiva che, al suo ritorno da San Sebastian, il 14 settembre, il sovrano si rifiutò di far cominciare. Dopo nove mesi di attività, e svariati rimpasti e cambi di ministro, il governo dava quindi le dimissioni senza avere conseguito né la pace con il Marocco, né la riforma della costituzione che si era proposto all’inizio del mandato.

Successivamente, Alfonso XIII nominava De Rivera capo del governo. Miguel Primo de Rivera giunse così a Madrid per prendere il potere il 15 settembre, lasciando Barcellona tra le acclamazioni popolari. A Madrid fu accolto da molti militari, tra i quali i generali del quadrilatero con cui aveva inizialmente programmato il golpe. Successivamente, Primo de Rivera si recò al Ministero della Guerra, per poi presentarsi successivamente all’udienza con il Sovrano. Lì fu deciso che avrebbe istaurato un direttorio militare, dopo avere però giurato come Presidente del Consiglio e mantenendo quindi una parvenza costituzionale al cambiamento di potere in atto. Il proposito di de Rivera, concordato con il sovrano, era comunque di esautorare completamente da ogni incarico la classe dirigente politica e procedere alla nomina di un direttorio militare provvisorio, che non avrebbe dovuto durare nelle intenzioni iniziali più di un mese. Anche qui, come in Italia, sotto una patina di legittimità istituzionale, si avviava una trasformazione profonda dell’assetto politico e istituzionale, che sarebbe continuata anche nei mesi successivi. Qui però l’impatto era in qualche modo più radicale, perché l’intera classe politica veniva messa ai margini del governo del paese, mentre in Italia era al potere un governo di coalizione, con ministeri e ministri appartenenti alla compagine politica liberale. Appena preso il potere, De Rivera proclamava quindi lo stato di guerra in tutte le città e in tutto il paese e i presupposti della dittatura militare erano immediatamente esplicitati. Intanto, la reazione delle opposizioni al movimento militare fu pressoché nulla. Il consenso al nuovo governo era in compenso ampio nelle fila cattoliche, carliste, mauriste, ma anche tra gli imprenditori, i professionisti e i proprietari terrieri, oltre che in parte del mondo liberale, come testimonia il sostegno del giornale El Sol al nuovo governo.

Più complicate le cose in Portogallo. Il 28 maggio cominciava un movimento rivoluzionario di una parte dell’esercito portoghese sotto il comando del generale Manuel Gomes da Costa. Comandante supremo delle truppe portoghesi nel corso della Prima guerra mondiale, negli anni della guerra e del dopoguerra Gomes da Costa era stato vicino a molte delle correnti autoritarie e conservatrici. Il generale non era però tra gli ideatori del colpo di stato e fu coinvolto all’ultimo momento. Il movimento militare era iniziato a Braga durante la notte tra il 27 e il 28 maggio e si era poi diffuso in altre aree del paese. L’azione di da Costa colse di sorpresa una parte di coloro che nei mesi precedenti si erano mossi per rendere possibile un nuovo colpo di stato in Portogallo e preoccupò alcuni di coloro che temevano che nelle sue mani la “rivoluzione”, che pure auspicavano, potesse assumere un orientamento nettamente antirepubblicano e filo militare. Gomes da Costa si mise quindi in marcia sulla capitale. A favore del colpo di stato si schierarono varie unità dell’esercito e della marina e vi era inoltre una massiccia presenza di reduci del disastro delle Fiandre. Con Da Costa si schierarono inoltre gruppi di pressione e politici di civili, tra i quali integralisti, monarchici, nazionalisti, filofascisti, cattolici, ex repubblicani o repubblicani insoddisfatti, sebbene essi furono in parte colti di sorpresa dalla presa di Braga. Non ci fu invece nessuna forte presa di posizione politica contro la mobilitazione. Alla notizia dell’avvio dell’azione a Braga, altri gruppi antagonisti al regime in carica si incontrarono per evitare di lasciare tutto il potere nelle mani di da Costa. Si possono individuare almeno due possibili orientamenti – ma in realtà sotto traccia se ne potevano leggere di più – nelle forze in azione, e questa eterogeneità di posizioni in campo avrebbe condizionato l’andamento del colpo di stato e la stabilità dello stesso, dando una torsione agli eventi portoghesi che quelli italiani e spagnoli, almeno in una prima fase, non conobbero. Pur nella sua disorganizzazione, questo colpo di stato era figlio di un lungo processo cospirativo che aveva portato negli anni precedenti a numerosi altri tentativi di azione contro il parlamento e il governo, come abbiamo visto.

Di fronte al profilarsi dell’azione eversiva, non mancò una risposta da parte dell’esecutivo, anche se piuttosto debole. Il governo, infatti, diede disposizione per il mantenimento dell’ordine, con la richiesta alle forze dell’ordine di reprimere il movimento. Anche il presidente della repubblica in un primo tempo non cedette alle richieste di dimissioni, avanzate dal generale José Mendes de Cabeçads, prima di iniziare l’azione eversiva e invitò le forze parlamentari ad un confronto, che si doveva svolgere il 29 maggio, per verificare quali fossero i margini di un’azione contro il movimento. Ma il governo si dimise, consegnando così tutto il potere nelle mani del Presidente della Repubblica. La mattina del 30 maggio, il Presidente della Repubblica invitava quindi uno dei generali coinvolti nel colpo di stato, José Mendes Cabeçades Junior, a formare un nuovo governo. Gli avvenimenti dei giorni precedenti non avevano portato ad un’immediata chiusura del parlamento, le cui attività erano anzi regolarmente previste il lunedì 31 maggio 1926, ma quel giorno i generali ne decisero la chiusura, non avendola precedentemente concordata con il Presidente della Repubblica. Di fronte al conflitto apertosi e alla rottura costituzionale determinata dalla chiusura del parlamento, il 31 maggio il Presidente della Repubblica decise di rassegnare anch’egli le dimissioni. Se a Lisbona il colpo di stato sembrava ormai aver preso il potere, e la situazione sembrava essere in via di normalizzazione, la molteplicità dei poteri coinvolti nell’azione eversiva apriva invece un conflitto piuttosto forte all’interno delle forze eversive. Gomes da Costa per esempio non aveva intenzione di lasciare il potere a Mendes Cabeçadas. Seguirono quindi una serie di conflitti fra i diversi leader militari che durarono fino a metà luglio 1926. E si ripeterono poi negli anni successivi, sia pure in modalità diverse.

Il colpo di stato portoghese del maggio 1926 poteva essere considerato un golpe militare sui generis, non solo per la sua instabilità, ma anche per una presenza molto più forte che in Spagna dei civili, tanto nella fase di elaborazione, che, successivamente, nella condivisione degli spazi di potere. Un ruolo che venne ulteriormente rafforzato negli anni successivi, e divenne esplicito con l’avvento al potere di Salazar nel 1930 e poi definitivamente nel 1932.

Quali elementi accomunano l’avvio delle dittature in Italia, Spagna e Portogallo?
I cambi di regime in Italia, Spagna e Portogallo risentirono di un clima comune e di un dialogo non istituzionalizzato, ma reale, tra alcune forze politiche che possono essere qualificate come antisistema, ma che si concepivano – e furono viste da una parte delle strutture istituzionali dello stato – come classi dirigenti tradizionali e come portatrici di valori nazionali. È proprio nello iato esistente tra l’eversione di cui erano portatrici e l’appoggio di cui godevano da parte di gruppi di potere che si situa uno dei motivi di interesse di questi fenomeni.

In Italia, Spagna e Portogallo, seppure con modalità diverse, la debolezza istituzionale rendeva possibile un cambio di regime che giunse infatti se non desiderato dalla maggioranza della popolazione, comunque non contrastato. Più difficile fu la definizione della forma istituzionale e la legittimazione dei nuovi assetti. Non si può però dire infatti che in nessuno di questi tre paesi la caratterizzazione politica dei nuovi regimi fosse chiara al momento del golpe. In tutti e tre i casi i congiurati si soffermarono quindi ampiamente, seppur con sfumature diverse, sulla restaurazione dell’onore e della dignità della nazione e sulla sua rigenerazione, al tempo stesso richiamandosi alla volontà di superare una fase di crisi e ritornare ad un’età dell’oro precedente la presenza di governanti che fossero politici di professione, in cui il mondo militare era rispettato e l’ordine regnava.

Bisogna però dire che, contrariamente a quanto avvenne in Italia e in Spagna, i golpisti portoghesi del maggio 1926 esplicitarono piuttosto rapidamente un seppur generico programma di governo e di riforma dello Stato, che prevedeva, tra le altre cose, una trasformazione dei servizi pubblici, della giustizia, dell’insegnamento, dell’esercito e della marina, oltre ad uno sviluppo del paese e alla riforma delle spese e della finanza pubblica. Una rapidità che forse può essere spiegata anche dalla strada già percorsa in Italia e Spagna dalle dittature instaurate negli anni precedenti e dall’esempio che i due paesi offrirono per la creazione di un nuovo regime in Portogallo. Tutto questo comunque non mise neppure il Portogallo al riparo da notevoli improvvisazioni, dovute agli scontri di potere interni ai diversi gruppi che concorsero al colpo di stato. Malgrado programmi piuttosto labili, già la presa del potere con la forza, anche se più o meno rapidamente legittimata, fa pensare ad una rottura piuttosto radicale dell’assetto politico-istituzionale precedente. Rimangono però sullo sfondo, a livello programmatico, una serie di interrogativi a partire dal modo in cui queste novità vennero legittimate e dal modo e dalla misura in cui le istituzioni vennero trasformate all’indomani della presa di potere.

In tutti e tre questi paesi la duratura instabilità politica, a causa soprattutto di notevoli squilibri nello sviluppo economico, politico e culturale tra diversi settori di ciascuno di essi, faceva sembrare dall’esterno scontato e solo relativamente evidente il cambiamento in corso. In questi paesi il sistema di rappresentanza parlamentare non pareva capace di costituire quel luogo di mediazione degli interessi che garantisse al sistema di stabilizzarsi e procedere, come si poteva intuire dall’interpretazione data dal Times. Il regime parlamentare non soddisfaceva quindi le classi dirigenti e ai militari, e risultava estraneo anche alle forze riformiste e a quelle che aspiravano ad un profondo cambiamento della società, come si dimostra dallo scarso interesse che queste forze mostrarono nel combattere e nel rispondere ai cambiamenti epocali in corso nei tre paesi. L’opposizione di sinistra – nelle profonde articolazioni e nella diversità della situazione di queste forze nei tre paesi – considerava che il regime che si stava dissolvendo non le riguardava e non garantiva i propri seguaci alcuna possibilità di crescita e miglioramento della propria qualità della vita politica, oltre che economica e sociale. Insomma, i tre regimi che venivano abbattuti in Italia, Spagna, Portogallo non avevano un blocco sociale forte che li legittimasse e li difendesse.

La sconfitta della rappresentanza parlamentare lasciava però aperta la questione della rappresentanza politica, della nazionalizzazione delle masse e dell’ingresso nella sfera pubblica di gruppi sociali precedentemente completamente esclusi: cioè alcuni dei problemi con cui i tre regimi, seppure con forme e tempi diversi, avrebbero dovuto confrontarsi durante tutta la loro esistenza. Il fascismo, essendo espressione di forze non tradizionali, dovette porsi queste questioni in maniera esplicita più rapidamente. Anche per questi motivi il regime fascista esercitò un’attrazione evidente negli altri due paesi e continuò ad apparire anche ad altri paesi europei il caso più interessante con cui confrontarsi.

Questi regimi furono rapidamente riconosciuti e integrati come parte del panorama internazionale, senza mettere in questione o interrogare le democrazie parlamentari più solide, che al massimo si ospitarono i profughi di un’ondata di repressione politica che sarebbe durata a lungo. La ragione per cui vale la pena approfondire la trasformazione politica che generò questi regimi è che essi – considerati poco degni di una riflessione più complessiva sulle istituzioni liberali, le ideologie conservatrici e il futuro dell’Europa -, avrebbero nel tempo, costituito una base fondamentale per la febbre autoritaria che attraversò negli anni successivi il resto dell’Europa, inclusa quella con le istituzioni liberali più solide, mettendone a rischio l’esistenza democratica.

Giulia Albanese è professore associato di Storia contemporanea all’Università di Padova. Si è dedicata soprattutto a ricerche sul fascismo, la violenza politica e le culture autoritarie negli anni tra le due guerre. Si sta ora occupando di fascismo transnazionale e di cittadinanza nell’Italia fascista. Tra i suoi libri, oltre a Dittature mediterranee. Sovversioni fasciste e colpi di stato in Italia, Spagna, Portogallo (Laterza, 2016), ha pubblicato La Marcia su Roma (Laterza, 2006, anche presso Routledge 2019) e Alle origini del fascismo. La violenza politica a Venezia, 1919-1922 (Il Poligrafo, 1999).

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